Berlusconi Show. Intervista a Miro Renzaglia

Stefano Petroselli

intervista miro renzaglia

L’intervista che segue è stata pubblicata ieri, domenica 26 settembre, sul Secolo d’Italia.

La redazione


COME NEL TRUMAN SHOW
Stefano Petroselli

«Se il Presidente del Consiglio, il Cavalier Silvio Berlusconi, sente la bramosia e segue l’input dettatogli dal suo senile neurone residuale di accogliere il rais di tutte le Libie, Mu’Hammar Gheddafi, baciandogli riverentemente la mano, siamo alla frutta». Scrive così Miro Renzaglia su Il Fondo, il magazine online che dirige. Eppure, due anni fa, non era ostile al ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi.

Cos’è cambiato?

Non essere ostile pregiudizialmente ad un’alternativa di governo, dopo che quello precedente, l’ultimo Prodi, aveva dato dimostrazione in tutti i modi della propria inettitudine,  è una cosa. Non rendersi conto che l’immaginario creato dal “re della comunicazione”, prima fra tutte l’icona del campione libertario, sia crollato in quel baciamano è un’altra.

Può spiegarsi meglio?

Partiamo dai meriti. Va dato atto a Silvio Berlusconi di aver introdotto l’immaginario nella politica. Si può discutere dei contenuti di questo immaginario all’infinito, ma la realtà è questa: il segno tangibile del passaggio fra la prima e la seconda Repubblica è sostanzialmente la trasformazione del linguaggio politico, inteso come sistema di segni e simboli non solo verbali. E con questo linguaggio ha convinto tutti. E se non tutti, almeno la maggioranza degli italiani. Ecco, se me lo lascia passare, direi che Berlusconi è stato il primo vero interprete italiano del pensiero gramsciano con  riguardo alla costruzione del consenso di massa. Neanche il vecchio Pci, dichiaratamente votato all’impresa, era riuscito a tanto. E’ un dato.

Certo, potendo contare sulle sue televisioni l’esercizio di controllo ipnotico da Grande Fratello gli è stato facile.

Se si riferisce al Grande Fratello della metafora orwelliana, siamo ancora alla preistoria della “rivoluzione” berlusconiana. Quando, da dietro le quinte delle sue televisioni ordiva la trama, ma non pretendeva ancora di interpretarla. Nella metafora di 1984 il Grande Fratello, il vertice del partito totalitario non appare mai: è solo un’entità continuamente evocata ai fini di mantenere l’ordine costituito. Con la sua “scesa in campo”, Berlusconi è andato oltre. Ha presente The Truman Show?

Sì: il film di Peter Weir dove il protagonista non sa di essere al centro di uno spettacolo televisivo trasmesso in diretta e in cui tutti i coprotagonisti sono, invece, degli attori consapevoli di una sceneggiatura.

Esatto. Solo che invece di uno solo, nel Berlusconi Show i protagonisti inconsapevoli di una sceneggiatura già scritta siamo stati un po’ tutti. Per anni. Persino le opposizioni hanno finito per credere che la sua fantastica rappresentazione della realtà fosse l’unico terreno di scontro possibile. Ma contestare il suo immaginario senza produrne uno alternativo ha significato solo rafforzare la scenografia del “grande comunicatore”. E così siamo rimasti dentro una sorta di maya dove la realtà, a parte il linguaggio che la esprime, non ha registrato una sola delle “riforme” promesse in quindici anni di berlusconismo.

Però, anche il protagonista del Truman Show alla fine ha trovato una via d’uscita.

Sì. Perché nessuna rappresentazione virtuale è mai perfetta. Alla fine, un errore nel copione o un attore che sbaglia la battuta ci scappa sempre. Nel Berlusconi Show è stato il regista stesso a svelare l’inganno: non resistendo al richiamo della scena, lui che ha sempre schivato il confronto pubblico con qualunque interlocutore, affidandosi di preferenza ai monologhi, ha preteso interpretare se stesso. E gli è andata male…

E quando?

Ricorda la Direzione nazionale del Pdl? Quando confidando sul suo carisma, s’è alzato per replicare all’intervento di Gianfranco Fini, convinto di metterlo a tacere? Beh! mi ci gioco quello che vuole che mai e poi mai si sarebbe aspettato la reazione del co-fondatore che voleva mettere all’indice. E lì si è prodotto lo scarto. Perché si è trovato di fronte un indice vero, in carne ed ossa, che non aveva previsto si potesse alzare contro di lui. Ecco! Quell’indice puntato di Fini contro di lui è stato l’inizio della fine della rappresentazione del Berlusconi Show. Ma il colpo di grazia all’immaginario che s’era costruito se lo è dato da solo, poco tempo dopo.

Con il baciamano a Gheddafi?

A parere mio, sì. E’ lì che sono crollati molti dei miti che si era costruito intorno: da quello dell’uomo che si fa da sé, a quello dell’indomabile sciupafemmine, a quello del monarca-repubblicano, come lo hanno disegnato anche di recente certi agiografi tardo-imperiali sulle pagine del Giornale. Via, non scherziamo: s’è visto mai un re baciare la mano a un altro capo di stato? E un libertario genuflesso?

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