Roma Capitale. Aggiungi un posto a tavola

Angelo Spaziano

Gianni Alemanno pare avercela fatta. Il bianco coniglio è finalmente uscito dal cilindro del prestigiatore del Campidoglio, ma si tratta di un organismo ogm. La chimera di “Roma Capitale”, infatti, appena scaturita dalla sterile provetta del laboratorio capitolino ha subito cominciato a poppare a pieni polmoni come un’indemoniata. Ma non il latte, e neppure gli omogeneizzati al Plasmon. L’ircocervo alemanniano a tutto questo insipido menù preferisce il dolce nettare costituito dalle prebende e dai privilegi che già si intuisce verranno distribuiti a piene mani dal nuovo organismo amministrativo. Un pletorico marchingegno finalizzato a ridisegnare “ab ovo”  il già complesso bagaglio normativo della città dei Cesari.

Un comune smisurato, il più esteso dell’Europa continentale. Un pachiderma geografico comprendente litorale e montagne, vallate e colline, fiumi e torrenti, pianure coltivate e ampi bacini intensamente urbanizzati. Un mostro politico nel cui ventre trova albergo addirittura uno Stato estero con tutte le sue prerogative di extraterritorialità e l’indotto connesso alle doppie ambasciate, presso lo Stato italiano e presso la Santa Sede, ai doppi consolati, ai doppi problemi logistici conseguenti. Un gigante economico e culturale al cui interno prosperano agricoltura, industrie, commerci, terziario avanzato e ministeri, i maggiori luoghi di culto della cristianità, capo supremo incluso, migliaia di monumenti unici al mondo e i più ricchi bacini archeologici del pianeta.

Un pazzesco circo Barnum attivo 24 ore su 24, fatto di cortei di auto blu e sit-in di protesta, visite di Stato e omaggi al Milite Ignoto, parate militari e processioni, gay pride e maratone, notti bianche e cantieri del metrò, lavori in corso e sudiciume. Uno sterminato, informe agglomerato, disomogeneo, sfilacciato e inquinatissimo, eternamente congestionato e sull’orlo della paralisi da traffico, completamente da riprogettare e riorganizzare secondo canoni più confacenti al rango di “madre dei popoli” magistralmente esercitato da millenni. Questo significa piani regolatori da far rispettare, metropolitane, ferrovie, stazioni, parcheggi, strade, ponti, scuole, ospedali, parchi, centri direzionali. Il tutto da realizzare con la massima celerità possibile, prima che la città muoia per asfissia.

Il governo centrale recentemente aveva varato la bozza esplicativa del primo decreto attuativo della riforma dello status capitolino esprimendo pure, tra le altre cose, il lodevole proposito di sfoltire gli esorbitanti costi della política levantina che tanti danni ha apportato al Bel Paese. Questo avrebbe dovuto tradursi in meno consiglieri, meno assessori, meno municipi, meno indennità, meno apparati, meno sprechi. Una cosa mai verificatasi alle nostre latitudini. Un obbiettivo che, se realizzato in aderenza allo spirito primigenio con cui ci si era messi al lavoro, avrebbe permesso alla Caput mundi di voltare definitivamente pagina, inaugurando una nuova età dell’oro per Roma e per l’Italia tutta.

Un mucchio di buone intenzioni ancora relegate nell’empireo delle idee platoniche, però. La bozza, infatti, doveva prima passare al vaglio del Comune, che avrebbe apportato le sue proposte di modifica. Proposte che a loro volta dovevano poi essere sottoposte all’ulteriore esame della commissione parlamentare bicamerale. Purtroppo, in sintonía con quanto affermato un giorno da Giulio Andreotti, e cioè che «a pensar male si fa peccato ma in compenso ci si azzecca quasi sempre», e da Oscar Wilde «posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni», è stato proprio a questo punto che sulla tanto strombazzata riforma della skyline istituzionale della capitale c’è stato il coup de théatre.

Al Campidoglio, infatti, la casta non si è affatto rassegnata a stringere la cinghia e a moderare gli appetiti, e ha deciso, alla faccia di tutti i propositi di morigeratezza profferiti in partenza, che era arrivata l’ora dell’arrembaggio al lussuoso yacht varato in pompa magna dal sindaco. Quindi, le correzioni apportate al testo dai consiglieri comunali, nessuno escluso – 56 a zero – hanno rigirato completamente la frittata istituzionale, mutando come al solito la tragedia in farsa. Quel che ne è scaturito potrebbe benissimo essere inserito a pieno titolo nel manuale Cencelli della lottizzazione eretta a sistema. I consiglieri dovevano scendere a 48? Manco per sogno. Secondo il nuovo articolo 3 «L’Assemblea capitolina, che rappresenta una popolazione superiore a un milione di abitanti, è composta dal sindaco di ‘Roma Capitale’ e da sessanta consiglieri». Sessanta tondi tondi, precisamente come ora. Di tagli neanche l’ombra, come volevasi dimostrare.

Gli assessori, inoltre, che secondo il governo centrale dovevano ridursi a «un quarto dei consiglieri dell’assemblea» – epperciò non più di 12 – grazie alle piroette lessicali messe in atto dalle disinvolte archistar istituzionali subiranno addirittura un incremento: «La giunta è composta da un numero massimo di 15 assessori», tre in più di quelli attuali. Alla faccia del risparmio. Un escamotage molto efficace ma assai poco edificante per ampliare la maggioranza del primo cittadino del Campidoglio senza scontentare nessuno.

Anche i Municipi, secondo l’austero testo governativo, avrebbero dovuto subire una consistente cura dimagrante: da 20 a 12. Visti i tempi si sarebbe trattato di una salvifica potatura dei rami secchi del sottobosco clientelare. Ma pure stavolta è stata inmediatamente innestata la marcia indietro, in ottemperanza alla costosa ma redditizia tecnica del “moltiplica (gli sperperi) et impera”: «Il numero di Municipi, comunque inferiore a quello attuale, viene individuato dallo statuto di “Roma Capitale” in modo da garantire l’efficace ed efficiente espletamento delle funzioni di loro competenza (vale a dire dei Municipi stessi), nonché una conseguente riduzione dei costi». Un modo come un altro per dire e non dire, lasciando comunque spazio – e ambiguità – sufficienti per inseriré nel testo ampi margini di discrezionalità (e quindi di onerosi ripensamenti a carico di Pantalone).

E adesso passiamo ad altre amenità. Tra gli amministratori di “Roma Capitale”, secondo le modifiche proposte dai “saggi” legislatori, sarebbero annoverati anche dei fantomatici – ma si presume ben retribuiti – “Consiglieri municipali” il cui compito ancora non è ben specificato ma le cui competenze intanto sono state istituzionalizzate a puntino versandole con accuratezza nero su bianco.

Va subito considerato infatti che «sindaco, presidente dell’Assemblea, assessori e presidenti dei Municipi hanno tutti diritto a un’indennità di funzione determinata con decreto del Ministro dell’Interno su proposta dell’Assemblea». E già. Poteva mai essere dimenticata l’ “indennita di funzione”? Non sia mai! E passiamo ai gettoni di presenza per i consiglieri comunali e municipali. Per i primi, le modifiche apportate dal Campidoglio parlano di «un’indennità di funzione che tenga conto della complessità e specificità delle funzioni conferite a “Roma Capitale”, determinata dal Ministro dell’Interno su proposta dell’Assemblea». I Consiglieri municipali, invece, «hanno diritto a percepire un gettone di presenza per la partecipazione a consigli e commissioni consiliari». E anche in questo caso, l’importo di questi bonus è determinato con tanto di decreto del Viminale sempre su proposta dell’Assemblea. Per gli amministratori inoltre sono previsti anche fior di “fringe benefit”, provvidenziali “finestre” e “ammortizzatori sociali” a go-go tipici di ogni casta che si rispetti, come l’aspettativa non retribuita per i dipendenti pubblici; il versamento degli oneri assistenziali, previdenziali, assicurativi e figurativi.

L’unico colpo di cesoie al burosauro trionfante è stato operato sui rimborsi per i permessi retribuiti che spettano ai consiglieri. Ma anche qui i paletti fissati a difesa della nomenklatura sono stati piantati con tempestiva – e sospetta – solerzia. Le decurtazioni programmate, infatti, non potranno superare, annualmente, l’importo previsto dalla somma dei gettoni di presenza percepiti in 12 mesi. Non è ancora il testo definitivo dello statuto, ma è comunque un segnale alquanto importante sulla perversa filosofía con la quale il team di teste d’uovo ha messo mano all’impalcatura istituzionale dell’Urbe.

Alla luce di tutto questo irriguardoso bengodi, pianificato con lucida determinazione fregandosene altamente delle difficoltà in cui versa la nostra economia, le critiche della Lega non sono poi tanto infondate. Si tratta infatti di un costosissimo papocchio lottizzatore del tutto inutile ad affrontare le emergenze che assediano Roma, ma che tanto per cominciare risolverà sicuramente le emergenze finanziarie degli addetti ai lavori. Non per nulla l’arzigogolo di “Roma Capitale” ha messo tutti in sintonia, destra e sinistra, maggioranza e opposizione. Tutti d’amore e d’accordo seduti attorno alla greppia di stato. “Aggiungi un posto a tavola”, insomma.

Così, nella conferenza stampa congiunta tenuta a conclusione dei lavori, Alemanno, Marco Pomarici (presidente del consiglio comunale), il vicesindaco Mauro Cutrufo da una parte, e Francesco Smedile (Pd, presidente della commissione Roma Capitale) dall’altra, hanno entusiasticamente sottolineato “urbi et orbi” «il clima di grande collaborazione che si è creato» tra le parti, sbrodolandosi vicendevolmente addosso con una serie di stucchevoli salamelecchi.

Ora il testimone passa prima a Regione e Provincia, poi alla Commissione unificata delle regioni, infine alla commissione bicamerale sul Federalismo fiscale. Un farraginoso iter istituzionale complicato quanto defatigante, che certamente finirà con lo snaturare ulteriormente lo spirito primigenio del “pacchetto” su “Roma Capitale”, trasformandolo in un rebus inadatto a risolvere alcunché. Il classico pateracchio all’italiana che accontentando tutti scontenterà di sicuro l’unico soggetto le cui istanze avrebbero dovuto essere soddisfatte come priorità assoluta. Vale a dire Roma e il suo sterminato hinterland, ormai simile a una baraccopoli africana.

Angelo Spaziano

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