Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti

Susanna Dolci

INTERVISTA GABRIELE DEL GRANDE

Torna, sempre gradito ospite, Gabriele Del Grande (leggi QUI). Torna soprattutto perché è bravo e scrive bene. Senza peli sulla lingua. Torna perché il 15 agosto, mentre molti stavano in panciolle, ha spedito una email bellissima di cui riporto il testo. Perché la dura realtà non va mai in vacanza. Perché il vero sociale è quello che non conosce festività alcuna. «Sun, 15 Aug 2010 12:37:09 +02. Il giro d’Italia è finito e volevo dirvi grazie. Grazie mille, anzi grazie quattromila. Uno per uno, grazie ai circa quattromila di voi che ho incontrato negli ultimi quattro mesi, durante le 78 presentazioni del mio nuovo libro, “IL MARE DI MEZZO”. In 110 giorni, dall’8 aprile al 29 luglio, ho toccato 62 città di 15 regioni italiane. Uniche assenti: Val d’Aosta, Trentino, Abruzzo, Molise e Basilicata… Peccato per loro… In compenso il libro è stato richiesto addirittura oltre confine, con una presentazione a Bruxelles, una a Marsiglia e una addirittura a Tangeri, in Marocco. E insieme alle presentazioni sono arrivate le ristampe (due in tre mesi) e i riconoscimenti. Tre premi nazionali: il premio Ivan Bonfanti, la Colomba d’oro dell’Archivio disarmo e il premio Mandela della Uisp. E un premio internazionale: il Pro Asyl Hand, che andrò a ritirare a Francoforte il 4 settembre. Tutto questo, come al solito, è accaduto senza che la stampa se ne accorgesse… Ma dopotutto la forza di un libro sono i suoi lettori e il loro passaparola. E allora segnalo a tutti il link della videopresentazione del libro, dove trovate anche un po’ di recensioni e dove potete acquistarlo online sostenendo così il lavoro del sito: Fortresse Europe. Seguite gli aggiornamenti di Fortress Europe su Facebook. Grazie a tutti! Gabriele Del Grande». Per questo suo fare attivo e lucido che mi sono sentita in piacevole dovere di averlo di nuovo gradito ospite de Il Fondo. E Gabriele ha subito risposto. Brillantemente come sempre. A lui il mio personale ringraziamento. A lui la parola.

S.D.

Titolo: Il Mare di Mezzo. Sottotitolo: Al tempo dei respingimenti. Editore: Infinito Edizioni. Allora, Gabriele come procediamo in questa annosa questione che non sembra avere nessun movimento, sviluppo? Ma prima perché hai affrontato sempre splendidamente questo argomento così spinoso? E ci vuoi ricordare anche le tue altre pubblicazioni?

Il libro raccoglie tre anni ininterrotti di viaggi intorno al Mediterraneo seguendo le tracce di tante inchieste che raccontano di un mare frontiera, tra l’Africa e l’Europa, divenuto teatro di stragi e di sogni, di arresti e di solidarietà. È il mare dei viaggiatori diretti a Lampedusa, il mare dei padri algerini alla ricerca dei figli dispersi, il mare dei sindacalisti tunisini in fuga dal regime di Ben Ali, il mare della diaspora eritrea e somala, ricacciate indietro nei gironi infernali delle galere libiche. Ma è anche il mare dei nuovi italiani, emigrati nel nostro paese vent’anni fa e poi espulsi per un cavillo burocratico. Un mare contaminato da sempre, ma dove i muri rischiano di far crollare i tanti ponti che hanno sempre legato le due rive. Il mare di mezzo, uscito a aprile 2010, arriva dopo l’opera prima Mamadou va a morire, sullo stesso tema, e dopo Roma senza fissa dimora, un libro sui senza tetto di Roma. I tre libri in comune hanno la dimensione del viaggio, dell’incontro e dell’ascolto. E l’idea di raccontare la Storia, con la s maiuscola, quella che finirà sui libri di storia, attraverso le storie delle persone in carne e ossa vittime delle politiche xenofobe di questo continente.

Perché Il Mare di Mezzo, il Mediterraneo? E Sant’Agostino? Raccontaci del tuo libro con lo stesso stile aperto, franco, diretto che hai usato per scriverlo, per narrarci di tre anni di inchieste, testimonianze, storie.

“Il mare di mezzo” è l’etimologia della parola Mediterraneo. Poi storicamente ha attraversato varie fasi. A volte mare cerniera, a volte mare frontiera. Sant’Agostino apparteneva a un’epoca diversa. Quella del quarto secolo dopo Cristo, quando sotto l’impero romano l’africano Agostino riusciva a raggiungere Milano e a tornare a Ippona come vescovo. Oggi che fine avrebbe fatto Agostino? Sarebbe morto in mare? Sarebbe stato respinto in Libia? Sarebbe stato colpito a fucilate a Rosarno? Oggi sembra di essere tornati ai tempi delle crociate, con la fortezza Europa che ha dichiarato guerra ai poveri della riva sud. In mare si contano i morti da anni, a migliaia, alle porte del vecchio continente. Nei nostri paesi si varano leggi che violano il rispetto dei diritti essenziali, in nome della criminalizzazione del movimento dei cittadini più poveri sbandierando il pretesto di una presunta sicurezza.

Italia, Libia, Eritrea, Somalia. Le tante italie, i tanti non italiani? Sino al Burkina Faso e sul delta del Nilo…. Chi sono, cosa sono diventati?

Negli ultimi anni sono nate tante Italie ai lati d’Italia, e tanti nuovi arrivati nel nostro paese sono diventati italiani a pieno titolo. L’Italia di domani è una cosa ibrida, dove tante categorie saltano. Io non mi fido più delle definizioni. Non sono più sicuro del confine tra i “noi” e i “loro”. Un mese fa ho presentato il nuovo libro alla moschea di Biella. Chi avevo davanti? Italiani? Immigrati? Noi? Loro? E come facciamo a chiamare “immigrato” uno che vive da noi da vent’anni? E uno che dopo vent’anni in Italia viene espulso e ritorna dai figli in Italia salendo su un barcone in Libia? Come lo chiamiamo? Io nel libro ho scelto di fare a meno di queste categorie. E ho censurato tutte le parole sociologiche dell’immigrazione: clandestini, richiedenti asilo, rifugiati, immigrati, migranti. Sono parole ormai ambigue. Appartengono a una narrazione che in vent’anni ha contribuito a disumanizzare gli emigrati. A definirli sempre in categorie spersonalizzanti, a pensare di poterne gestire il movimento e l’insediamento nel paese. E il razzismo su questa spersonalizzazione ha trovato terreno fertile. Io allora ho deciso di fare tutto un libro a partire dalle storie. Di raccontare la storia di questi anni di respingimenti attraverso l’intreccio delle storie di chi l’Italia ha respinto. Restituendo un nome e un volto a ognuno di loro. E proponendo ai miei lettori degli incontri anziché delle teorie politiche fatte.

Questa estate è stata all’insegna delle chiacchiere da bar. E nessuno, dico nessuno ha parlato degli sbarchi clandestini. Che pure ci sono stati con le solite vittime, di tutte le età. Sembra che l’argomento non si voglia più farlo esistere. Cosa ne pensi?

In realtà la cosa è più complessa. Le agenzie stampa hanno continuato a riferire di tutti gli sbarchi. Nessuna censura insomma. Il problema è che in Italia quotidiani e televisioni sono ossessionati con la politica di palazzo. E se i partiti non si scannano su un fatto, quel fatto non è ritenuto una notizia. E allora capite bene che sul crollo degli sbarchi (meno 88% in un anno) è difficile che nasca una polemica. Perché il pensiero politico delle attuali maggioranza e opposizione è identico su questo punto: il crollo degli sbarchi è un dato positivo. Quindi se arriva una barca ogni tanto nessuno fa dichiarazioni al vetriolo su questo per non passare da quello che rimpiange l’invasione… E i giornalisti asserviti al circo mediatico seguono il meccanismo. Per chi invece come me e altri che fanno inchiesta, semplicemente non c’è spazio sulla stampa.

Riconoscimenti al libro: tanti e corposi. Soddisfatto?

Tanti premi: il Pro Asyl Hand a Francoforte, la Colomba d’oro della Pace dell’Archivio Disarmo a Roma, il premio Uisp Mandela e il premio Ivan Bonfanti. A parte i premi poi c’è stata una straordinaria risposta del movimento nato in questi anni intorno al mio sito Fortress Europe. Così è stato possibile fare 78 presentazioni del libro in 110 giorni in 62 città italiane! Un vero tour de force, che però ha portato a avere due ristampe in tre mesi, nonostante la costante opera di boicottaggio della grande distribuzione ai danni dei piccoli editori come Infinito edizioni con cui io pubblico. L’unica nota dolente, al solito, è la stampa, che a parte piccole testate non si è minimamente interessata al libro. Nemmeno i giornali tradizionalmente più sensibili a questi temi… Ma per questo vale lo stesso teorema di prima. Sul tema non c’è polemica, il tema non interessa. In Italia purtroppo sui grandi giornali si va avanti così, a colpi di marchette e polveroni…

Un tuo giudizio sulla politica francese nei confronti dei Rom e sulle dissertazioni del leader libico Muammar Gheddafi?

Non mi sono mai occupato di rom o sinti, né in Italia né all’estero. Quindi non mi dilungo. Segnalo soltanto che Sarkozy fa il duro coi deboli in un momento in cui la sua popolarità era ai minimi storici. E poi segnalo la cultura che c’è sotto. L’idea cioè di espellere la povertà. Ovvero dell’autorità che gestisce i corpi e le vite dei suoi cittadini e dei residenti sul suo territorio in funzione della loro produttività economica. Non lavori? Sei povero? Delinqui? E io ti espello. A me questa cultura fa paura, perché non so fin dove può arrivare. Sulle dichiarazioni di Gheddafi è difficile. Gheddafi è un personaggio molto ambiguo. Il leader di una ferrea dittatura eppure con delle idee da salvare. Sui crimini del colonialismo italiano in Libia, sulla necessità che l’Europa investa in Africa, come dargli torto? Sul resto è tutta una farsa. Soprattutto questa Italia che ne asseconda i capricci da megalomane pur di avere garantita una fetta della torta di affari. Sembra di vedere due dittatori del ventesimo secolo fianco a fianco. Due padroni anziché due rappresentanti del popolo. Sono un sostenitore dell’amicizia tra il popolo italiano e quello libico, specie alla luce dei crimini del colonialismo. Ma attenzione a frequentare così loschi personaggi.

Cosa ti auspichi per il futuro dei popoli in movimento e di tutta la complessità che gli ruota attorno?

Cosa mi auguro? La libertà di circolazione. In un mondo così piccolo come quello moderno, spostarsi non può essere un privilegio dei ricchi, deve essere un diritto imprescindibile. Su questa terra c’è spazio per tutti. E se la pressione migratoria è sproporzionata in una direzione il problema va cercato altrove. Ovvero nella necessaria ridistribuzione della ricchezza. Ovvero bisogna decidere se investire sul filo spinato intorno ai nostri ricchi paesi. Oppure se abbattere i muri e lasciare che la ricchezza si ridistribuisca.

Cosa pensi che la UE e, nello specifico, l’Italia debbano fare?

Occorre un nuovo pensiero politico. Che veda la libertà di circolazione come un diritto universale, e che si faccia difensore della giustizia internazionale e della pace nel mondo. Inutile bombardare l’Iraq e poi inviare pattuglie militari alla frontiera greco-turca per impedire agli iracheni di raggiungere l’Europa per chiedere asilo. L’Italia che vorrei dovrebbe avere il coraggio di chiudere i centri di identificazione e espulsione, e di dare ordine alle ambasciate di rilasciare i visti con molta più facilità e di analizzare presso le autorità consolari le richieste d’asilo.

Per il futuro, libri all’orizzonte?

No, per ora niente. Non sono uno scrittore da un libro al mese. I miei sono libri di inchieste, molto densi, non si scrivono se non si fanno prima le inchieste. Per cui per ora sono fermo. Ne approfitto per studiare e viaggiare, anche perché pur lavorando dieci ore al giorno continuo a essere disoccupato!

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