In morte del lavoro

Fabrizio Fiorini

Una vecchia storiella dissidente sovietica racconta di un immaginario Napoleone in viaggio a Mosca: viene portato a visitare un ufficio del Kgb, e commenta: “con un servizio segreto così non avrei mai sottovalutato i rischi della battaglia di Waterloo!”; poi viene condotto in una caserma dell’Armata rossa, e meravigliato esclama: “con un esercito così non sarei mai stato sconfitto nella battaglia di Waterloo!”; infine al condottiero francese viene fatta visitare la redazione della Pravda, ed egli prorompe: “con un giornale così, nessuno avrebbe mai saputo che ho perso la battaglia di Waterloo!”. Ecco, se oggi invece questo Napoleone a-temporale visitasse una sede dell’Inps o dell’Inail della sgangherata Repubblica italiana, direbbe che nella battaglia di Waterloo i feriti e gli infortunati avrebbero invidiato i morti.

Quando si elencano le (numerose) opere lodevoli e popolari messe in atto dal regime fascista, si corre sempre il rischio di sprofondare nel patetico: sembra quasi che si senta il bisogno di giustificarsi, di fornire una controprova alla valutazione positiva di un periodo storico, di dover mettere qualcosa sul piattino positivo della bilancia, dando per scontato che quello negativo sia oberato dai più gravi e vergognosi carichi. Fatto sta che queste realizzazioni politiche rappresentano una incontrovertibile verità storica, nonché una manifestazione lampante dell’istituzionalizzazione in chiave socialista dei programmi politici dei fascismi europei. L’Inps e l’Inail ne furono due chiarissimi esempi.

Inizialmente costituiti con le denominazioni di Infps (Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale) e Infail (Istituto Nazionale Fascista di Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), furono in seguito alla sconfitta bellica de-fascistizzati, quanto meno nel nome, dato che conservarono per decenni immutata la loro missione sociale di tutela e sostegno ai lavoratori. I suddetti Istituti erano emanazione diretta dello spirito sindacalista rivoluzionario inveratosi nella Carta del Lavoro redatta da Carlo Costamagna alla fine degli anni Venti del secolo scorso, ed erano preposti all’attuazione della previdenza obbligatoria, all’assicurazione dei lavoratori sulle malattie e gl’infortuni e alla tutela dei lavoratori stessi nei periodi di maternità, di sospensione dal lavoro o di disoccupazione. Il principio alla base del loro funzionamento è semplice e lineare, nonché ispirato da una concezione realmente socialista, nazionale e comunitaria del popolo e della collettività lavoratrice: nel corso della propria vita lavorativa parte della retribuzione viene equamente destinata a un monte contributivo che sarà destinato alla tutela sociale dei lavoratori non solo dopo il pensionamento, ma anche in tutti quei casi della vita che potrebbero porlo in una condizione di disagio, come ad esempio la malattia e la disoccupazione. Tutto ciò indipendentemente dalla effettiva fruizione di tale tutela/indennizzo: il lavoratore che si ammala venti volte nell’arco della sua vita è tenuto a versare proporzionalmente la stessa somma di quello che non ha mai fatto un solo giorno di assenza dal lavoro.

Questo sistema si è protratto (così non verremo tacciati di “nostalgismo”) ben oltre la fine del regime che tali Istituti aveva patrocinato, ed è stato riportato – nonostante l’impetuosa crescita della burocratizzazione clientelare –  nelle istituzioni della Repubblica italiana nata proprio dalla sconfitta del regime.

Dalla fine del XX secolo è stata invece avviata una fase contraddistinta da una serie di c.d. “riforme” che hanno inficiato il funzionamento del sistema pubblico-previdenziale nazionale, non solo nei suoi aspetti più evidenti (ridimensionamento delle pensioni, posticipazione dell’età pensionistica, passaggio – questa volta sì: classista – dal sistema retributivo al sistema contributivo), ma anche attraverso mutazioni patologiche della stessa legislazione del lavoro che hanno reso di fatto limitate le misure previdenziali e assistenziali previste dallo Stato a tutela dei lavoratori.

Alcuni esempi. I contratti a termine – Assurti oramai a simbolo del cosiddetto “precariato”, i contratti a scadenza sono ormai una consolidata consuetudine che trascende dal bisogno straordinario di manodopera o dall’essere l’anticamera di un assunzione a tempo indeterminato. A causa di questo nuovo istituto giuslavoristico si sono manifestate nell’arco di pochi anni numerose nefaste conseguenze: a) i periodi di malattia e di infortunio – inseriti in un contesto in cui il rapporto di lavoro può avere la durate anche di poche settimane – comportano nella grande maggioranza dei casi una “condanna” nei confronti del dipendente a non vedersi rinnovato o prorogato il contratto; b) l’impossibilità di vedersi retribuito dall’Inps un periodo di assenza dal lavoro necessariamente prolungato, quale ad esempio è la maternità; c) l’impossibilità da parte del lavoratore di rendersi edotto dei propri diritti, proprio a cagione della brevità del rapporto di lavoro stesso: questo ultimo aspetto ha portato al notevole incremento statistico (dati Inail) delle “malattie professionali”. Con tale locuzione si intendono tutte quelle patologie – giuridicamente equiparate all’infortunio – che colpiscono il lavoratore a causa di incombenze logoranti e altamente faticose nell’ambito del lavoro svolto: se ad esempio la normativa sulla sicurezza sul lavoro prevede che un carrello al traino manuale non possa essere caricato con più di tre quintali, è perché le commissioni mediche dell’Inail o del Ministero del lavoro hanno previsto quel limite quale soglia di sicurezza per non compromettere la salute fisiologica del lavoratore; ma se sono un lavoratore trimestrale sbattuto in un capannone dopo una sbrigativa lezioncina sulle norme di sicurezza, verosimilmente non sarò al corrente di questa normativa, e anche se dovessi esserlo sarei portato a caricare il carrello con una tonnellata, per non contrariare il datore di lavoro e fare bella figura nella speranza di rinnovo del contratto. Però se si spinge per otto ore al giorno e per tre mesi un peso di mille chili, ci si spezza la schiena; non è un infortunio, non ci è caduto un carico addosso: all’infortunio è però equiparato (dall’Inail), e prende il nome quindi di “malattia professionale”, ormai divenuta l’infortunio del precario, delle fasce più deboli e non tutelate di lavoratori.

L’elusione/evasione contributiva – Nella regolamentazione del sistema retributivo dei lavoratori, trovano posto svariate modalità di corresponsione degli emolumenti che si manifestano nella busta paga sotto forma di molteplici “voci retributive”. Tra queste la prima in ordine d’importanza è la “retribuzione ordinaria”, che – al pari di straordinari, festività, etc. – corrisponde alla moltiplicazione delle ore lavorate per il compenso orario pattuito. Su tale retribuzione vengono calcolati appunto i contributi da versarsi (prevalentemente a carico del datore di lavoro) agli Enti previdenziali e assistenziali, Inps e Inail su tutti. Esistono poi altre “voci”, quali ad esempio l’ “indennità di trasferta” o l’ “indennità chilometrica” che in linea teorica andrebbero corrisposte ai lavoratori dipendenti che sono tenuti a spostarsi fuori dal territorio comunale in ragione delle proprie mansioni lavorative. Spesso tuttavia non è così, e tale forma di retribuzione viene corrisposta anche a chi di trasferte non ne compie alcuna: si verificano quindi dei casi in cui un operaio che resta per tutto il turno chiuso in fabbrica venga retribuito con 1200 euro mensili, si cui 700 quale retribuzione ordinaria, e 500 come indennità di trasferta. L’operaio in questione vede il suo “netto in busta” di 1200 euro ed è contento. Ma ancor più contento è il datore di lavoro, che “sa” che su tali fittizie indennità non si pagano né imposte né contributi; il vantaggio economico è quindi per lui notevole. Il lavoratore, invece, giunto all’età della pensione, si troverà a riscuotere un vitalizio calcolato sui 700 euro, e non sui 1200. E gli ispettorati del lavoro accettano tutto ciò tacitamente: sì, quegli stessi ispettori che vanno nei bar e fanno cinquemila euro di multa se il barista non indossa il cappellino, considerano del tutto normale che un lavoratore metalmeccanico o un impiegato contabile compiano ventiquattro trasferte al mese.

I contratti a chiamata – Conosciuti anche come “lavoratori intermittenti”, i lavoratori a chiamata sono nell’immaginario collettivo gli studenti che ogni tanto vengono, appunto, “chiamati” dal datore di lavoro per fare una serata il cameriere in pizzeria, o la consegna dei giornali di notte. Niente di più falso. Anche tale istituto si è diffuso in tutti i settori del lavoro nazionale, a chiamata sono anche gli impiegati negli uffici e gli operai nelle fabbriche. E’ sostanzialmente la legalizzazione del lavoro nero, che azzera di fatto le funzioni ispettive e sanzionatorie degli Ispettorati del lavoro. Se un lavoratore è presente sul luogo di lavoro sei giorni alla settimana e per tutto il mese, e in un particolare giorno si riceve un ispezione dell’ufficio del lavoro sarà sufficiente indicare come lavorativo quel singolo giorno sul registro delle presenze, e tutti gli altri possono essere tranquillamente retribuiti in nero (senza quindi contribuzione e assicurazione). Se inoltre – come spesso accade – di ispezioni non se ne dovessero ricevere, si può far lavorare un dipendente duecento ore al mese per un anno, e sostenere di non averlo “chiamato” mai. Se tutto ciò non dovesse bastare, a ulteriore dimostrazione del livello di subordinazione delle istituzioni alle criminali dinamiche del mercato, sono di recente stati istituiti i “buoni lavoro” (i cosiddetti “voucher”) che, oltre a essere una sostanziale legalizzazione del lavoro nero al pari dei contratti a chiamata, hanno di fatto restaurato l’istituto del cottimo: il buono lavoro viene infatti erogato al lavoratore per ogni “prestazione”, senza specificare se si tratti di un’ora, di un giorno o di un mese. Come si comporta l’ordinamento per tutelare i diritti di questi lavoratori che ultimamente vengono definiti, con un pietoso eufemismo, “atipici”? Con le consuete modalità che la democrazia capitalista impone: equità nell’enunciazione dei principi e rapina nella sostanza. Si consideri ad esempio la citata eventualità di infortunio sul lavoro: secondo la normativa al lavoratore a chiamata deve essere riservato lo stesso trattamento di cui godono i normali lavoratori dipendenti, e cioè devono vedersi erogare – in caso di infortunio –  un’indennità dall’Inail. Tutto bene quindi? Neanche un po’: la norma infatti specifica in séguito che tale indennità dovrà essere corrisposta al lavoratore relativamente al numero di giornate lavorative in cui questi sarebbe stato chiamato al lavoro dal datore di lavoro. E cioè: zero. Il lettore avveduto e avvezzo a queste brutalità non si scomporrà, ma intanto migliaia di famiglie diventano povere. Poi i socio-economistici vanno in tv a fare i pianti greci: “c’è la crisi, diamo sostegno alle famiglie”. E viene elargita qualche elemosina. Ma in sostegno alle famiglie basterebbe il ripristino del controllo dello Stato sulla vasca di pescecani; altro che social card.

Una campagna di massiccia disinformazione vuole relegare chi contesta questo stato di cose al rango degli insofferenti avvezzi al piagnisteo. O come li ha definiti un indegno ministro della passata legislatura “i bamboccioni”. Quelli che vogliono la pappa pronta, il posto fisso, il biberon caldo dell’assistenzialismo. Questa logica, volgare e infondata, va infranta. Il martello adatto allo scopo è il senso dello Stato, è la consapevolezza politica socialista e nazionale. Distanti anni luce dall’invidia classista che reclama un posto al banchetto della vita, auspicare che lo Stato intervenga non solo nella regolazione dei rapporti di lavoro, ma anche nella saldatura del vincolo che unisce indissolubilmente il lavoro alla nazione, alla comunità di destino. Vincolo che può essere stretto solo dall’unica economia possibile, l’unica che può condurre alla piena occupazione: quella socializzatrice, nazionalizzatrice, patrocinante il valore primario della politica su quello dei mercati e delle istituzioni statali su quelle bancarie. Il vero Stato quindi, contrapposto a quel sistema istituzionale a compartimenti stagni riempiti e svuotati a seconda delle fluttuazioni dei mercati e dei bisogni fisiologici del ventre molle della finanza. Quel vero Stato che – repetita iuvant – “siamo Noi”.

Fabrizio Fiorini

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