Noi tra neo post ed ex, sul filo della memoria

Giuseppe Di Gaetano

Hanno accompagnato parallelamente tutta la scorsa edizione de il Fondo, quasi due capitoli di uno stesso argomento, stesi “a quattro mani”,  “Quella calda estate del 1980” di Francesco Mancinelli e il mio “Caro Fini. C’era una volta“, integrandosi persino nei post. Il dibattito che ne è scaturito, scava in fondo, più che sul nostro passato, operazione comunque necessaria, come ricorda l’acuto intervento di Luisa Pesante,  sulle ragioni e sul futuro del nostro esserci, e perciò dobbiamo essere grati a chi lo ha alimentato. Era e continua ad essere fondamentale in ogni procedere culturale, figuriamoci nel nostro caso, nel quale abbiamo perso  di vista ogni riferimento politico.

Passiamo alle opinioni. Sono sempre più convinto che, specie nell’epoca corrente, il momento politico e quello culturale non siano sovrapponibili. E’ pur vero che oggi qualcosa che sappia di cultura la devi cercare col lanternino, comunque sempre fuori dai santuari della politica. E’ come se si fosse resa operativa (per fortuna solo metaforicamente) quella disgraziata affermazione attribuita a Goering: quando sento parlare di cultura mi corre la mano alla Luger. O giù di lì.  Purtroppo mi capita specularmente che quando sento parlare di politica mi corra la mano alla penna. Non è stato sempre così. Tanto per esser chiari Almirante, Rauti o Romualdi, ne cito tre per tutti, avevano la statura per brillare di luce propria come intellettuali. Scelto l’impegno politico a quello si sono dedicati (l’efficacia e la coerenza poi ciascuno la individua come meglio crede) ma sarebbe stato impossibile chiedere loro un impegno culturale di livello adeguato. Anche se la loro attenzione per il “laboratorio culturale” non venne mai meno, anche se hanno prodotto, in particolare Rauti, notevole quantità di pubblicazioni.  Non mi pare si tratti di nostalgismo romantico. Il mio vuol essere un giudizio di valore. Era la qualità ad essere diversa. Ma non solo la qualità del vertice.

Scrive Mancinelli in un post al mio articolo: «Avveniva esattemente il contrario. La base militante (quasi mai di destra) era completamente slegata dai vertici, dai processi sclerotizzati, ed accelerava il dibattito culturale e le scelte metapolitiche,  nonché gli effetti “di strada”, sia rispetto ai vertici del partito ma anche rispetto all’elettorato di riferimento altrettanto sclerotizzato».

Personalmente facevo parte della base  anche se collaboravo col Secolo d’Italia e con qualche altro giornale e quindi non ho mai avvertito la cesura, anche perché il vertice si rendeva prossimo e lo raggiungevi facilmente. Non intrattenevo rapporto alcuno col vertice, né lo cercavo. Ma ne esisteva la disponibilità per me come per tutti. Negli anni settanta, in pieno terrorismo, Almirante arrivava in via Milano guidando personalmente la sua “prestigiosa” FIAT 126 bianca, da solo, scriveva il  fondo per il giornale e se ne andava: né scorta, né tantomeno guardie del corpo. Si trattava del segretario del quarto partito italiano. Ed anche questa non la definirei visione romantica. Potete interpretarla come volete ma qui è la qualità ad essere diversa. Rauti trascorreva il proprio tempo letteralmente in mezzo ai “suoi” ragazzi. Non ha mai voluto filtri. Oggi si spende ancora in una puntigliosa contrapposizione a Fini, il quale risulta paradossalmente sostenuto proprio dai quadri che Rauti stesso aveva formato. Misteri della politica.

La politica e la cultura, benché contigue, vivono di regole diverse. Ribadisco: non ho mai ritenuto possibile la sovrapposizione tra  “l’eventualità” del momento politico e l’assoluta libertà della quale necessita il momento culturale. Così se è vero che ogni intellettuale ha per sua stessa natura una “curiosità” politica, l’asserzione reciproca appare oggi molto meno fondata, al limite delle falsificabilità, è anche vero che nessun intellettuale autentico baratterebbe la propria libertà e con la foschia indecifrabile dentro la quale s’agita l’azione politica. E’ un passaggio importante da ricollegare al “tradimento dei chierici” d’inizio novecento. Nel quale, tra l’altro, i “Campi Hobbit”, che ritornano spesso nel dibattito, apparivano come uno dei tentativi di omologazione, esperiti  in quella visione assembleare e collettivistica che nel periodo andava tanto di moda. Una risposta in chiave eminentemente politica, da destra, con qualche apertura alla cultura, alla prima sempre comunque subordinata. In ciò individuo il richiamo ad una favolosa epoca romantica a metà tra Woodstock e il campeggio scout condito con dibattiti e giochi. Ideati da Generoso Simeone con il terzo, più cospicuo firmato da Umberto Croppi. I termini “destra- sinistra” sono esemplificazioni entrate a forza nel nostro linguaggio senza che avessero particolare significato. Tanto per fare gruppo. Mi pare quindi inutile l’etichettatura perché il codice era inesistente. Il collegamento alla rivoluzione francese lo rimandiamo ad altra sede. Si era di destra o di sinistra perché si semplificava la definizione. Ed è conseguente che non mi preoccuperei dell’elettorato, etichettato, quanto della gente o del popolo del quale mi sento parte e verso il quale avverto una grande responsabilità. Perché le parole sono macigni, ed hanno una loro sacralità. Trepido per la deriva presa dal popolo del quale faccio parte, seguendo la quale naviga privo di coscienza, utilizzato dai molti, troppi “paraculi” che lo usano per il proprio tornaconto quasi mai commendevole. Perdonatemi, ma tutte le persone con le quali negli anni della “casetta” entravo in contatto mostravano, invece, di avere antenne molto ricettive, e grande autonomia di giudizio, sarà perché costrette dall’isolamento nel quale vivevano, vuoi per la forte idealità che allora le sosteneva, non esistevano quelle cadute di stile diventate successivamente abituali. Questo anche per gli amici poi entrati in politica. Comunque molto meno “nostalgici” di quanto agli avversari non fosse comodo far credere. I nomi erano molti, oggi di meno, ed eccellenti, ciascuno con la propria caratteristica, come richiesto ad ogni intellettuale autentico. Non esistevano “addetti ai lavori” e, cosa che succede in un popolo degno di questo nome,  ciascuno poteva dire la sua, certo, utilizzando gli strumenti di cui si era dotato. Il dibattito esisteva, in modo diffuso a tutti i livelli. Anche oggi esiste, ma è riservato a pochi, con “gli elettori” concentrati a non perdersi ogni puntata del grande fratello. Tra le maglie del quale mimetizzano con grande perspicacia la propria autonomia di giudizio.

C’è poi l’enorme tragedia degli anni di piombo, nei quali vittime attive e passive  furono coinvolte in un meccanismo che stritolò vite e famiglie. Turpe disegno del quale ancora ci sfuggono i contorni. Hai voglia ad analizzarla politicamente. È proprio qui che la politica mostra tutta la propria insufficienza. Vi fu una lunga eclissi della ragione, non credo casuale (ma è una mia opinione) della quale ancora qualcuno si deve profondamente vergognare. E, tanto per essere chiari, non sto pensando ai ragazzi d’allora coinvolti in qualcosa di più grande di loro, ma a coloro che in quegli anni detenevano il potere dello stato democratico. E il fatto che nessuno ancora dei personaggi sempre a galla che veleggiano allegramente trasferendosi da questo all’altro schieramento, non di rado con l’etichetta di cattolico D.O.C.,  ne abbia avvertito l’esigenza morale mi rafforza sempre più nell’idea che si trattasse di gente dalla quale stare alla larga, da collocare persino un gradino al di sotto del mafioso o del camorrista per i quali almeno esiste un codice d’onore.

Un ricordo personale. Tanto per aiutare a capire. Quando ci si rese conto che, in seguito all’assassinio di Angelo Mancia, le indagini languivano fu organizzata una manifestazione nella zona di piazza Tuscolo a conclusione della quale, con alcuni copertoni, fu bloccata via Appia. Non più di cinque minuti. Tre giorni dopo vennero arrestati, non i presunti assassini, come vi aspettereste, ma due degli intellettuali più coraggiosi nel panorama romano, cattolici, questi sì, autentici, come testimonia la loro intera esistenza, fautori oltretutto della nonviolenza, che avevano partecipato alla manifestazione, e vennero lasciati marcire in galera, in attesa di giudizio, per mesi e mesi, con l’accusa di blocco stradale.  Neanche questo mi pare romanticismo postdatato. Erano i tempi.

Apro parentesi. Quello del rapporto del fascismo prima e dell’M.S.I. poi col cristianesimo è un capitolo a parte, non abbastanza studiato. Vale come impegno per i prossimi appuntamenti. Chiudo parentesi.

Non rinnegare, non restaurare  andava in quegli anni e fascismo senza Mussolini o neofascismo erano le formule con le quali si veniva individuati ad excludendum. Ricordiamo tutti il linciaggio a cui fu sottoposto Renzo De Felice quando tentò di argomentare una visione non convenzionale, difforme da quella obbligatoria in quegli anni, conservata, in parte, anche negli attuali. Molte volte Almirante si lamentò perché trovava molti freni, all’interno dell’ M.S.I., alla trasformazione che avrebbe voluto operare in chiave democratica e, a riguardo, Fini dichiarò che, qualora fosse toccato a lui, non avrebbe guardato in faccia nessuno.  Questa è una delle chiavi per interpretare Fiuggi. Ma ho la netta impressione che Almirante intendesse altro da quello che poi è avvenuto. Considero Fiuggi un incidente politico, ma solo politico, perché per il resto il dibattito ha agilmente scavalcato quel passaggio proseguendo, senza fare troppo chiasso, verso la definizione di un’Italia in chiave postfascista.  E abbiamo dovuto attendere il bel romanzo del compagno, stalinista dichiarato, Antonio Pennacchi per averne conferma.

Giuseppe Di Gaetano

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