Il Fondo Quotidiano – settembre 2010

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

EMIGRANTI ITALIANI
LADRI DI LAVORO. TOPI DA SCHIACCIARE

Italia-Svizzera, 29 settembre 2010 – Hanno fatto bene! Sì, hanno fatto bene gli svizzeri a lanciare quella campagna pubblicitaria che se la prende con i nostri lavoratori di frontiera, dipingendoli come ratti che rubano il lavoro [vedi foto]. Bisogna essere coerenti: se noi imputiamo agli immigrati in casa nostra la stessa colpa, fanno bene loro ad imputare ai nostri emigranti varesini, verbanesi comaschi lo stesso misfatto.

Eh! la Lega Ticinese di quell’onesto patriota che è Giuliano Bignasca ha imparato bene dai nostri audaci Padani. In pieno accordo con le parole sante e la musica celestiale di quel politico avveduto che è James Schwarzenbach, già pronunciate a loro tempo:«Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo, soprattutto, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ex guitto italiano».

Così, si parla e si deve parlare. L’Italia agli italiani e la Svizzera agli svizzeri. 45.000 frontaliereri che ogni giorno passano la dogana per andare a lavorare a prezzi inferiori a quelli praticati dagli operai elvetici, rappresentano un pericolo per la sana economia di quel civilissimo paese, patria del più buon cioccolato del mondo e dell’orologio a cucù. Eroici combattenti di tutte le guerre finanziarie. E lasciamo perdere che per avere un eroe se lo sono dovuti inventare: Guglielmo Tell.

E le banche, signori, le banche! Volete mettere la saldezza del loro impenetrabile sistema bancario? Mica come quei pulcinella caraibici, tipo la Repubblica di Santa Lucia che, al primo starnuto di un qualche faccendiere, ti fornisce nome e cognome del titolare di un offshore. Lì, un segreto bancario è un segreto che al confronto quelli di Fatima fanno ridere.

Bene sta facendo la destra di governo e no, radicale o moderata, terminale o terminata a non levare voce in difesa di quei nostri fraudolenti connazionali ladri del lavoro altrui: questa si chiama coerenza in nome e per conto dei sacri principi dell’inviolabilità delle frontiere nazionali contro l’orda immigrativa.

Il reazionario

ROM
COME TI DISCRIMINO I SENZA CASA

Milano, 27  settembre 2010 – Dicono che sono nomadi, poi appena c’è l’occasione gli negano la possibilità di andare a vivere sotto un tetto. E’ successo a Milano. E la notizia è stata data direttamte da Maroni: «Nessuna delle famiglie che saranno allontanate dai campi nomadi regolari di Milano e che hanno i titoli per restare in città, saranno ospitate in alloggi popolari, come originariamente previsto nel piano per l’emergenza rom».

Così ha parlato il ministro dell’Interno al termine del vertice che si è tenuto stamattina nella Prefettura a Milano. «Il campo rom di Triboniano verrà chiuso – ha affermato Maroni – e chi stava dentro e ha i titoli per restare in città avrà una sistemazione, escludendo l’utilizzo di case Aler (di edilizia residenziale pubblica, ndr) o nella disponibilità del patrimonio immobiliare del Comune».

La marcia indietro è dovuta, udite udite, dall’opposizione di Pdl e Lega che così hanno voluto omaggiare la pancia dei cittadini milanesi convinti che prima di tutto la casa vada data agli italiani. Lega, Pdl e i cittadini in questione dimenticano però che i due terzi dei rom e dei sinti residenti in Italia sono anche essi dotati di cittadinanza italiana, e che quindi la discriminazione – perché negare loro una casa è discriminazione – avviene sulla base di un atto puramente razzista.

Ma se andiamo a compulsare i dati e non l’ombelico vediamo e capiamo che il terzo che non possiede la cittadinanza non ce l’ha perché gli viene negata, non perché colpevole di chissà quale misfatto.

Questioni vecchie e sempre più pesanti, se si pensa che cosa è successo in Francia, dove i rom sono stati addirittura deportati.

Ma forse da questa storiella un piccolo stimolo per uscire dalla discriminazione si può cogliere. Siccome è ufficiale che la casa è stata negata dalle autorità (e non rifiutata dai rom) si smetta almeno di chiamarli nomadi. Non sono normadi, sono cittadini che non riescono a trovare casa.

Angela Azzaro

CALABRIA
NON E’ UN PAESE PER ‘NDRANGHETISTI

Reggio Calabria, 26 settembre 2010 – Sono passati esattamente cinque mesi  da quando Giovanni Tegano , il 27 Aprile del 2010 venne arrestato a Reggio  Calabria tra una folla di persone sgomente alcune ed esaltate dalla propria ignoranza altre.  Al grido di  “è un uomo di pace” e tra l’applauso della gente che lui, il boss, salutava con un sorriso, si consumava un’altra pagina triste e decadente di una terra che ha fatto della resa il coraggio di non venirne fuori.

Gennaio 2010: bomba davanti alla Procura Generale di Reggio, nel mirino il Procuratore generale Di Landro. Ovviamente fra tante parole ed una pacca dello Stato sulla spalla l’abbandono per questa terra si è nuovamente risentito. E nella voce del direttore del Quotidiano della Calabria,  Matteo Cosenza, il 25 Settembre 2010 questo silenzio ha iniziato a trasformarsi in voce e piano piano è riuscito a coinvolgere la cittadinanza e non solo. Partecipazione di istituzioni e gruppi che Sabato hanno manifestato un “no alla ‘ndrangheta”.

Per molti  una manifestazione potrebbe sembrare la cosa più banale di questo mondo, ma non per la Calabria, non per i calabresi dove il silenzio è lo “Stato” in cui rifugiarsi. Finalmente un giornalista ha capito quale sia il compito in questa terra: dare voce a chi non ce l’ha, dare la possibilità di riprendersi ciò che appartiene di diritto, la legalità.

“Sopravvivere” con la paura di vivere. La Calabria è sempre stata questa,  una mentalità senza eguali  una paura che schiaccia il senso di ogni pensiero. Perché in Calabria manca la mentalità di ribellarsi, manca il senso dello Stato, manca il sentirsi una terra che fa parte dell’Italia. Bisogna che in Calabria avvenga qualcosa di spaventoso ed eclatante , morti, bombe etc. etc.   prima che lo Stato si accorga che esista, la gente non parla e di conseguenza lo  Stato non sente.  Di questa situazione ne ha sempre approfittato la ‘ndrangheta che sa tappare ogni buco vuoto, che in una ferita aperta sa come mettere la medicina per far calmare immediatamente il dolore, poi magari più in là negli anni la ferita avrà fatto infezione e difficilmente sarà guaribile.

Alla manifestazione di Reggio Calabria in prima linea ovviamente il direttore del Quotidiano, Matteo Cosenza e il Procuratore Di Landro,  40 mila persone  ma anche i genitori del piccolo Domenico Gabriele 11 anni, morto durante una partita di calcio a Crotone , non c’entrava niente, ma è “morto per sbaglio”. In Calabria si muore troppo spesso per sbaglio. La manifestazione di ieri porta avanti quello che è in realtà il pensiero di molti  calabresi : la Calabria non è una terra sbagliata, i calabresi non sono gente sbagliata forse forse  fin ad ora sbagliato è sempre stato il modo di protestare. Finalmente con la manifestazione di ieri la voce ha preso il posto del silenzio. Quel modo sbagliato di sopravvivere inizia a riscoprire il modo esatto per andare avanti: ribellarsi, questo non è un paese per ‘ndranghitisti!

«I lupi non rischiano niente a scendere dalle montagne. Milone aveva le braccia tagliate dalla quercia omicida,i suoi discendenti sono falcidiati dalla miseria, dalla schiavitù che snerva e debilita. Ma a dispetto dei lupi, i banditi scendono ed infieriscono impunemente in gruppi sanguinari su una preda assolutamente facile: la gente» (C. Didier  da Viaggio In Calabria,1830)

Graziella Balestrieri

CASA DI MONTECARLO
…E BASTA!!!!

Roma, 23 settembre 2010 – E basta, con questa storia della casa di Montecarlo. Sono mesi che Il Giornale e Libero battono la pista con un’insistenza degna di miglior causa. Al massimo dei loro sforzi, avranno dimostrato che Gianfranco Fini s’è fatto infinocchiare dall’ennesimo cattivo imitatore del nostro Presidente del Consiglio. Che l’infinocchiatore eventuale sia suo cognato, depone solo in merito alla mia nota convinzione che la famiglia è un’associazione a delinquere…

Certo, ammesso che così sia, non è una bella cosa. Ma messa a rapporto proporzionale con le cause perse e/o perdenti del Piccolo Cesare e con i suoi dintorni (Verdini, Cosentino e compagnia contante… senza escludere Bossi e le “quote latte”, Bossi e la guerra per bande capital-finanziarie, vedi la vicenda di Unicret e di Profumo),  è come discettare del pulviscolo nell’occhio sinistro mentre in quello destro è entrata una trave.

Domani, con un video annunciatissimo, Fini spiegherà la vicenda della casa montecarlina. Secondo me, sbaglia: meglio avrebbe fatto a lasciare alla magistratura dirimere la questione. Scegliendo la via della giustificazione, darà adito un’altra volta a tutte le trombe (per quando sfiatate, ma per questo più fastidiose) dello scandalo purchessia…

Vedrò il video e poi riferirò le mie impressioni. Anche se resto convinto che i mali di questo Paese risiedono altrove…

m.r.

TORNA IN AGENDA LA TOBIN-TAX

Onu, 21 settembre 2010 – Dopo averci ammorbato l’esistenza per settimane, indicando nei rom il flagello da debellare per un’Europa libera da ogni male, ricevendo il mondiale spernacchiamento, da tutti tranne che dal Governo italiano che prontamente, com’è nel suo stile, quando c’è da tirar giù dalle nuvole problemi che non esistono ed evitare di affrontare quelli che esistono e sono ben più minacciosi, non si fa certo pregare; ecco – dicevo – che monsieur le Président Sarkozy recupera senno e rilancia l’idea della tobin-tax. Quella tassa, cioè, da applicare sulle transazioni finanziarie.

«La tassazione delle transazioni finanziarie – ha detto nel suo intervento  all’Assemblea generale dell’Onu, riunita per fare il punto sulla lotta alla povertà nel mondo – possiamo deciderlo qui, perché aspettare? La finanza si è mondializzata, a nome di cosa non dovremmo chiedere alla finanza di partecipare alla stabilizzazione del mondo, prelevando una tassa su ogni scambio finanziario?».

Della tobin-tax abbiamo parlato spesso qui sul Fondo [leggi gli articoli “L’Ue tassa le banche. Svolta storica”  “L’Europa s’è desta. Le banche saranno tassate” “Tobin-tax zerozerocinque. Una tassa giusta“]. Fra giugno e luglio, infatti, era entrata in calendario di grandi assisi internazionali. A ventilarla era stata la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Che se ne torni a parlare ora è un buon segno. Come è buono il segno il fatto che stavolta anche il primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, si sia dichiarato favorevole all’ipotesi.

Chi si era detto del tutto contrario – e come ti sbagli? – era stato il Piccolo Cesare de Noantri, Silvio Berlusconi. Che stavolta ha pensato bene di non partecipare nemmeno all’Assemblea Onu. Cazzo! perdere tempo con queste quisquilie quando qui c’è una campagna acquisti parlamentare da chiudere al più presto. Eh! mica è facile convincere quel galantuomo di Salvatore “vava-vasa” Cuffaro ad entrare nella maggioranza. Altro che tobin-tax.

LAVORO
SI FA PRESTO A DIRE CAVALIERE

Roma, 20 settembre 2010 – Sembrerebbero tempi ancora più duri per il sor Calisto Tanzi, già “splendido” patron della Parmalat, che ora non è più nemmeno Cavaliere del Lavoro. A quanto pare Giorgio Napolitano, accogliendo la proposta del Ministero dello Sviluppo Economico, ha approvato e vergato venerdì scorso il decreto di revoca per indegnità della decorazione di Cavaliere al Merito del Lavoro, che gli era stata assegnata il lontano 2 giugno 1984.

«Dopo le complesse vicende finanziarie e giudiziarie i cui era rimasto coinvolto Calisto Tanzi, il Ministro dello Sviluppo Economico aveva chiesto di cancellare l’onorificenza ritenendo che sussistessero “le condizioni previste dalla legge per la revoca”». Sarà ora lo stesso ministero di Via Veneto, come si afferma nel decreto presidenziale, a curare la trascrizione del provvedimento nell’albo dell’Ordine, oltre che a farlo pubblicare nella Gazzetta Ufficiale».

Il buco lasciato da quella faccenduola della società di Collecchio si aggira sui 14 miliardi di euro, zero più o meno. «Con l’accusa di bancarotta fraudolenta, è stato rinviato a giudizio e in seguito condannato a dieci anni di reclusione Callisto Tanzi nonché numerosi suoi collaboratori e sindaci. Il fallimento della Parmalat è costato l’azzeramento del patrimonio azionario ai piccoli azionisti, mentre i risparmiatori che avevano investito in bond hanno ricevuto solo un parziale risarcimento».

Quindi è il minimo dovuto, questo, se il sor Callisto dovrà staccare dalla parete del salotto buono il certificato incorniciato al cavalierato di merito. Lui sì che di lavoro e lavoretti se ne intende. Lui si che ha saputo sempre far ben fruttare gli altrui incassi e risparmi. Lui sì che conosce il valore del denaro guadagnato onestamente. Lui, sì…

Peccato che i soldi ed il lavoro non siano mai stati i suoi ma degli altri, poi suoi di lui medesimo, certo, per quella certa malevola e malandrina fraudolenza… Ma che volete che sia in fin dei conti… Speriamo solo che sulla parete del salotto buono di cui sopra il chiodo staccato non lasci un grosso buco…

Susanna Dolci

ROM
BERSANI COME SARKOZY E BOSSI

Roma, 17 settembre 2010 – Sentite quello che dice Pier Luigi Bersani: «Gli zingari sono ladri? Risulta anche a me. Nel mio paese quando arrivavano chiudevamo le porte, ma non venivano mai trattati male». Una dichiarazione sostanzialmente identica a quella rilasciata dal leader di uno dei più forti partiti xenofobi d’Europa, Umberto Bossi: «La maggior parte dei furti li fanno loro: non sono il demonio, però per la gente che lavora e trova la casa buttata per aria non è allegro».

Inutile rileggere le due frasi alla ricerca di sfumature politiche: sono entrambe pervicacemente razziste perché bollano un’intera etnia. In realtà Bersani vuole polemizzare e difatti aggiunge: «Bossi piuttosto si preoccupi di qualche ladrone più grosso, come quelli che stanno in Parlamento». In sostanza è come se desse pienamente ragione a Nicolas Sarkozy, che in questi giorni sta ricevendo durissime reprimende dalla Commissione europea per la deportazione di massa dei rom.

Il segretario del Pd sta certamente vivendo un periodo di grande confusione e malanimo. Assediato a sinistra da Nichi Vendola e sul fronte interno dal resuscitato Walter Veltroni e dal concorrente Sergio Chiamparino, spera nelle notti agitate di impedire l’implosione del Partito democratico. Indebolito e messo all’angolo, ha così confezionato una dichiarazione marginale – a Bersani dei rom non frega un accidente – a metà strada tra il razzismo leghista e le intemperanze grilline contro i ladroni in politica.

Un autogol assoluto. Che però tradisce quello che che molti amministratori del suo partito pensano dei cosiddetti nomadi: un problema ingestibile, e dunque meglio cacciarli. Lo fece la sindaca di Pavia (allora diessina) Piera Capitelli, lo fece Walter Veltroni con innumerevoli sgomberi illegali, lo sta facendo il sindaco piddino di Sesto San Giovanni con una cancellata anti-rom e il beneplacito del vicesindaco di Rifondazione Comunista. Niente di nuovo sotto il sole.

Dopo anni di caccia allo zingaro, al rumeno, al lavavetri e al mendicante, stupisce davvero che un partito di centrosinistra non sia ancora riuscito a trovare una soluzione diversa da quella proposta dalla destra xenofoba e intollerante. Si sono spese tonnellate di giornali per affrontare quello che per molti italiani è un problema da risolvere, ovvero l’esistenza di ghetti (istituzionali) dove le famiglie rom sono costrette a vivere in condizioni igieniche spaventose, aggravate dal flusso di nomadi dalla Romania. Molti dimenticano che i campi abusivi e le roulotte dove muoiono bambini di tre anni per un banale incendio sono un autentico orrore per gli stessi rom, che da tempo immemore chiedono casa e lavoro e non soltanto discriminazione e baracche.

La destra ha maleficamente intuito che dare la colpa al rom e cacciarlo dai confini urbani e nazionali è un modo stupefacente di raccogliere voti. Colti alla sprovvista, Bersani e i suoi non hanno saputo fare di meglio che imitare una politica razzista e inutile – visto che non risolve un bel nulla. E che sul tema non sia stata spesa una parola nelle noiose assemblee di partito lo dimostra il fatto che il segretario ripropone l’arcaico pregiudizio appreso da bambino, quando nel paesello della Romagna arrivavano le carovane e le mamme serravano ansiose i balconi. Certo, Bersani vuole distinguersi dai leghisti e difatti specifica che loro, nella Romagna arcaica, tolleravano gli zingari e mica facevano loro del male. Probabilmente è quello che Rossella O’Hara pensa della cara vecchia Mami: è negra e la faccio lavorare sedici ore al giorno, ma non l’ho mai frustata.

Nemmeno Fini sarebbe arrivato a tanto. E, tanto per rimanere nel quotidiano, nemmeno Alemanno che ha ripreso una sua assessora per avere detto che i figli degli immigrati rimangono comunque stranieri. Persino nella destra italiana, quella post-fascista, qualcuno come il sindaco di Roma ha cercato un’alternativa agli sgomberi selvaggi. Commettendo un sacco di errori e ricevendo le critiche di Amnesty International, certo. Eppure di questi tempi la ricerca di soluzioni – sbagliate, se viste da sinistra – pare appannaggio esclusivo di quella parte politica. Forse Bersani dovrebbe cedere alle primarie e candidarsi: ma nelle file della Lega.

UOVA CON SORPRESE
INSETTI, TOPI ED ESCREMENTI

Verona, 16 settembre 2010 – Purtroppo non sono solo i cinesi a taroccare i prodotti che finiscono quotidianamente sulle nostre tavole e nelle nostre pance, adesso ci si sono messi anche i nostri connazionali. Martedì i carabinieri del Nas di Padova e del reparto Analisi per la tutela della Salute hanno sequestrato in una ditta veronese oltre dieci milioni di uova, destinate a industrie dolciarie nazionali e pronte a finire in panettoni e merendine.

Il controllo ha messo in luce che le uova venivano stoccate senza rispettare le corrette condizioni igienico-sanitarie, a temperature non idonee, con pezzi di uova rotte, e in presenza di ospiti in genere indesiderati come insetti, topi e relativi escrementi. I militari hanno sequestrato l’intera partita, pari a 10 milioni e 300 mila uova, per un valore commerciale del prodotto finito di circa due milioni di euro.

Gli ispettori hanno inoltre rilevato diffuse situazioni di sporcizia, risalenti alla precedente lavorazione. È stata quindi richiesta all’autorità sanitaria l’inibizione all’uso dell’intera linea di lavorazione dell’azienda stessa, fino all’adeguamento ai regolari criteri igienici.

Il Governo, tramite il sottosegretario alla Salute Francesca Martini, ha ribadito «la tolleranza zero nei confronti di coloro che mettono a rischio la sicurezza alimentare del nostro Paese ed il sistema economico dei produttori seri della filiera agroalimentare per cui l’Italia è famosa e riconosciuta come eccellenza nel mondo». Secondo il sottosegretario è «l’ennesimo gravissimo episodio di tentativo di frode alimentare nei confronti di aziende e consumatori. Grazie all’eccellenza del sistema dei controlli messo in atto dal Ministero della Salute, in collaborazione con i carabinieri dei Nas, non arriveranno sulle tavole dei cittadini dolci preparati con uova scadute e conservate in condizioni igienico-sanitarie deplorevoli, in presenza di scarti, sporcizia e animali».

Soddisfatta anche la Coldiretti, che sottolinea come «con nove italiani su dieci che durante il periodo di Natale consumano dolci, l’operazione dei carabinieri sia importante per garantire la sicurezza a tavola in un momento importante per le famiglie». Secondo la Coldiretti, per Natale in Italia saranno prodotti più di 110 milioni tra pandori e panettoni ma sono in molti «a riscoprire dolci tradizionali del territorio fatti in casa».

Anche le grandi aziende scaligere del dolciario hanno preso le distanze da tale vicenda: la Melegatti ha diramato un comunicato per affermare «la sua totale estraneità alle operazioni denunciate» e rassicurare «i clienti sulla qualità della propria produzione, tracciabile e sicura».

Alessandro Cavallini

FAME NEL MONDO
PICCOLE VITTORIE NON BASTANO

Mondo, 15 settembre 2010 – “Meno fame più party”… Questo il pensiero becero per una riflessione ancora più becera che mi è sorta questa mattina leggendo il pregevole articolo di Roberto Romagnoli sulla pagina 17 degli Esteri dell’odierno Il Messaggero, così titolato: “Il successo della lotta alla fame” (ironico s’intende).

In breve la storia è questa: secondo il prossimo rapporto Onu d’ottobre sulla denutrizione nel mondo, sembrerebbe che il numero dei morti di fame (letteralmente) sia miracolosamente diminuito rispetto allo scorso 2009. Per la prima volta dopo ben quindici anni. Non sarebbe più il famigerato miliardo di persone bensì meno 95 milioni per un totale di 925 milioni di persone senza alcun minimo mezzo di sostentamento!«Il calo, sottolinea l’organismo delle Nazioni Unite, è dovuto alla discesa dei prezzi alimentari dopo i picchi 2008 e alla crescita economica registrata nell’area asiatica al traino di Cina e India».

Wow, mi sento miracolata. In sostanza è come assicurare che il cancro sia stato debellato definitivamente! 7 sono i paesi a rischio moria, tutti in via di sviluppo: Bangladesh, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia, Pakistan. La FAO, l’IFAD, agenzia dello sviluppo agricolo, ed il PAM (Programma Alimentare Mondiale) ne parleranno sostanziosamente nel vertice newyorkese dei prossimi 20-22 settembre.

Certo è che l’ambizioso progetto dei “soli” 400 milioni d’affamati nel 2015 è ancora una chimera ben lontana. In verità, e Romagnoli lo sottolinea pesantemente, ci sarebbe cibo per tutti se i paesi industrializzati non fossero degli emeriti ingordi e spreconi. E mentre i civilizzati del capitalismo, tutti noi suoi figli, viaggiano tra obesità, diabete, sovrappeso e relative costosissime cure, consumi inutili e cattivi usi dei generi alimentari, bisognerebbe incoraggiare iniziative tese a far vivere tutti, non dico bene, ma almeno in maniera sufficiente.

Basterebbero 45 miliardi annui devoluti allo sviluppo agricolo dei paesi in difficoltà. Basterebbe, e ciò è assolutamente geniale, una tassa sulle transazioni finanziare per un totale di 650 miliardi annui da devolvere a chi nemmeno sa com’è fatta una qualsiasi moneta. Basterebbe «sviluppare le reti di sicurezza e i programmi di assistenza sociale e rafforzare le attività che generano reddito per i gli agricoltori poveri» per stare tutti meglio dell’attuale peggio.

Basterebbe con condizionale d’obbligo. Ma a quanto pare non basta per niente. «C’è chi la vuole spacciare per una buona notizia. – scrive Romagnoli – Ma come si fa?». Si fa, si fa… altrimenti al party poi chi ci va?

Susanna Dolci

CRESCE IL DEBITO PUBBLICO
E NOI REGALIAMO MOTOVEDETTE

Roma, 14  settembre 2010 – A Luglio, mentre il governo di questo Paese, che chiamare Nazione è già un lusso, era fortemente concentrato a espellere il cofondatore del partito di maggioranza e l’opposizione architettava per imminenti elezioni anticipate (che non ci saranno) alleanze per garantire al segretario del Pd la vittoria alle primarie contro gli scomodi partner; ecco, mentre la politica si avvinghiava a così appassionanti temi – dicevo –  il debito pubblico italiano è salito a 1.838,296 miliardi di euro: segnando un più 4,7% rispetto allo stesso mese del 2009. Lo rileva oggi Bankitalia.

Come è a tutti noto, il debito pubblico di uno stato è contratto verso terzi (individui, Enti, Banche e ad altri Stati attraverso la cessione di titoli Bot, Cct, etc…) con lo scopo di sostenere la spesa utile a far funzionare il Paese. Su questi “prestiti” paghiamo circa 70 miliardi di euro annui. E già sarebbe un successo se riuscissimo a non far lievitare il capitale debitorio. Ma come abbiamo appreso oggi, non è così.

E’ altresì noto, che per pagare questi interessi, l’unica fonte è il prelievo tributario dalle tasche del cittadino. Ora, lo stesso rapporto della Bankitalia che rileva l’aumento del debito ci rende edotti che le entrate fiscali nei primi sette mesi dell’anno sono state pari a 210,374 miliardi di euro, 7,411 miliardi in meno rispetto al periodo gennaio-luglio del 2009. E, attenzione: non calano perché il prelievo fiscale sui lavoratori è sceso (anzi…) calano perché c’è stato un: «minor versamento a saldo registrato a febbraio 2010 dell’imposta sostitutiva su interessi e altri redditi da capitale». E non lo dice un marxista-leninista, lo afferma, in un sussulto di sincerità,  il Dipartimento delle Finanze e la Ragioneria Generale dello Stato del ministero dell’Economia.

Adesso, non serve un premio nobel di economia per capire che se il debito pubblico aumenta e le entrate fiscali scendono, il Paese rischia di fare la fine di Argentina e Grecia.

Però, non siate preoccupati. Se possiamo ancora permetterci il lusso di regalare alla Libia di quel grande amico dell’Italia che è Gheddafi le motovedette, come quella che ieri ha sparato su un nostro peschereccio, vuol dire che le nostre casse sono ancora floride e che il Governo sa come spendere bene i nostri soldi.

Avanti, popolo (dei baciamano)…

IL PAKISTAN MUORE NELL’INDIFFERENZA

Pakistan, 13 settembre 2010 – È di poche ore fa la notizia delle agenzie stampa. «Il primo ministro Gilani ha rivolto un nuovo appello alla comunità internazionale per aiuti destinati all’emergenza delle inondazioni. Parlando ieri durante una visita a un campo di sfollati nella provincia del Punjab, Gilani ha detto che il governo «non sta usando la gravissima calamità naturale come pretesto per ottenere finanziamenti internazionali». Il paese affronta una delle più gravi crisi della sua storia e nello stesso tempo è in prima linea nella lotta contro il terrorismo».

E già! a chi volete che interessi che il Pakistan sia allo stremo delle forze e che nessuno o quasi intervenga in suo aiuto? Cosa volete che siano un milione e passa di persone che dalla fine di agosto viene sballottata da una parte all’altra del meridionale del paese a causa delle devastanti alluvioni di inizio agosto e per mancanza di un tetto, pardon, di uno straccio di tenda? Che cosa importa se, a detta dell’Unicef, milioni di bambini rischiano di morire nelle peggiori atrocità perché manca l’acqua ed i pozzi sono stracolmi di fango? E cosa volete che facciano quel milione di donne incinte che non sa dove partorire e soprattutto come mettere al mondo agnelli sacrificali dell’indifferenza mondiale?

Ai voglia a sgolarsi il portavoce delle Nazioni Unite, Maurizio Giuliano, secondo cui lo tsunami, in confronto, è stato una passeggiata di salute. «Le Nazioni Unite – ha aggiunto, citato dai media pakistani – stanno consegnando gli aiuti il più velocemente possibile, ma i danni provocati dalle alluvioni superano la nostra capacità di risposta». Oltre un quinto del paese è KO tecnico. Le alluvioni hanno massacrato letteralmente circa 20 milioni di persone e causato più di 1.500 morti. Che volete di più? Che il tutto venga sommerso od inghiottito come novella Atlantide, senza disturbare però ed ovviamente?

Oddio i presupposti ci sono tutti data la “gentilezza” delle piogge monsoniche, le frane della morte, il fango ed i detriti. 248mila case sono state distrutte e così ben 558.000 ettari di terreni coltivati Perdite pesantissime per non parlare delle’infrastrutture stradali, telecomunicazioni, elettricità e acqua. «Sono state distribuite oltre 12mila tende insieme a migliaia di altri articoli: teloni, coperte, taniche….Per salvare il salvabile!»…

E già! che volete che sia tutto ciò? Meglio Fini e Berlusconi che rompono i coglioni, Sarkozy che gioca ai quattro cantoni etnici, Obama che è bravissimo a non far nulla, Putin che è meglio di Zio Paperone e Gheddafi che.. beh lasciamo stare! Meglio tutto questo. È più facile e la coscienza non si sporca più di tanto…

Susanna Dolci

FEDELTÀ AL CAPO?
PROBLEMA DI DESTRA E DI SINISTRA


Roma, 10 settembre 2010 – Il giorno dopo le polemiche che hanno investito la deputata di Futuro e Libertà Angela Napoli [nella foto]- che ha puntato l’indice sull’attuale legge elettorale tirando in ballo la prostituzione femminile come “scorciatoia” per ottenere un seggio in Parlamento – restano sul tappeto non poche questioni. Questioni centrali che la frase incriminata, ma anche travisata, della parlamentare solleva e che sono però passate in secondo piano travolte da uno spettacolo che ancora una volta offriva la scena trita dello scontro tra donne. In questo caso alcune rappresentanti del Pdl che hanno protestato contro Angela Napoli per non aver escluso lo scambio tra prostituzione e possibilità di essere elette. La metafora usata da Klaus Davi e ripresa nella risposta dalla deputata non è stata sicuramente felice, ma questo non toglie che solleva un problema reale rispetto all’attuale legge elettorale e al rapporto, più che mai complesso, tra donne e politica organizzata. Le liste bloccate, i cui nomi vengono scelti dai partiti, rende maggiore il potere di chi le fa. Quasi sempre uomini. Un potere con cui Napoli chiedeva di fare i conti criticamente. Da questo punto di vista impossibile darle torto. Così almeno la pensano le donne di sinistra che abbiamo intervistato, convinte che il problema non riguardi solo la destra, ma anche il loro schieramento politico.

«Mi chiedo – commenta l’intellettuale femminista Lea Melandri – di che cosa ci si meravigli rispetto alla battuta di Angela Napoli: è infatti più di un anno che discutiamo del rapporto tra sesso e potere! Con questa legge elettorale le donne vengono scelte sulla base della loro bellezza o giovinezza. E questo non vale solo per la destra berlusconiana, ma per tutta la politica, compresa la sinistra. Raramente le donne vengono elette in virtù del riconoscimento delle loro autonomia di pensiero, ciò che conta è, come sottolineava la deputata, la fedeltà al capo». La riforma della legge elettorale è quindi un passaggio obbligato. Necessario ma non sufficiente. «Da quarant’anni le donne sono presenti nella vita pubblica. Ma non è solo un questione di quantità, ma di una cultura e di un punto di vista diversi. Ma questi non riescono ad entrare nelle istituzioni. In giro ci sono tanta rabbia e tanto sdegno ma anche tanta difficoltà ad aprire un conflitto. La destra semmai ha meno problemi, perché valorizza il “femminile” tradizionale: appunto bellezza, giovinezza, capacità di adattarsi. La sinistra su questo ha più pudore. Ma alla fine il meccanismo di scelta si basa sempre sulla fedeltà al capo e la capacità di assimilare la cultura maschile. E’ quindi importante entrare nelle istituzioni, ma con l’idea di cambiarle. E questo lo si può fare solo con alle spalle un movimento».

Anche la giornalista e scrittrice Ritanna Armeni non si scandalizza per la frase di Napoli, ma vuole discutere. «Se si guardano le donne elette da Berlusconi sono tutte carine, vestite in un certo modo, con i tacchi. Non devono certo essere brutte come un tempo dicevano lo fossero le donne che militavano nel Pci o nella Dc, ma tanta omologazione colpisce. E non significa neanche che non siano brave. Molte di loro lo sono. Ma resta il fatto che tutte corrispondano a un modello. Questa brutta legge elettorale ha sicuramente delle responsabilità perché dà più potere al capo. E Berlusconi nel Pdl ha un potere enorme». E a sinistra? «A sinistra esiste sempre il problema della cooptazione, ma non è la stessa cosa. L’elemento determinante non è la bellezza, ma semmai la fedeltà al leader, ad una cordata etc. Voglio anche chiarire che non mi scandalizza per nulla che una donna possa andare a letto per essere eletta, quello che mi preoccupa e che poi stia in una condizione che le impedisce di esprimere il proprio potenziale politico». La legge elettorale per Armeni va quindi riformata ritornando tra le altre cose al sistema delle preferenze. In questo quadro le cosiddette quote rosa potrebbero dare un aiuto, con uno sguardo però rivolto al sistema francese.
La deputata del Pd Anna Paola Concia rilancia e parla di “democrazia paritaria” non nascondendo una certa insofferenza rispetto ai ritardi ormai cronici dell’Italia. «La questione della presenza delle donne nelle istituzioni – spiega Concia – va affrontato e risolto presto, così infatti non si può andare avanti. E’ una vergogna. Le cosiddette quote potrebbero servire a dare un impulso, anche perché i partiti se lasciati soli non candidano le donne». Ma non è solo questione di liste bloccate. «Non prendiamoci in giro: anche nei collegi uninominali la musica non cambia. Alle donne vengono dati i collegi dove è più difficile vincere. Esiste più in generale un problema della classe dirigente politica italiana che viene scelta non sulla base dell’autonomia o delle capacità, ma sulla base della fedeltà al capo. E questo, sia chiaro, vale per le donne come per gli uomini. Penso che vada fatta una battaglia trasversale anche con le donne di destra che sono d’accordo. Con il Pd ci batteremo perché il sistema cambi. Bisogna capire che una presenza maggiore delle donne nella vita pubblica rende migliore tutto il Paese, che non si tratta di una battaglia settoriale».

Per capire meglio l’intricato intreccio tra politica, cultura e sistema elettorale abbiamo chiesto aiuto anche a Giulia Rodano. Sinistra doc pure lei. Prima nel Pci, oggi consigliera regionale dell’Idv nel Lazio. «Su settanta consiglieri, dieci siamo donne. Solo tre elette con le preferenze, le altre sono passate grazie al listino bloccato collegato a Renata Polverini. Questo vuol dire che non basta ritornare alle preferenze per modificare il quadro, anche perché quel sistema richiede per essere elette molti soldi e molto potere che spesso le donne hanno meno degli uomini». Ci risiamo. Da una parte c’è un meccanismo di potere che impedisce alle donne di accedere alle istituzioni, dall’altra quello stesso potere che dice chi e come fare entrare. Come rompere questo cortocircuito? «Il contributo maggiore lo devono dare i partiti, aprendosi alla presenza delle donne e riuscendo a valorizzarla in modo adeguato. Ma sono soprattutto le donne che devono fare una battaglia consapevole per impossessarsi delle forme organizzate della politica con l’obiettivo di cambiarle».

Angela Azzaro

ADDIO, CAMERAGNO VIVARELLI


Milano, 9 settembre 2010 – L’ultima volta che ci siamo sentiti mi aveva detto di non sentirsi troppo bene e comunque mi invitava a programmare un viaggio da fare insieme a Cuba. E premeva per vedermi: voleva parlarmi della fiction Più buio che a mezzanotte non viene, tratta dal suo libro autobiografico sull’esperienza giovanile nella Decima Mas, il cui contratto era stato firmato in Rai qualche anno fa anche se poi non se n’era fatto nulla. E salutandomi in quella telefonata di fine agosto, ultima di un appuntamento quasi quotidiano che si era stabilito negli ultimi tre anni, Piero aveva aggiunto: «Forza e coraggio, “compagno” Lanna, non mollate! Ammetto che da uomo di sinistra e da reduce della Rsi sto tifando solo per Gianfranco Fini e per la mia Inter!». Era fatto così Piero Vivarelli, continuava a vivere sentendosi come il solito ragazzo di sempre, leggendo, conversando con i suoi tanti amici, progettando ancora nuovi film e altri libri.

E parlando con lui ci si rendeva conto che gli steccati, le divisioni, le categorie ideologiche non possono mai spiegare le vite e gli intrecci del Novecento. Tanto per dire, lui repubblichino appassionato del jazz, libertario per vocazione, a sinistra sin dal ’49, incontrava regolarmente il suo confessore, un teologo gesuita. Amico personale di Fidel Castro, unico italiano con la tessera del partito cubano, non ha mai disdegnato di rispondere alle telefonate dei suoi ex camerati della Decima Mas e di aiutare quelli che gli chiedevano aiuto, facendoli magari lavorare nel mondo del cinema o della musica. E anche quando militava nel Pci non aveva problemi a scrivere su giornali come Il Tempo o a dirigere un film, Satanik, prodotto e voluto nel 1968 dall’amico Romano Mussolini.

Nel corso dell’edizione del festival di San Remo del ’66, stilò insieme a un allora giovane cantante e jazzista esordiente, Lucio Dalla, un manifesto del beat italiano in quattordici punti. Tra l’altro, vi si poteva leggere: «Noi attingiamo alla tradizione, ma non la rispettiamo. Una tradizione è valida solo in quanto si evolve. Altrimenti interessa i musei». E ancora: «Siamo, senza alcuna riserva, decisamente contro tutti quelli che non la pensano come noi. Prima che qualcun altro ce lo dica, riconosciamo subito da soli la necessità di aderire a quella “tendenza” che, partendo da Ray Charles, passa attraverso i Beatles e Bob Dylan». E infine: «Il nostro modo di pensare alla musica è anche il nostro modo di vivere. Noi crediamo nei giovani. Si può essere vecchi anche a diciotto anni… Noi cerchiamo il disprezzo di tutti quelli che non pensano come noi… del resto è abbondantemente contraccambiato…».

Ricordava con orgoglio quando, nel 2004, ebbe modo di incontrare Quentin Tarantino alla Mostra di Venezia che aveva organizzato una retrospettiva sul cosiddetto cinema italiano di serie b. «Sei uno dei miei maestri» gli disse abbracciandolo il cineasta americano spiegandogli di essersi formato sui suoi film. E anche recentemente Tarantino, intervistato da Marco Giusti, ha spiegato di considerare Django, diretto da Sergio Corbucci ma sceneggiato da Piero, il miglior prototipo del “nuovo western”, il genere che influenzò Sam Peckinpah: «Ha creato una fondamentale icona per il western al pari di Clint Eastwood e Lee Van Cleef e cioè Franco Nero». Con Django, secondo Tarantino, lo “spaghetti western” trovò la sua quadratura, facendo esplodere la violenza senza mistificarla dietro la retorica alla John Ford. E pensare che quel film del 1966, ci ha confessato Vivarelli, nacque quasi per caso, con l’amico Corbucci che una sera gli telefona e gli dice: «A Piero, ho il finanziamento per un western, scrivilo in 48 ore, l’importante è che inizi con un personaggio vestito di nero che gira tirandosi dietro una bara. Per quanto riguarda il titolo deve fare il verso a Ringo ma con un altro nome…». E Piero che stava ascoltando un disco del grande chitarrista jazz Django Reinhardt, tirò fuori quel nome. «Ottimo», disse Corbucci, sbrigati e portami la sceneggiatura tra due giorni.

Allo stesso modo Piero era orgoglioso di aver scritto i primi due successi di Celentano, 24.000 baci e Il tuo bacio è come un rock e di aver voluto, da presidente della commissione del Festival, Lucio Dalla a Sanremo con la sua 4 marzo 1943. Ma il suo ricordo più affettuoso, si commuoveva ogni volta che ne parlava, era sempre quello riservato al suo comandante Nino Buttazzoni. «Decima Comandante», era il saluto quando mi sentiva o vedeva. Ciao, Piero. Più buio che a mezzanotte non viene!

Luciano Lanna

W L’8 SETTEMBRE …1920
La Carta del Carnaro

Fiume, sempre – Il 30 agosto del 1920, novant’anni fa, veniva resa pubblica la costituzione della “Reggenza Italiana del Carnaro”. Gabriele D’Annunzio leggeva infatti la Carta del Carnaro in un’affollata assemblea al teatro Fenice di Fiume, per poi promulgare ufficialmente la carta l’8 settembre.

Il testo era stato preparato dal suo capo di gabinetto, il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, il “poeta soldato” l’aveva modificato, rendendolo più aulico e correggendo alcuni termini considerati troppo “forti” per i sostenitori più moderati e monarchici della causa fiumana.

Vediamo così ad esempio il punto 2 della costituzione nella versione di De Ambris: «La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali», divenire nella versione definitiva di D’Annunzio «La Reggenza italiana del Carnaro è un governo schietto di popolo – “res populi” – che ha per fondamento la potenza del lavoro produttivo e per ordinamento le più larghe e le più varie forme dell’autonomia quale fu intese ed esercitata nei quattro secoli gloriosi del nostro periodo comunale».

La Carta del Carnaro era un testo all’avanguardia per i tempi. Prevedeva infatti l’attuazione di un ampio decentramento amministrativo nonché l’affermazione della democrazia diretta e del neo-sindacalismo con l’assegnazione di una funzione dirigente alle organizzazioni dei lavoratori, il suffragio universale esteso anche alle donne e anche l’introduzione del divorzio.

La Carta non fu mai applicata, ma resta a parere di molti un tentativo interessante di delineare un assetto costituzionale politico e sociale più avanzato rispetto alla tradizione liberaldemocratica, senza accettare la nascente prospettiva sovietica.

Dopo la seconda guerra mondiale, Fiume diventò Rjieka ed entrò a far parte della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, per poi passare alla Croazia dopo il disfacimento della Jugoslavia all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso.

Oggi, chi volesse visitare Rjeka farebbe fatica a trovare qualche segno del passato italiano, farebbe ancor più fatica se cercasse qualche riferimento o ricordo dell’impresa fiumana dei legionari di D’Annunzio.

Il Teatro Fenice esiste ancora e vi si tengono spettacoli anche se come denuncia “La Voce del Popolo”, giornale della comunità italiana, sta cadendo a pezzi e avrebbe bisogno di un restauro, che però forse finirebbe per cancellare le scritte scolorite che hanno permesso a chi vi scrive di individuarlo, dal momento che non vi sono targhe commemorative degli eventi di 90 anni fa.

Raffaele Morani

A VESPA
INQUADRA ‘STO CAZZO

Italia, 6 settembre 2010 – Premio Campiello, con scintille. Mentre Silvia Avallone, autrice di Acciaio, saliva sul palco della Fenice, Bruno Vespa ha fatto complimenti al suo décolleté. Non al suo libro, ma al suo corpo. In diretta tv. Ma invece di ridere la vincitrice del premio, la vincitrice del premio letteraio, Michela Murgia, ha protestato sollevando un caso nazionale. Finalmente.

La storia è abbastanza nota. Oggi campeggiava sulle prime pagine dei giornali. Con tanto di particolari. Murgia, vedendo la scena – Vespa che guardava il seno della ventiseienne Avallone e chiedeva all’operatore di inquadrare le «femminee grazie» – lo ha definito «un bavoso». Per poi correggere solo la forma ma non la sostanza: «Il suo comportamento verso Avallone e gli apprezzamenti sono stati di cattivo gusto. Se li avesse fatti a me, avrebbe avuto la risposta che meritava. Quando c’è di mezzo una donna, si va sempre a parare sul corpo. Non importa la sua intelligenza, non importa se viene festeggiata, premiata, perché ha scritto un libro importante. Tutto si svilisce, si riduce alla carne».

Niente di nuovo quindi. Ma solo apparentemente. Perché qui la novità è data dalla reazione di Murgia. Finalmente una donna, con visibilità pubblica, invece di stare zitta protesta, invece di aver paura di essere accusata perché moralista o invidiosa, dice la verità: quello è un bavoso.

Solo così è possibile cambiare. Quando tutte riusciranno a fare altrettanto, pretendendo di valere non per «la carne», ma per quello che sono.

Davvero moraliste o bacchettone?

Per rispondere proviamo a ribaltare la scena. Vespa in diretta tv riceve un premio. E invece di fargli un primo piano, la presentatrice pretende di fargli inquadrare i genitali. Vediamo vediamo le maschili grazie. Che forse sono poco grazie, ma questo non cambia. E via di seguito. Potremmo chiamare questa pratica: Vespa inquadrati ‘sto cazzo (il copyright non è mio).

Vediamo un po’ cosa succede.

Angela Azzaro

LA CRISI È FINITA
PECCATO CHE GLI ITALIANI MANGINO MENO

Italia, 3 settembre 2010 – Non più tardi di ieri, monsieur Jean-Claude Trichet, presidente esimio della Banca Centrale Europea, cantava vittoria. Elencando una serie numerica di provvidenziali conquiste dell’economia, annunciava al mondo che la ripresa di produttività delle nazioni vecchio continentali sta andando «più forte del previsto» dichiarandosi «enormemente soddisfatto».

I numeri sono quelli che sono ed è inutile smentirli: la crescita attesa per quest’anno passa dall’1% stimato a giugno all’1,6%, mentre l’anno prossimo il Pil dell’area è stimato in espansione dell’1,4%, contro l’1,2% previsto a giugno.

Benissimo, si dirà. La crisi è finita, stati e popoli sono salvi dall’increscioso crack finanziario che nel 2008 ci ha devastati e che solo pochi mesi fa ha messo in ginocchio la Grecia, la macchina economica ha ripreso a marciare e tutti vivono ormai nel paese della cuccagna.

Sarà pure come dice lui. Fatto è che il tasso di disoccupazione dal luglio 2009 e il luglio 2010 è passato dal 7,9 all’8,4 per cento. Inoltre, secondo l’Istat, il dato degli inattivi compresi tra i 15 e i 64 anni è aumentato a giugno 2010 di 76mila unità e a luglio di altre 153mila, raggiungendo il limite di quasi 15 milioni di inattivi in età lavorativa.

Detto ciò, non parrà strano se la notizia di oggi appena battuta dalle agenzie, annunci che gli italiani «mangiano il 10% in meno rispetto al 2006», e la spesa per i consumi «resta su livelli assoluti distanti dai valori pre-crisi». Lo rileva il Codacons che in uno slancio di perfido pessimismo arriva a prevedere che «per ritornare a quei livelli bisognerà attendere come minimo fino al 2015 con inevitabili conseguenza sull’occupazione e sull’economia del Paese».

Indefesso, però, monsieur Trichet annuncia un piano di pronto soccorso. Ai disoccupati, ai licenziati, ai cassintegrati e alle famiglie? Macché: «La Banca Centrale Europea continuerà a fornire liquidità illimitata alle banche fino alla fine dell’anno».

Così, chi non riesce più a sfamarsi potrà continuare tranquillamente a farsi prestare soldi da quei noti filantropi che sono gli istituti di credito. I quali  ricevono soldi dalla Bce all’1% di interesse (il più basso di sempre da quando c’è l’euro) e li spacciano al dettaglio ad un tasso che varia, secondo tipologia, dal 4 al 20 per cento.

Avanti, popolo (degli usurai).

SALVATE SAKINEH

Teheran, 2 settembre 2010 – No. No. No. E, poi, ancora no. In nome di nessun Dio. E in nome di nessuna legge umana: la pena di morte, no. Meno che mai per un delitto che non è nemmeno un delitto: l’adulterio.

La sorte di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la cittadina iraniana condannata alla lapidazione (no, dico: alla lapidazione, nell’anno 1431 del calendario islamico, anno 2010 dell’era volgare) per un presunto tradimento della fedeltà coniugale resta appesa al filo sottile che passa tra l’assurdo e la realtà che la sfida sulla china dell’incomprensibile.

La legge è dura e va rispettata se ha un senso logico, un nesso riconoscibile e calibrato fra causa ed effetto. Dov’è il nesso fra una trasgressione sessuale e la pena di morte inflitta, per di più, con modalità orribili?

E dov’è il principio di giustizia uguale per tutti? Vero: la Sharia non distingue fra adultero maschio ed adultera femmina. Fatto è che l’adulterio del maschio è stato reso inutile dalla possibilità della plurigamia, cosa negata alle donne.

Il mondo si sta mobilitando per impedire il crimine di stato contro Sakineh. Non sappiamo se le ingiunzione varranno a fermare la macchina donnicida. Sappiamo, però, che proprio qui, in casa nostra, dove si tollerano i fervidi baciamano del nostro Presidente del Consiglio al Rais di tutte le Libie, c’è qualcuno che giudica la mobilitazione salvavita come un atto di lesa sovranità nei confronti dello Stato iraniano.

Che la sovranità di un popolo e di una nazione sia un principio da rispettare, non ci piove. Nessuno dichiarerà guerra all’Iran per questo. Tutt’altro conto, però, è pensare che qualsiasi azione commessa  in nome della sovranità, diventi lecita agli occhi di chi osserva, fino al punto da intimargli di chiuderli.

Che Allah sia misericordioso.

I numeri arretrati di sono QUI

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