Lo psuedo-Fini di Mirabello

miro renzaglia

.Che fosse proprio il Gianfranco Fini che ho conosciuto io, quello che ieri ha parlato a Mirabello, e che per decenni ha riproposto con costanza la stessa identica immagine di se stesso, non ci giurerei. Un Fini abile a smarcarsi dall’accerchiamento politico e mass-mediatico che l’ha tenuto in scacco dal 29 luglio (data della sua espulsione dal Pdl) a ieri, senza cedere di un millimetro dalle posizioni espresse negli ultimi due anni, era di là da ogni mio sforzo di immaginazione.

Un Fini capace pure di emozionarsi quando, alla fine, ha conciso il senso di quel che stava a fare con il detto di Ezra Pound, che in origine suona così: «Se qualcuno non ha il coraggio di rischiare qualcosa per le proprie opinioni, o le sue opinioni non valgono niente o non vale niente lui» e che lui ha storpiato un bel po’ nella forma, lasciandone pur tuttavia intatto il senso; un Fini così – dicevo – proprio non lo contemplavo nemmeno nelle ipotesi più remote della mia mente.

Ma quello di ieri non era Fini. Non il Fini che ho conosciuto io, almeno. Non poteva e non può esserlo. Io ho conosciuto un freddo burocrate giovanile allineato e coperto alle direttive del Capo: Almirante. Così come lo è stato, poi e fino a pochi anni fa, di Berlusconi. Il cinico rappresentante di se stesso, senza ideali,  all’opera di costruzione della sua personalissima carriera. Il Fini di ieri, invece, ha con ogni probabilità rinunciato al progetto di sé sposandone un altro che rinvia all’infinito del verbo essere qualsiasi ipotesi di successo personale. Si può credere a una così radicale trasformazione?

Forse sì, se consideriamo che c’è chi le palle le mette fuori a 13 anni, chi a 20, chi mai e chi le tira fuori dopo i 50. Non è una questione di scelta. Come diceva Lucio Battisti:  «è una questione di cellule». Può Gianfranco Fini essere incorso nell’ultima ipotesi di tardiva produzione pubere? Aspettiamo verifiche.

Nel frattempo, però, prendiamo atto di alcune cose dette dallo pseudo-Fini.

La prima. La coalizione di governo, adesso, ha tre soggetti partecipativi: quel che resta del Pdl, la Lega e Futuro e libertà. Quest’ultima chiede di partecipare attivamente e con facoltà critica nel percorso di realizzazione del programma di Governo. Può Silvio Berlusconi negargliela? No, non può e per un motivo molto semplice: se rifiutasse gli verrebbe a mancare la certezza matematica di avere i numeri per governare. L’alternativa, sarebbero solo le elezioni anticipate, dall’esito incerto soprattutto al Senato. Se lo può permettere Silvio Berlusconi di correre questo rischio? No – di nuovo – non può. Per tanti e tanti motivi. A cominciare dalle sue questioncelle con la giustizia. E su questa questione Fini è stato geniale, dicendogli: tu hai il diritto-dovere di governare, perché hai il mandato degli elettori e io sono pronto a sostenere una iniziativa legislativa, il lodo Alfano, che tuteli la figura del Capo del Governo, finché – attenzione – sei capo del governo. E su questo punto, il signor “ghe pensi mi”, sarà costretto a farsi due conti. Disinnescato, quindi, il progetto di un ritorno in tempi brevi alle urne, a tutto vantaggio di un nuovo partito, FL, che di fatto già c’è ma che Fini ha avuto l’accortezza – secondo colpo di genio –  di non annunciarne la nascita. Lasciando al Cavaliere il cerino in mano: tu vai alle urne e lo scudo giudiziario te lo scordi…

Secondo. Il Pdl non esiste più: c’è solo una Forza Italia allargata ai colonnelli dell’ex An e al loro entourage. Futuro e Libertà, invece, raccoglie, sì, il nocciolo duro dell’ex An ma si allarga già, con gli esponenti parlamentari che ne hanno segnato la nascita, a ipotesi trasversali. Vivaddio: nasce una formazione politica (non ancora un partito) capace di rompere gli steccati di destre&sinistra e di riconoscere il “bene comune”, più volte citato nel discorso dello pseudo-Fini, al di sopra del bene di parte e finanche di quello particolare. Una formazione (non ancora un partito) capace di cavalcare, magari non una tigre ma molti destrieri: soprattutto quelli dei diritti civili che raccolgono adesioni trasversali. E’ una ventata di aria fresca nelle stive di un’Italia abituata, da un quindicennio di berlusconismo e dagli intervalli impotenti delle sinistre, a soffrire nell’angusto del privilegio privato: dove la traduzione del termine antico “privato”, soprattutto se accompagnato dal sostantivo “interesse”, sta per idiotes: idiota.

Tutto bene, quindi, quel che si è potuto intravedere nel discorso di Mirabello? Ma no, certo. Quando, giustamente, lo pseudo-Fini ha affrontando il tema dell’economia, sottolineando la strana assenza di questa voce nei famosi 5 punti della ripresa governativa, ed è entrato nel merito della proposta, tutto è rimasto  dentro la logica iperliberiata dominante.

Sì, è vero: in qualche modo ha cercato di salvare capra e cavoli con un richiamo generico alla “giustizia sociale”, al “soccorso delle famiglie”,  ai “tagli lineari” (cioè senza discrimine di opportunità)  operati dal ministro Giulio Tremonti, all’assurdo di un precariato senza fine. Se avesse voluto veramente fare un salto di qualità alternativa, avrebbe dovuto ricordarsi, ricordare e rilanciare quella che per i decenni del vecchio Msi è stata la prima proposta del gruppo parlamentare ad ogni rinnovo di legislatura: le leggi di applicazione dell’articolo 46 della Costituzione repubblicana che così recita: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».

Qualcuno, in tempi non propriamente democratici, la chiamava “socializzazione delle imprese”. Oggi è invalso l’uso di chiamarlo, molto democraticamente, “modello Volkswagen”. Stessa roba. Ma lo pseudo-Fini non se ne è ricordato. L’avesse fatto – ve lo giuro – mi avreste dovuto incatenare ad un termosifone, come il Bobo di Staino in una sua celebre vignetta,  per impedirmi di correre ad abbracciarlo.

Tanto, che me ne frega: quello di ieri, mica era il Fini che ho conosciuto io…

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