Gianwalter Veltrini

Mario Grossi

Ci sono dei libri che mettono nostalgia. Leggete ad esempio I tre moschettieri di Dumas e subito dopo il suo seguito Vent’anni dopo, scoprirete che le fresche figure di Athos, Porthos e Aramis si sono intorbidite. I ragazzi scanzonati, idealisti, pieni di entusiasmo, sempre pronti a combinar guai ma saldati da quell’unità amicale tipica della gioventù, hanno lasciato il passo ad adulti appesantiti, artritici, a cui le ombre dell’età hanno trasformato il carattere e li hanno allontanati gli uni dagli altri.

Il sogno giovanile dell’ “Uno per tutti e tutti per uno” è svanito e ognuno ha intrapreso la sua strada solitaria che solo in occasione delle nuove avventure accidentalmente s’interseca con le altre.

Ci sono dei film che mettono nostalgia. Andate a rivedervi Un mercoledì da leoni, di John Milius. Gustatevi il primo tempo e poi il secondo e vi accorgerete che il percorso di Matt, Jack e Leroy, è analogo a quello dei tre moschettieri di Dumas. Uniti da ragazzi, accomunati dalla passione per il surf, inseguendo ognuno poi il proprio destino, si ritrovano, ormai segnati anch’essi da un’età adulta che comincia a sagomarli, per un’ultima cavalcata memorabile. Ma è solo l’illusione di un momento, ognuno tornerà alle sue occupazioni e ai suoi problemi, in solitaria andatura.

Ci sono due foto che mettono nostalgia. Una è la copertina di “I ragazzi di Via Milano” [vedi foto in alto] di Mauro Mazza e ritrae i giornalisti del Secolo d’Italia sul finire dei settanta (credo) tra cui spuntano un barbuto Storace già pingue, un Gasparri di cui non si vedono gli occhi all’infuori da batrace e che la foto, rappresentazione muta di un evento, lo rende più sopportabile dell’attuale e un accosciato Fini senza occhiali. I tre moschettieri uniti dal pallone e da un presunto sogno adolescente. Mettetela a confronto con la realtà di oggi e troverete la stessa storia raccontata da Dumas e da Milius.

L’altra rappresenta una riunione di Partito. Nella foto, vecchia di oltre trent’anni, si vede un D’Alema in piedi, una Lucia Annunziata che poggia il gomito sul tavolo e si tiene la testa, di lato, un po’ defilato e occhialuto, un Veltroni con un’aria un po’ trasognata che guarda da un’altra parte. Tre moschettieri uniti dal sogno proletario e che si ritrovano oggi a percorrere strade distanti e solitarie. Mettetela a confronto con la realtà di oggi e troverete la stessa storia raccontata da Dumas e da Milius.

Libri, film, foto che si basano tutti sullo stesso canovaccio. Narrano quella tristezza, assaporata sempre a posteriori, che accompagna sempre l’uscita dall’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta.

Dalle macerie di quel passato, sopra ogni altra, spuntano due figure Gianfranco e Walter che, proprio ora che l’età matura inizia a cedere il passo al disfacimento, collidono, implodono una verso l’altra, così simili che potremmo fonderle insieme, Gianfranco Veltroni o Walter Fini.

Molto simili in tante cose, a partire dal nulla leggero, che sembra essere la loro vera cifra, condensato nello slogan “I care” di Veltroni e nella sigla “Fare Futuro” di Fini.

Come se il “Io mi preoccupo” fosse necessariamente una cosa buona. “I care” viene tradotto “io mi prendo cura di…” ma potrebbe anche essere tradotto “io mi preoccupo …”. Ci si può preoccupare anche perché ti sono venuti i brufoli, o perché hai la pancetta o stai invecchiando, o solo per paura. Uno slogan ambivalente, ambiguo che vuol dire una cosa magari intendendone un’altra. Tipico del parlar buonista ipocrita di Uolter.

D’altra parte la sigla “Fare Futuro” dovrebbe aprire i nostri cuori e la nostra mente verso orizzonti positivi, illuminandoci la via e il destino. Ma anche in questo caso, al di là del plastificato superficiale inno futuribile, sorge spontanea la domanda: “Fare Futuro. Sì! Ma quale?” Esistono futuri lugubri e deprimenti che a me non verrebbe proprio in mente di evocare. Anche questa sigla ha un suono ambivalente, ambiguo, sostanzialmente vuoto.

Ecco cosa unisce e rende simili i due reduci dell’adolescenza, la capacità di far apparire come dei contenuti quelli che in realtà sono dei meri contenitori, vuoti naturalmente e pronti a essere riempiti con qualunque cosa sia utile al loro disegno solipsista paludato di alti valori altruistici.

Slogan adolescenziali che ci rimandano a due adulti inaciditi, che non hanno perso la rotta perché in realtà non ne hanno mai avuta una (se non loro stessi e le loro involuzioni autoreferenziali) visto che Fini è stato fascista per caso, a causa di qualche bulletto rosso che gli impedì di entrare al cinema a vedere Berretti Verdi e visto che Veltroni è stato l’unico nato, cresciuto, iscritto dalla nascita al Partito Comunista Italiano a non essere, per sua stessa dichiarazione, mai stato comunista. Lui guardava oltreoceano ai suoi riferimenti Kennedy e Topolino, mentre tutti i suoi sodali giravano lo sguardo oltrecortina e a Breznev.

Insomma fascista e comunista per caso, mentre non è casuale lo strappo di Fini che non vuole morire delfino e tenta di sottrarsi alla morsa che vorrebbe strangolarlo.

Così come non è casuale il rapido rimettersi in moto di Veltroni alle prese con un nuovo movimento, corrente o vattelappesca cosa, che vuole essere minoranza della minoranza nella speranza di contare qualcosa. Così forse, sempre per caso, i due si sono mossi per tentare di sparigliare il centro, conquistando quei voti che rivendica, in realtà, Casini.

Insomma alla fine, così per caso, i due si trovano in quel posto dell’anima che rappresenta da sempre la loro patria ideale, quel luogo delimitato da scudi crociati che fanno tanto DC.

Nella nostalgia di ciò che furono veramente, rivolgono lo sguardo al mondo interiore che li accomuna, dall’economia di mercato ma benedetta dalla Chiesa, dall’atlantismo, dal mito americano, a quella libertà che gli ha permesso di inserirsi nel mondo immobiliare con successo, chi a Montecarlo chi a New York, in nome di quell’apertura europeista e atlantica che da sempre li ha affascinati.

Io che nostalgico, ma non sciocco, sono sempre stato, con un groppo in gola riprendo in mano I tre moschettieri. Dumas non tradisce mai.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 18 settembre 2010

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