Elton John. Tour 2010

Federico Zamboni

.Ci sono artisti che andrebbero difesi da se stessi: artisti di grande talento ma che non sanno esattamente cosa farne, e che perciò lo disperdono nelle direzioni più diverse e contraddittorie. Contraddittorie a scartamento ridotto, non per conflitti potenti e onorevoli dell’Io. Contraddittorie per caso, per distrazione, per vanità. E soprattutto, quel che è peggio, per la mancanza di un progetto preciso, da maturare a poco a poco e da abbandonare solo dopo che lo si sia portato a termine.

Sono artisti che possono essere affascinanti, e a tratti irresistibili, ma che non saranno mai delle pietre miliari. Perché non fissano nessun riferimento indispensabile. Le loro non sono rotte oceaniche alla scoperta di terre sconosciute. Sono viaggi sotto costa o, tutt’al più, in mari battuti e relativamente tranquilli. Non sono esplorazioni, anche se a volte risultano eccitanti. Sono crociere. Molto intrattenimento, molto confort, tutto il lusso possibile. Emozioni che per quanto forti restano ordinarie. Emozioni da commedia hollywoodiana. Anche le migliori hanno un che di prevedibile. Di calcolato. Di ripetitivo.

Elton John, che in questi giorni è in tour qui in Italia, rientra appieno nella categoria. Gli viene tutto facile, anche troppo. Sforna melodie a getto continuo, da più di quarant’anni. Passa da un genere all’altro. Da un ambito all’altro. Dalla canzoncina di tre minuti alla suite, dal singolo di successo alla partitura di un musical. E quando poi va in scena, abile com’è sia al pianoforte che nel canto, domina la platea dall’alto di una padronanza assoluta e di un ascendente da autentica superstar. Facilitato, è appena il caso di ricordare, dal fatto che i presenti sono a loro volta collaudatissimi nel ruolo di fan. Amano quel genere di cose. Le hanno metabolizzate a una a una, via via che uscivano. Le hanno introiettate fino a considerarle (sentirle) una parte integrante della propria identità. Come ha riportato recentemente L’Espresso, «secondo un sondaggio condotto il mese scorso dalla Bbc, sono due le persone che gli inglesi in tutto il mondo collegano all’idea di “home”, casa: la regina Elisabetta e Elton John. Qualcuno ha detto che “per un inglese un pezzo di Elton alla radio ha il profumo dell’Earl Grey alle cinque del pomeriggio”». Come ricorda egli stesso: «Il principe Carlo in persona mi ha detto che io faccio ormai parte del Dna di ogni inglese». Wow! Il principe Carlo! La regina Elisabetta! Il profumo dell’Earl Grey! Nientemeno.

.Ma per chi non creda che la popolarità sia tutto (confondendo la sovranità del voto con la regalità del sapere) indicatori di questo tipo sono non soltanto marginali ma persino allarmanti. Se il gusto corrente fosse eccelso – o anche solo limpido, come nella migliore tradizione folk – tanto consenso sarebbe realmente un vanto. Ma nella situazione attuale, che ha appiattito la sensibilità di moltissime persone su standard imbarazzanti, diventa il sintomo, o quantomeno il sospetto, di un’omologazione completa. Forse istintiva. Forse deliberata. Di certo compiaciuta. Il talento che si accontenta di ciò che afferra senza sforzo. Il talento come un belvedere da cui godersi il panorama – e se qualcuno vuole dare un’occhiata c’è da pagare il biglietto.

Elton John ha scritto musiche deliziose. E cantato versi poetici e intelligenti. Ma ha anche affondato le gemme della sua produzione realmente ispirata in una montagna di bigiotteria. A volte da boutique. Altre volte da grandi magazzini. O da discount. E quanto ai testi, com’è noto ma come si tende a dimenticare, è quasi tutta farina del sacco di Bernie Taupin. Elton li utilizza ben volentieri, fin dagli esordi e fatte salve la parentesi con Gary Osborne e qualche altra collaborazione momentanea come quella con Tom Robinson, che ha portato alla celebre Elton’s Song, ma è lui stesso a riconoscere che non lo rappresentano più di tanto: «Amo cantare i testi di Bernie, perché non so scriverne e perché leggere le sue parole ispira la mia musica. [Ma] Il mio cuore e la mia anima sono nascosti tra le pieghe della musica, che è però più difficile da leggere e trovare…».

Il problema è psicologico, ancora prima che artistico. Elton John è un individuo estremamente sensibile, nell’accezione odierna e iper emotiva del termine, e si porta dentro i segni di un’infanzia e di un’adolescenza sofferte. Il padre era un pilota della Raf, l’aviazione militare britannica, e avrebbe voluto che il figlio, il cui vero nome è Reginald, seguisse le sue orme. O che, se non altro, si dedicasse a qualche professione “seria” come l’avvocatura. Aggiungeteci l’omosessualità, che nei primi anni Sessanta non era certo così accettata come adesso, e il quadro è completo. Il giovane Reg è cresciuto con un bisogno viscerale di apprezzamento e di affetto. La musica è diventata il suo rifugio, prima come appassionato e poi come professionista. Il successo la sua perversione, regalandogli il potere immenso, e ingannevole, della ricchezza e della fama: fino a renderlo, per sua stessa ammissione, «egoista, intrattabile e insopportabile, perché pensavo che tutto mi fosse concesso».

Un cuore vulnerabile e un ego in cerca di rivalse. Esibizionismi, e fisime, da primadonna. Fremiti da piccola fiammiferaia. «Piango in continuazione. Quando vedo film tristi o ascolto musica malinconica o splendida. Non riesco a sentire le Variazioni Enigma senza commuovermi. Piango davanti a una fotografia, a un quadro. Piango molto, forse troppo. Ho versato fiumi di lacrime sul finale di Billy Elliott, per quel rapporto padre-figlio che mi ha ricordato da vicino il mio. Amo le lacrime.»

Un equilibrio precario, che solo negli ultimi anni sembra aver trovato un po’ di saldezza in più. Sul piano umano c’è comunque da rallegrarsene: non è mai troppo tardi per accantonare gli eccessi di un carattere instabile. Su quello creativo chissà. Elton John ha compiuto 63 anni nel marzo scorso. E adora quello che ha accumulato nel frattempo, grazie a un certo modo di comporre, di suonare, di esibirsi. Difficile, per non dire impossibile, che cambi strada e provi a fare qualcosa di diverso e di più rischioso. Difficile che capisca che l’obiettivo supremo non è piacere al principe Carlo o essere equiparato alla fragranza e al ristoro di una tazza di the.

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