Se la frusta solo un po’

Pauline Réage

L’avevano fatta entrare in una stanza dove uno specchio a tre lati e un quarto specchio a muro permettevano di guardarsi in ogni punto. Le hanno detto di sedersi sopra un pouf in mezzo agli specchi, e di attendere. Il pouf era coperto di pelliccia nera, che la pungeva leggermente, il tappeto era nero, le pareti rosse. Su una delle pareti di quel piccolo boudoir una grande finestra si apriva su un bel parco oscuro. Aveva smesso di piovere, gli alberi stormivano al vento, la luna correva alta fra le nubi. Quanto a lungo sia rimasta nel boudoir rosso non dire, né se fosse veramente sola come riteneva, o se qualcuno l’osservasse da uno spioncino dissimulato nel muro. So che quando le due giovani donne sono tornate, una di loro portava un centimetro da sarta, e l’altra un canestro. Le accompagnava un uomo, avvolto in un lungo mantello violetto dalle maniche ampie ma strette ai polsi, e che si apriva dalla cintola in giù quando camminava. Si poteva così vedere che sotto il mantello indossava una calzamaglia che fasciava gambe e cosce, ma lasciava libero il sesso. Fu proprio il sesso che O vide come prima cosa, quando si mosse verso di lei, poi la frusta da corregge di cuoio infilata nella cintura, poi il cappuccio nero che gli mascherava il volto, con una rete di tulle nero per nascondere anche gli occhi, e infine i guanti, anch’essi neri, di capretto. Lui le intimò, dandole del tu, di non muoversi, e alle giovani di affrettarsi. Quella che aveva il centimetro prese allora le misure del collo di O e dei suoi polsi. Erano misure piccole, ma del tutto normali. Fu facile trovare nel paniere tenuto dall’latra donna il collare e i bracciali adatti. Le fissarono dunque questi strumenti al collo e ai polsi, poi l’uomo le intimò di alzarsi. Si sedette a sua volta sul pouf di pelliccia, la face avvicinare fin contro le sue ginocchia, le passò la mano guantata fra le cosce e sui seni e le annunciò che sarebbe stata presentata quella sera stessa, dopo la cena che avrebbe consumato sola. Terminata la cena, le due donne tornarono a prenderla. Nel boudoir le legarono i due anelli dei bracciali tra loro, dietro la schiena, le misero sulle spalle, fissandolo al collare, un lungo mantello rosso che la copriva completamente, ma che si apriva a ogni passo che faceva poiché, con le mani così legate, non poteva impedirlo. Attraversarono un vestibolo, due salotti, entrando infine nella biblioteca, dove quattro uomini stavano prendendo il caffé. Indossavano gli stessi grandi mantelli del primo, ma non portavano la maschera. Tuttavia, O non ebbe il tempo di vedere i loro volti perché uno dei quattro diresse su di lei una potente lampada che l’accecò. Tutti rimasero immobili. Poi la lampada fu spenta; le donne uscirono. Ma prima bendarono nuovamente gli occhi do O, che venne poi fatta avanzare – incespicò leggermente – e capì che si trovava davanti al grande fuoco presso cui aveva visto seduti i quattro uomini: sentiva il calore, e udiva crepitare dolcemente i ceppi nel silenzio. Delle mani le sollevarono il mantello, altre discesero lungo la sua schiena dopo aver verificato che i bracciali fossero uniti fra loro; non calzavano guanti e una la penetrò contemporaneamente, da entrambe le parti, così rudemente che lei lanciò un grido. Qualcuno rise. Un altro disse: «Giratela, così potremo vedere i seni e il ventre». Venne fatta girare e sentì il calore del fuoco sulle reni. Una mano le ghermì un seno, una bocca afferro la punta dell’altro. Improvvisamente lei perse l’equilibrio e cadde all’indietro – qualcuno la sorresse, mentre le aprivano le gambe e le allargavano delicatamente le labbra del sesso; sentì dei capelli sfiorarle l’interno delle cosce. Udì qualcuno dire che bisognava metterla in ginocchio. Così fecero. Si sentiva a disagio in quella posizione, soprattutto perché le era stato proibito di accostare le ginocchia, e perché le mani legate dietro la schiena la facevano pendere in avanti. Le fu allora permesso di piegarsi leggermente all’indietro, semiseduta sui talloni, come usano le suore. «Non l’hai mai appesa?». «No, mai». «E frustata?». «No, neppure frustata, ma…». Era il suo amante a rispondere. «Ma…» concluse l’atra voce «se l’appende solo qualche volta, se la frusta solo un po’, e lei comincia a goderne, non è bene. Bisogna farle oltrepassare lo stadio del piacere, bisogna che pianga». Allora fecero alzare O, e qualcuno stava per scioglierle i lacci, probabilmente èer fisarla a una colonna o a un anello della parete, quando un altro protestò che prima voleva prenderla, e subito – così la fecero rimettere in ginocchio, ma questa volta col busto su un pouf, sempre con le mani legate dietro la schiena, e con le reni più alte del dorso, e uno degli uomini, ghermendole con entrambe le mani i fianchi, le affondò nel ventre. Poi cedette il posto a un altro. Il terzo volle farsi strada nel passaggio più stretto, forzandola violentemente, e la fece urlare. Quando la lasciò, gemente e in lacrime sotto la benda, lei scivolò sul pavimento: sentì allora delle ginocchia contro il viso, e capì che nemmeno la bocca le sarebbe stata risparmiata. Finalmente la lasciarono, prigioniera riversa nel suo mantello rosso davanti al fuoco. All’improvviso le tolsero la benda. Due degli uomini erano in piedi e fumavano. Un altro era seduto, uno scudiscio sulle ginocchia, e quello chino su di lei che le accarezzava i seni era il suo amante. Ma l’avevano posseduta tutti e quattro, e lei non l’aveva distinto dagli altri…..

 

Pauline Réage

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