La rivoluzione corporativa

Luca Leonello Rimbotti

Se per decenni la storiografia antifascista si era divertita a ridicolizzare il corporativismo fascista, riducendolo a mistificazione tutta teorica e priva di retroterra sociale, oggi le cose stanno diversamente. Al Fascismo e al suo disegno di uno “Stato nuovo” incentrato sulla rappresentanza delle categorie e quindi sul funzionamento della corporazione come organo dello Stato, come associazione pubblica e non più agenzia di interesse privato, si riconosce lo spessore di una volontà innovatrice che, in Italia, ha avuto scarsi e certo nessun precedente di tale portata. Il riformismo fascista, infatti, dispiegatosi lungo un paio di decenni, alla fine diventa rivoluzione in senso proprio, poiché dello Stato del 1922 – liberale, parlamentarista, partitocratico, in balìa di poteri forti non condizionati dal politico, preda della dittatura padronale anti-operaia e anti-rurale – nel 1939 non vi è più traccia alcuna.

A quella data, in cui entrò in funzione la Camera dei Fasci e delle Corporazioni (che realizzò l’antico disegno dannunziano di inserire il lavoro nello Stato, secondo la Carta del Carnaro) il Fascismo fu definito da Mussolini in persona come “appena agli inizi” della sua storia. Vogliamo dire che la guerra colse il Regime in una fase niente affatto di stanca o di declino (come sostengono certi storici che ragionano col senno di poi), bensì di pieno slancio rinnovatore e di operante volontà di erigere lo Stato totalitario nazionale-popolare. In quel momento il nuovo Stato, dopo un lunga fase di riformismo (Carta del Lavoro, Magistratura del Lavoro, Gran Consiglio, Milizia, etc.), introdusse istituti (si pensi solo alla Carta della Scuola di Bottai, risalente allo stesso 1939), mise mano a politiche concrete (si pensi all’assalto al latifondo e al nuovo regime di piccola proprietà contadina, che si andava realizzando nel Meridione), operando in profondità nel costume, nell’ideologia, nella visione del mondo italiana: e allora pensiamo solo alla “polemica antiborghese”, che alle soglie della guerra del 1940 mise il Fascismo all’avanguardia nella lotta mondiale contro il capitalismo cosmopolita, borghese e internazionalista.

Il disegno di pervenire alla “civiltà dei produttori”, nella quale l’operaio e il contadino, l’artigiano e il piccolo impiegato avrebbero avuto il medesimo onore sociale del dirigente o del possidente, non rimase affatto sogno cartaceo, ma incise a fondo nel tessuto sociale e istituzionale italiano. La liquidazione della lotta di classe come luogo dell’egoismo sociale fu un fatto compiuto con realizzazioni come la Magistratura del Lavoro, la creazione del Ministero delle Corporazioni e l’introduzione nel 1934 (lenta, faticosa, ma alla fine reale) delle ventidue corporazioni. Il lavoro come soggetto politico protagonista. L’interesse privato fatto coincidere con quello pubblico. La rappresentanza non solo in base alla territorialità (come la vecchia Camera dei deputati), ma anche in base all’appartenenza alle varie categorie del lavoro: bastano questi pochi cenni per comprendere in che misura il Fascismo fu al contempo il superamento radicale tanto del liberalismo, quanto del comunismo, considerati in blocco come espressioni dell’individualismo e dell’egoismo sociale.

I vecchi storici faziosi solevano obiettare che ai discorsi e alle fervide polemiche ideologiche sul corporativismo non corrispose una reale rivoluzione sociale. Che insomma si fecero molte chiacchiere, ma poca sostanza. Come se, per dire, in Russia si fosse realizzato il comunismo egualitario, oppure nella Quinta Strada la democrazia…Il corporativismo fu dunque un semplice bluff? «Rilevare la discrepanza tra programmi e realizzazioni non dovrebbe comportare, di per sé, un giudizio riduttivo sul fascismo», scrive Alessio Gagliardi nel suo recente Il corporativismo fascista (Laterza). E dice bene: con lo stesso ragionamento dovremmo appunto giudicare la gerontocrazia repressiva sovietica e i criminali governi persecutori del comunismo mondiale come tragiche applicazioni dell’ideale marxista, oppure l’enorme scarto fra pochi ricchi e molti poveri che esiste in Occidente come un’atroce parodia dell’uguaglianza democratica. Certo, nonostante questo bisogna giudicare un’ideologia o un governo dai risultati. E il corporativismo fascista conseguì risultati sonanti: esso fu al centro del pensiero moderno, che intese bilanciare i poteri e gli interessi della società complessa: «La questione del corporativismo – scrive Gagliardi – si raccorda direttamente al problema centrale della politica moderna: il problema di come conciliare la pluralità di interessi presenti nella società con la costruzione dell’unità di comando dello Stato». Il Fascismo fu dunque nel fuoco della sua epoca, non ai margini. E formulò risposte che destarono l’interesse di tutto il mondo, in quegli anni che vanno dal 1926 (costituzione del Ministero delle Corporazioni) al 1936 (interruzione del dibattito corporativo per l’irrompere della politica estera). Anni nei quali gli studi e le realizzazioni con cui il Fascismo impegnò molte tra le sue migliori energie (da Bottai a Panunzio, da Volpicelli a Spirito, a Costamagna ad Arias, a Rossoni) furono attentamente studiati un po’ ovunque. Ed è fin troppo noto che il New Deal rooseveltiano non fu che l’interpretazione americana del corporativismo fascista.

«L’esperimento corporativo – ribadisce Gagliardi – si caratterizzò per due aspetti peculiari e pienamente innovativi: da un lato, il carattere istituzionale di quella partecipazione…dall’altro la compartecipazione delle organizzazioni degli interessi al processo decisionale vero e proprio, vale a dire alla formulazione di leggi e decisioni politiche». Le corporazioni, insomma, lungi dall’essere una semplice facciata, misero il lavoro nel circuito della decisione politica: troviamo qualcosa di simile nel comunismo, dove i soviet furono praticamente liquidati già Lenin vivente, oppure nelle Trade Unions anglosassoni? Troviamo esempi simili, in Europa o nel mondo, di decisionismo sindacalista gestito come istituzione nazionale solidale e non come centro settario di lotta per la difesa dell’interesse di classe?

Certamente non furono tutte rose e fiori. Molto dello slancio sindacale, ad esempio, venne smorzato dal 1928, con l’emarginazione di Rossoni e dei sindacalisti integrali; molto si perse nel non prendere nella giusta considerazione teorie radicali, come quella di Spirito che, se attuata, avrebbe semplicemente estinto il capitalismo attraverso la proprietà aziendale dei mezzi produttivi delegata alla corporazione. E molto ci sarebbe anche da dire su certe decisioni della Magistratura del Lavoro, non sempre libere dai condizionamenti dei poteri forti dell’epoca. Ma, in sede di storiografia, posizioni come quella di Gagliardi qui segnalata ci lasciano comprendere che il corporativismo fu l’unica rivoluzione italiana mai passata dal sogno alla realtà, fu l’unico sistema che attaccò il prepotere capitalista attraverso l’ingresso della rappresentanza operaia nel circuito legislativo. Fu l’unico ideale sociale che infiammò un’intera generazione, avendo dalla propria parte il potere politico. Poiché – così ci dice la storiografia odierna – il Fascismo sarà stato anche violenza: ma che dire della rivoluzione russa? Sarà stato anche ossequio ai “padroni”: ma che dire del liberalismo? Fatto sta che, lo diciamo con le parole di Gagliardi, «nel fascismo, d’altra parte, il momento della distruzione, della violenza e della repressione fu sempre inscindibilmente saldato e sovrapposto a quello della costruzione di norme, procedure, apparati nuovi». Questa fu la rivoluzione italiana, altro che “male assoluto”…

Luca Leonello Rimbotti

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