Polaris n.3. Guerre di posizione

Gabriele Adinolfi

Quello che segue è l’editoriale del n. 3 / settembre 2010, del trimestrale Polaris,  fondato e diretto da Gabriele Adinolfi.

La redazione

Il magma. “Silicati fusi in profondità si muovono per trasformarsi in rocce mentre quelle già consolidate hanno il terreno intorno eroso da altre rocce che si apprestano ad emergere”.

Il magma sembra stabile ma è  mobile. Così è la situazione internazionale. Così è la situazione nazionale.

Gli equilibri mondiali si fondano tuttora sulla supremazia americana ma tengono conto dell’emergere prepotente dell’Asia e in particolare della Cina; di converso e per compensazione si coagulano forze in Europa e in Russia. Potenze minori, come la Turchia, acquistano una nuova visione strategica, altre più spregiudicate, come Israele, giocano a tutto campo. Chi, come la Gran Bretagna, è in declino, difende ovunque i suoi spazi d’influenza minacciati e travolti.

Siamo a un tutti contro tutti che è però anche un tutti con tutti. Tra Usa e Cina prevale l’idillio o la rivalità? Tra Russia e Usa siamo più vicini ai conflitti o alle spartizioni? Tra Russia ed Europa che rapporto c’è? E quale è quello effettivo tra Londra e il Continente?

Relazioni continue ed intrecciate, richiesta e rispetto di una Governance sovranazionale, fanno da sfondo e da regolatore a continue guerre di posizione.

Guerre che si combattono con centrali d’influenza, speculazioni finanziarie, acquisto o rapina di beni altrui, servizi segreti e utilizzo di gruppi armati: nazionalisti, comunisti o religiosi.

L’infuriare di queste ostilità favorisce peraltro i secessionismi e gli odi etnici e confessionali; scatenata la furia, chi si scanna non ha tempo e voglia di pensare che alla fin fine lo sta facendo per conto terzi. E per il narcotraffico.

Nulla intacca  il dominio della finanza sull’economia e sulla politica, ed ecco perché anche le ostilità più sanguinose sono al momento destinate a non mutare il quadro d’insieme.

Le guerre di posizione, perché nessuno le immagina come guerre d’offensiva, come conflitti rivoluzionari o ancor meglio rivoluzionanti, sono il tema di fondo dell’attualità. In guerre di posizione s’impegnano tutte le potenze, grandi, medie ed emergenti e, contestualmente, esse intrecciano rapporti ambigui di alleanze e di rivalità che ne accentuano le doppiezze politiche.

Si pensi all’area Iran-Afghanistan-Pakistan per capire come qualsiasi classificazione, al di là dela propaganda quotidiana, sia impossibile, tanti e tali giochi s’intrecciano colà da ogni parte autoctona con ognuna delle potenze, occidentali e orientali.

Le guerre di posizione infuriano con maggior intensità laddove, non  per caso, la produzione della droga, che rappresenta una delle principali voci dell’economia mondiale, si accosta alle fonti energetiche. Lì, ove queste due grandi leve economiche e strategiche s’intersecano con il  fiorire del traffico di armi, c’è maggior instabilità e richiamo di “missioni di pace”.

In realtà sono questi i luoghi che danno più stabilità al sistema economico-finanziario mondiale;  le partite che vi si giocano non vertono a modificarne l’assetto bensì a innovare di continuo la carta delle  influenze delle singole potenze.

Potenze che non hanno sempre bandiera. Perché le banche e le multinazionali sono soggetti operanti anche in proprio, direttamente o mediante Ong.

Guerre di posizione infuriano ma sempre nel rispetto di una regia multinazionale e di un sistema finanziario globale.

Questo accade ovunque e ricade a pioggia in ogni aspetto politico e sociale.

I governi europei fanno le capriole per cercare di attenuare i colpi alla produzione massacrata nel nostro continente dai regolatori internazionali. Ciò ha causato quella reazione populista sempre più estesa in Europa che caratterizza in parte gli schieramenti politici di oggi.

Piccoli imprenditori, piccoli produttori e commercianti insorgono contro le imposizioni sovranazionali che li paralizzano. Difficoltà trovano gli speculatori a coagulare contro di loro il proprio fronte sociale perché i loro storici clientes, ovvero gli statali, i parastatali e la nomenklatura sindacale, sono a loro volta presi di mira dal decisionismo sovranzionale  che vuole assolutamente snellire il welfare.

Mentre la crisi finanziaria sta procedendo, more solito, verso la concentrazione ulteriore di ricchezza e di potere nelle mani di pochissimi, guerre di posizione di combattono dunque anche sul fronte politico e sociale. Volte più a scaricare sugli uni o sugli altri le perdite che non a rilanciare l’economia su basi sane, anche se più di una voce in tal senso s’inizia a intendere.

Per queste ragioni, oltre che per lo scadimento generazionale, la politica non parla più di politica.

I gossip e le congiure di corridoio sono le armi con cui si combattono le guerre di posizione tra i referenti dei diversi gruppi sociali, energetici, economici e internazionali. Il conflitto tra Fini e Berlusconi, palesemente di posizione, non è soltanto il sintomo di una rivalità individuale ma la cristallizzazione di scontri tra interessi contrapposti ma obbligati a convivere.

L’impressione che se ne ricava di primo acchito, non del tutto errata, è quella di scontri intestini. Così come intestini sono ad esempio  i contrasti tra Vaticano e Cei.

Mentre le aperture trasversali si sprecano; l’idea di collaborare alla Governance accarezza tutti i gruppi di potere; tant’è che le “guerre di religione” sono argomenti utilizzati da chi ha altro da nascondere, mentre le gerarchie delle principali confessioni preferiscono dialogare, ovvero collaborare.

Le loro guerre di posizione si combattono sul fronte della conquista culturale e assistenziale dei più, in particolare dei meno fortunati. E in questa guerra ogni centrale religiosa ha trovato una sua frontiera, tra l’altro  remunerativa assai, nell’immigrazione incontrollata che, anche per  l’intervento delle organizzazioni confessionali, non si riesce più a regolamentare.

La crisi sociale, l’immigrazione massiccia, la dipendenza finanziaria, rappresentano una serie di condizioni che ci sono piovute addosso e le cui gestioni ci vengono letteralmente imposte. A queste bisogna aggiungere lo squilibrio demografico, che sembra registrare il nostro declino definitivo, il calo di sovranità degli Stati nazionali e l’emergere degli interessi localistici che, a loro volta, producono trasversalità politica costruendo vere e proprie classi transgender.

Il grande moto magmatico ci appare così avviato ad  un’inesorabile stabilità progettuale.

Tuttavia, tanto vasto è questo moto, che affermare con certezza matematica la costituzione del panorama affiorante sarebbe presunzione per chiunque.

Il movimento che si produce in questo magma comporta tanti e tali mutamenti sociali e culturali ma anche tali mutamenti politici e tali modifiche negli apriori e nei pregiudizi, che potrebbe anche condurre altrove; il che dipende – non solo ma anche – da chi si muove e da come lo fa.

E’ proprio questo l’elemento seducente dei giorni che stiamo attraversando.

Perché magma proviene da maag, antico termine persiano, che sottintende la forza intrinseca cui risponde la materia: dalla stessa radice, poiché intimamente connessa, secondo alcune ricostruzioni abbiamo ricavato il termine magia inteso come conoscenza e dominio delle forze. Secondo altre versioni essa viene invece dal sanscrito maya e indica l’illusione. Probabilmente entrambe le ricostruzioni sono vere perché la magia comprende ambo gli aspetti e può essere di varia natura: infatti, fortunatamente, non sempre domina Morgana, c’è anche Merlino.

E la spada, guarda caso, è nella roccia.

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