Ma quale terzo polo? In Sicilia si va oltre

Nicola Piras

Oggi le mie parole
sono schegge di pietra.
E vorrei
che ferissero
al cuore
la violenza.

Dino D’Erice
(
pseudonimo di Cataldo Grammatico, poeta
storico leader del Movimento Sociale Italiano in Sicilia)

Lo chiamarono milazzismo, dal nome del democristiano Silvio Milazzo [nella foto], eletto presidente della Regione Sicilia con i voti del PCI e del MSI. All’esordio della democrazia in Italia, correva l’anno 1958, in quello splendido laboratorio culturale che fu la giunta siciliana, si sperimentarono sintesi, seppur contingenti ed effimere, dall’indubbio valore.

Oltre la retorica e l’esaltazione acritica, tipica in un certo ambiente, di qualunque fenomeno riesca a infrangere la dialettica destra-sinistra è fuori questione che le mere convinzioni, o convenzioni, ideologiche debbano cedere il passo ai “più superiori interessi”, espressione coniata dal comunista Mancuso e dal missino Grammatico per descrivere il senso politico di quella giunta, della collettività. O se si vuole della comunità, termine caro alla destra “dura e pura” che nei fatti però ne rompe il senso organico volendo, oltre ogni misura e artificiosamente, spaccarla con la dicotomia progressismo-conservatorismo.

Dare un giudizio sulla giunta Milazzo, lodandone comunque le intenzioni, è impresa ardua sia per i risultati che per la durata. Ma si deve riconoscere in quei momenti il profondo senso del dovere nei confronti del popolo siciliano, che “andò oltre” lo steccato ideologico. Rompere lo schema politico in nome di più alte vette etiche è già di per se encomiabile, farlo spazzando via le diffidenze storiche tra comunismo e fascismo, o meglio tra comunisti e fascisti, è un atto nobile.

Sulla stessa linea d’onda si mosse il politico missino Beppe Niccolai che le parole evocative di Umberto Croppi descrivono come «un comunista che aveva aderito al fascismo repubblicano» o meglio come «un comunista che riteneva che il fascismo fosse una attuazione del socialismo».

Si rese celebre per aver fatto votare alla direzione nazionale dell’MSI un documento contro i potentati economici acquisito dal comitato centrale del Partito Comunista. Non certo per amore della beffa ma per mostrare, sempre nelle parole di Croppi, come pregiudizi ideologici impediscono a volte convergenze su temi condivisi.”

Ma il capostipite di tale scuola di pensiero può essere scorto di certo in Nicola Bombacci, che con l’ossimoro più bello del 900 fu chiamato “comunista in camicia nera”.

Comunista della prima ora fu poi fascista dell’ultima, morto come nato nel solco del socialismo, si identificò quale “apostolo della socializzazione”.

Accostamenti indebiti sono tipici di ragionamenti poco accurati, sofismi e filosofemi plebei fanno scorgere identità nell’alterità per compiacere quando non il proprio ego, il proprio interesse. Ma non credo sia ardito far rientrare nella contraddizione, contrazione di destra-sinistra, appena descritta l’esperimento di Lombardo in Sicilia.

Gli elementi, anche ideologici, sono combinati in tale modo da rompere lo schema statico e far confluire identità diverse in una sola soluzione. Autonomisti, democristiani, finiani e democratici andranno a formare, nelle ipotesi ormai sempre più concrete, il quarto governo della regione, sotto Lombardo, in questi due anni.

Chiaramente lo scandalizzato schiamazzare dei trinariciuti della politica, Di Pietro si erge a capo popolo, non deve offuscare questa prova di indubbio coraggio. Le endemiche difficoltà di questo percorso sono nulle di fronte agli enormi problemi della Regione che annulla le differenze politiche in nome di nemici comuni quali la mafia, l’arretratezza socio-economica, la cementificazione.

Si vedrà nei fatti quanto valore potrà avere simile commistione, se agirà nel culto della Sicilia o nel culto del proprio orto.

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