Incidenti sul lavoro. Non sono morti bianche ma omicidi

Piero Sansonetti

Domani a Pergine, in Provincia di Trento, prenderà via il primo “Festival Nazionale della Sicurezza sul Lavoro”, organizzato dall’Associazione di Promozione Sociale “Elmo”, con l’Adesione del Presidente della Repubblica. Scopo della kermesse: prevenire, informare, comunicare la cultura della sicurezza dagli esperti in materia al vasto pubblico. Fra i relatori, Piero Sansonetti. Quello che segue è l’articolo che uscirà domani, 17 settembre,  sul settimanle da lui diretto Gli Altri. E’ qui postato in anteprima per sua gentile disponibilità.

La redazione

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OMICIDI. NON “MORTI BIANCHE”
Piero Sansonetti

«Amò quella volta come se fosse l’ultima / Diede un bacio alla sua donna come se fosse l’ultimo / E ad ognuno dei suoi figli come se fosse l’unico / E attraversò la via con il suo passo timido / Salì sulla impalcatura come se fosse macchina / Costruì sul solaio quattro pareti solide / Mattone su mattone in un disegno magico / I suoi occhi imbottiti di cemento e lacrime / Sedette a riposare come se fosse sabato / Mangiò riso e fagioli come se fosse un principe / Bevve e ebbe il singhiozzo come se fosse un naufrago
Danzò e rise come se ascoltasse musica / E inciampò nel cielo come se fosse ebbro /
E fluttuò nell’aria come se fosse un passero / E finì per terra come un sacco flaccido / Agonizzò nel mezzo del marciapiede pubblico / Morì contromano intralciando il traffico.»

Sono i versi (tradotti) di una canzone, che io trovo bellissima. E’ una canzone di Chico Buarque de Hollanda, cantautore brasiliano. In Italia la cantò qualche volta Ornella Vanoni. Chico Buarque e Ornella Vanoni sono stati (e sono) due artisti famosissimi, nei loro paesi e fuori. La canzone della quale vi stiamo parlando è molto, molto meno famosa. E’ del 1971, ma non fu mai trasmessa dalle radio ufficiali. Né in Italia né in Brasile. Piaceva poco. E’ sempre piaciuta poco, ai governi, la denuncia degli omicidi sul lavoro. Nel 1971 in Brasile c’era il fascismo. Era al potere una giunta militare guidata dal generale Emílio Garrastazu Médici. In Italia invece c’era un governo largamente democratico, guidato da Emilio Colombo, leader tra i più pacifici e liberali della Democrazia Cristiana (oggi, ultranovantenne, vive tranquillo nella sua Lucania e fa il tifo per il partito democratico). Eppure di fronte alle morti sul lavoro non c’era molta differenza tra un regime illiberale e feroce come quello brasiliano e la placida Dc.

Nel 2010 – quarant’anni dopo quella canzone – le morti sul lavoro sono diminuite, sia in Italia che in Brasile. Ma le cifre che riguardano questa strage sono ancora altissime. L’Inail sostiene che nel 2009 i morti sul lavoro in Italia sono scesi  del 3 o 4 per cento sull’anno precedente, attestandosi sulla cifra di 1050. Che in ogni caso vuol dire, in media, quasi tre morti al giorno. Ai morti poi si aggiungono i feriti, una parte dei quali resta invalida ed ha la vita spezzata: sono diverse centinaia di migliaia. Più di mille al giorno. L’Inail è l’ente di stato preposto all’assistenza dei lavoratori che si infortunano o perdono la vita. Molti sindacalisti sostengono che le cifre reali della strage sul lavoro sono molto più drammatiche.

L’Italia, tra i paesi europei, è ai primi posti nella classifica della mortalità sul lavoro. In media ci sono 2,5 morti ogni 100 mila occupati. A questa statistica sfugge tutto il comparto del lavoro nero, che in Italia è molto più grande rispetto ad altri paesi europei. La media europea dei morti sul lavoro è di 2,1 ogni centomila occupati. Ma i paesi più moderni, come ad esempio la Germania e la Gran Bretagna, hanno una media che oscilla tra l’1,3 e l’1,5. Poco più della metà, rispetto all’Italia.

Quello che colpisce è la sproporzione tra le cifre e la “percezione”del problema, come si dice nei nuovi linguaggi sociologico-politici. Vediamo come stanno le cose.

Dovete sapere che ci sono alcuni leader della lotta contro le “morti bianche”, come per esempio Marco Bazzoni (operaio metalmeccanico toscano che ha dedicato la sua vita intera a questa battaglia) i quali chiedono a gran voce ai giornalisti di non usare più il termine “morti bianche”. Dicono: “morti bianche” è una espressione che accredita la casualità dell’incidente. E infatti spesso si dice: “incidente sul lavoro”. Non è così: la stragrande maggioranza degli incidenti non sono affatto incidentali: sono omicidi. Quantomeno omicidi preterintenzionali. Nel senso che dipendono dalla assenza di misure di sicurezza. E questa assenza è decisa, consapevolmente, dal datore di lavoro, il quale in questo modo risparmia, cioè riduce il costo del lavoro. Dice Bazzoni: «Per piacere, chiamateli omicidi».

Ecco, appunto, chiamiamoli omicidi, e torniamo all’affare della percezione. Se li equipariamo agli altri omicidi (quelli per mafia, quelli per piccola delinquenza, quelli familiari) scopriamo che gli omicidi sul lavoro sono – come categoria di omicidio – non solo al primissimo posto, ma sono più del doppio di tutti gli altri omicidi. Addirittura – se mettiamo tra parentesi gli omicidi familiari – gli omicidi sul lavoro sono quattro volte la somma di tutti gli altri omicidi messi insieme , cioè quelli sui quali ogni volta giornali, partiti, governi, costruiscono le grandi campagne di opinione pubblica sulla cosiddetta “sicurezza”. E per combattere gli omicidi di “mala” si impegnano circa 350 mila persone (tra carabinieri, poliziotti, finanzieri eccetera) e in più si propone l’istituzione di milizie private; mentre per combattere gli omicidi sul lavoro (che sono quattro volte di più) si impegnano circa 900 ispettori del lavoro, i quali per altro sono privi di strumenti, di tecnologie, di automobili, di poteri, eccetera.

Capite cosa intendo dire quando uso la parola “sproporzione”?

A cosa è dovuta questa sproporzione? A un fattore semplicissimo: l’interesse del sistema economico e di chi lo domina. Oppure potrei addirittura riassumere tutto con una sola parola: mercato. E’ il mercato che impone  la riduzione del costo del lavoro, e spesso, per ridurre il costo del lavoro, la via più semplice è ridurre la sicurezza. Il mercato stabilisce che c’è un limite sopportabile di morti sul lavoro, che questo limite, in Italia, è 3 al giorno, ed è giusto che sia un po’ sopra il limite tedesco e britannico (che è di 2 al giorno) perché in Germania e Gran Bretagna ci sono altri sistemi per migliorare i profitti. Il regime di libera concorrenza prevede questo equilibrio. Guai a romperlo.

Come si risolve il problema? C’è un solo modo: chiedendo alla Stato di intervenire. Il futuro di una civiltà come la nostra sarà solido solo se riusciremo a compere questa operazione: fortissima riduzione della presenza dello Stato in ogni settore della vita civile, tranne uno: il lavoro, i rapporti di lavoro, la costruzione del reddito. Si tratta di modificare la ricetta del passato, che era: libertà economica grande, libertà personale piccola. Anzi, di rovesciarla. E’ la sola via di salvezza non solo per la nostra civiltà, ma per lo stesso capitalismo.

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