In alto a destra. Una stroncatura

Umberto Bianchi

L’articolo che segue è la palese dimostrazione dello spirito che anima Il Fondo: libertà di espressione anche a chi è su sentieri di aperta contestazione alla sua linea politica ed editoriale. Gioverà appena ricordare che il direttore di questo magazine, Miro Renzaglia, è tra gli autori del volume che qui viene radicalmente e ferocemente stroncato. Ovviamente, ci sarà da discutere.

La redazione

Ho avuto modo di leggere il lungo pezzo introduttivo di Giuliano Compagno sul libro In alto a Destra/Attorno a Fini: tre anni che sconvolgono la politica, rinnovando la mia meraviglia attorno a quanto da quest’ultimo scritto. Anche in questa, come in tante, troppe occasioni da oramai più di quindici anni, ciò che muove le riflessioni di una certa destra è uno sfacciato intento auto celebrativo, per altro non corredato da alcun serio motivo di reale soddisfazione.

Anzitutto il Nostro parte lancia in resta, per dirci che il loro è un libro di riflessioni collettive, lì messo a celebrare il rilancio di una certa destra che, di nazional populismo, terzaforzismo o formule eterodosse varie non sa proprio che farsene, anzi. Certo, loro rispettano le dolorose vicissitudini di un certo ambiente ma preferiscono aderire al più sicuro e meno impegnativo alibi del finiano “post ideologico” per rilanciare un modello di identità “liquida” conformemente a certa vulgata post moderna alla Zygmunt Baumann, per cui qualsiasi principio di identità viene rifiutato nel nome dell’ansioso sforzo di adattamento ai dettami di una quanto mai olistica ed onnicomprensiva globalizzazione.

Ed ecco qui sorgere quella destra “buona”, solidale anti razzista, che si scandalizza dei privilegi dei pochi a discapito dei molti, pronta a far aprire cuore (e tasche) dei cittadini all’invasione migratoria, nel nome del tanto osannato melting pot; quella stessa destra che dice di sentirsi lontana ed estranea al modello berlusconiano da cui dice di aver da sempre preso le debite distanze ideologiche. E’ proprio vero, in tempi di Globalizzazione spinta, può accadere che identità, collocazioni, programmi, vadano a confondersi nell’immane calderone del “politically correct” a cui certa destra ha deciso di aderire da quel dì e che poi, non la differenzia poi tanto da certa sinistra, lamentosa buonista e melensa.

Il tutto viene dato per scontato, quale evento prodotto da un fato la cui ineluttabilità viene posta a conditio sine qua non dell’agire politico (e culturale, prima di tutto, sic!) Ecco, è questo il dramma su cui si impernia l’intera vicenda di una certa area disomogenea, ma omogenea al contempo, degli ultimi quindici anni. Il superamento della dicotomia fascismo-antifascismo, la conseguente storicizzazione dell’esperienza del Ventennio, poteva avvenire anche in altro modo aprendo la strada ad una forma di nazional populismo adeguata ai tempi ed alle istanze del momento, in grado di conciliare la grande richiesta di cambiamento del quadro politico istituzionale da parte della società italiana, con il principio di identità. La ristrutturazione del sistema economico senza la venuta a meno della solidarietà e delle principali tutele sociali. Il rispondere alla scomparsa del bipolarismo globale, con una maggiore attenzione agli interessi nazionali e non a quelli sempre più debordanti del blocco atlantista. Il voler addivenire alla creazione di una formazione politica all’insegna di un nazional populismo o di un terzaforzismo, adeguati e rimodulati secondo le esigenze di oggidì (come successo nel Venezuela di Chavez) non significa essere a favore di pericolosi rigurgiti dittatoriali. L’essere contrari alle dinamiche imperialiste della politica nord americana e dei suoi attachè israeliani, non deve comportare l’immediato apparentamento con il terrorismo islamico né tantomeno con l’esperienza del nazismo. Una risposta chiara e netta alle sfide della globalizzazione, senza se e senza ma.

Oggi la vera sfida non è tanto tra categorie quali “destra” e “sinistra”, di bobbiana memoria, quanto tra chi la globalizzazione la accetta o meno, intendendosi con questo termine l’occidentalizzazione dell’intero orbe terracqueo all’insegna della tecno economia e di tutte le sue ricadute politico economiche. Destra e sinistra appartengono oggidì a quella dimensione archetipale dell’agire umano, e per ciò stesso sempre più slegate dall’agire politico, per cui si può benissimo essere di destra ed anti globali ed invece di sinistra e filo globali o viceversa.

Per addivenire a tutto ciò, all’interno di una certa area, sarebbe stato necessario però un chiarimento nei principi fondanti e nelle modalità dell’agire politico che, in verità non c’è mai stato, perché non si è mai voluto fare, preferendosi la scelta della supina accettazione al diktat del più forte del momento, cioè Silvio Berlusconi. Ora qualcuno potrebbe benissimo accusarmi di utopismo, malcelato nostalgismo o di spirito poco “pratico” e con una scrollata di spalle dribblare qualunque risposta in merito, proprio nel nome di quella concretezza che, almeno apparentemente, certe considerazioni sembrano voler allontanare da sé. Concretezza.

Strano a dirsi, ma da quindici anni a questa parte, cioè da quando è sorta la beneamata “seconda repubblica” (caratterizzata dalla presenza sul proscenio di un Silvio Berlusconi supportato alla grande dai nostri “neo destri”) il livello di benessere  dell’Italia è andato via via, irrimediabilmente scemando. L’introduzione della moneta unica europea (euro), non accompagnata da alcun serio controllo dei prezzi ha provocato il raddoppio dei prezzi al consumo, tenendo invece i salari e tutte le forme di pagamento legate a prestazioni lavorative, legate ai vecchi standard, provocando in tal modo un raddoppio dei prezzi ed un dimezzamento del potere acquisitivo dei cittadini.

Una politica di codina accettazione ai diktat della politica nord americana fa sì che l’italia sia oggi, dopo gli Usa, il secondo paese al mondo per il numero di uomini e mezzi impiegati in missioni estere, con un appesantimento della spesa pubblica i cui contorni sono a tutt’oggi poco pubblicizzati, al contrario dei tagli alla spesa sociale (quelli sì pubblicizzati, nel nome di uno strano modo di concepire il risparmio sulla spesa pubblica). La scellerata politica delle porte aperte all’invasione migratoria, tanto cara a padroncini, preti e partiti in crisi, che in questo modo possono continuare a perseguire i propri privati interessi grazie a manovalanze a costo zero, il tutto a discapito della stabilità e della sicurezza sociale degli italiani, sempre più ridotti ad un ruolo di impoveriti comprimari.

La totale quiescenza di fronte all’invadenza di un mercato senza regole, che permette oggi a signori come Marchionne e Company di delocalizzare e licenziare a piacimento, con i soldi pubblici. Ecco queste sono alcune delle cosette che a questa “destra” andrebbero di tanto in tanto ricordate. Il benessere degli italiani negli ultimi quindici anni è andato paurosamente scemando e, riforme o non riforme, conflitto di interessi o meno, nostalgie e celebrazionismi  o meno, questi sono i fatti. Ed alle poltrone di comando, negli ultimi quindici anni, ci sono stati loro; di occasioni per cambiare le cose ve ne sono state sin troppe, ma si vede che a certa gente, abituata a servire padroni da antica data, chiacchiere e nostalgie da gadget a parte, non è mai interessato.

Eccolo, dunque, il vero volto di questa destra:  dall’iconografia nostalgica ma dall’anima filo atlantista e democristiana sino alle midolla, come quella notabilare di Michelini, o quella di Almirante, penamortista e bastonatrice di universitari in rivolta, o quella di Fini che, nel continuo valzer di cambio di opinioni ed alleanze, dimostra di avere dei contenuti intorno allo zero. Ecco, di fronte a certi fatti che ci danno un’idea chiara e concreta del fallimento incontro a cui questa destra è andata incontro, bisognerebbe avere il coraggio di tacere e di scomparire dalla scena o, quantomeno di mutare radicalmente la propria “ragione sociale”, mettendo da parte futurismo ed improprie nostalgie auto celebrative.


UMBERTO BIANCHI

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