Matteo Guarnaccia. Ribelli con stile

Michele De Feudis

Ribellione e irregolarità si muovono di pari passo e irrorarono la creatività e la cultura giovanile. Sono proprio gli studenti, gli under trenta ad aver nel secolo scorso generato movimenti di massa, favorito la formazione di avanguardie culturali ed artistiche, sperimentato inedite contaminazioni musicali fino alla creazione di nuove città, disegnate da architetti coraggiosi, come durante il ventennio fascista in Italia.

Matteo Guarnaccia, artista e storico del costume, ha realizzato per la Shake edizioni un enciclopedico saggio, Ribelli con stile, un secolo di mode radicali (pp. 350, euro18) nel quale cataloga le più svariate tendenze giovanili – Wandervogel o Hippie, Mod o Skin, Skater o Beat – arricchendo il lavoro con un notevole repertorio fotografico. E’ possibile così compiere un viaggio che dagli albori del novecento arriva fino ai giorni nostri, soffermarsi sulla profondità ideale che sostanzia le tendenze fino a correre il rischio di considerare arbitrario l’appellativo di ribelle per le masse giovanili che si annullano nei raduni di musica elettronica. Ma se ogni popolo ha bisogno di eroi e ogni nuova generazione di una sana dose di ribellione, questo “excursus” può tornare utile per tenere sempre viva una riflessione su un universo inesplorato, quello della “generazione invisibile”, sulla quale ci si interroga forzatamente solo obbligati dalla contingenza della cronaca.

Nella minuziosa elencazione dell’autore milanese compaiono anche i raver, recentemente definiti ribelli sulla grande stampa dopo la strage di Duisburg per la Love Parade. Il sociologo francese Michel Maffesoli, in Icone d’oggi (Sellerio) spiega che «Dioniso redivivo si manifesta nelle società postmoderne», e si incarnerebbe proprio nelle adunate dei rave party. «L’estasi suscitata dalle musiche, la trance e l’uso di sostanze proibite concorrono alla formazione di un corpo collettivo, di un’anima comune. (…) È uno slancio vitale del quale bisogna valutare le caratteristiche e le conseguenze sociali». Guarnaccia ricostruisce la genesi del fenomeno, nato negli anni Ottanta nella Warehouse di Chicago, dove «alcuni dj pasticciando con i sintetizzatori hanno detournato la disco music e inventato una nuova tendenza artistica: l’ipnotica “acid house”. Un’alchimia sonica a base di campionature di suoni e brani musicali shakerati, velocizzati e mandati in loop continui».

Melanie Takahashi li fotografa in questo modo: «Non senti neanche la musica perché il rombo sul pavimento copre tutto». La sub cultura raver si è con il passare degli anni insinuata in tutto l’occidente, favorita anche dal fascino della clandestinità con cui i raduni vengono pubblicizzati, e l’ostracismo delle forze dell’ordine non fa altro che accrescerne l’attrattiva: smarrita l’abitudine al sogno politico e metapolitico, una non stop di musica elettronica occupa così l’immaginario ludico di milioni di giovani in tutto il mondo. Considerarli espressione di ribellione può essere, però, una forzatura, scambiando la perdita di coscienza sociale con un posizionamento oltre il conformismo.

Ben altro vigore, del resto, anima il cuore dell’Anarca jungheriano del Trattato del ribelle, capace di ergersi come «scogli sommersi intorno ai quali continuano ad agitarsi le acque». Nell’introduzione dell’opera, lo scrittore (collaboratore di “Wired” e “Vogue”) richiama la missione del ribelle nella società: «Il conformismo contemporaneo, a differenza di quello assai più rigido d’antan, si è dimostrato più che disponibile ad accettare e incoraggiare l’eredità estetica, a patto che naturalmente il messaggio originario – morale, immorale, o amorale che sia – venga depotenziato, decontestualizzato, sterilizzato prima di essere servito, freddo, sui manichini di negozi di abbigliamento e poi trasportato nel guardaroba di presentatori televisivi della fascia prime time, di politici puritani o finanzieri rampanti».

La ribellione, però, non è solo una questione di taglio di abiti. Tocca nel profondo la possibilità di innestare nel flusso dell’ordine sociale energie in grado di disegnare un approdo alternativo. «Fuori dalle mura delle città grigie; noi camminiamo nei boschi e in campagna; chi vuole, vada alla malora; noi ci incamminiamo attraverso il mondo»: proprio l’esempio del Wandervogel evidenzia come, oltre l’apparenza di “ambigui escursionisti”, ci sia una sintesi tra patriottismo “volkisch”, amore per la natura incontaminata, passione per il viaggio. Ribelli contro l’ordine prussiano. «Per distanziarsi dalla gente comune, sbeffeggiano l’etichetta borghese, danno del tu a tutti, usano modi grezzi, agitano le mani per salutarsi “all’italiana”. Sputano sul denaro e mettono in comune quello che hanno». Affermano la specificità della condizione giovanile in un contesto modellato sulle esigenze degli adulti.

Il saggio sistematizza ben quaranta tendenze. Qualche riferimento può apparire forzato (lo squadrismo fascista come “una gang giovanile di strada”?) ma nel complesso anche il ritratto degli irregolari che si ritrovarono in piazza San Sepolcro è pieno di interessanti sfaccettature, tra giubbe militari alternate a giacche a doppio petto da borghese, il colore nero, i pugnali, i capelli lunghi pettinati…

Il rapporto tra ribellione e società di massa è ben focalizzato da una citazione di Jean Cau: «Mai nella storia petardi così piccoli hanno fatto tanto rumore. Grazie alla cassa di risonanza della stampa sono diventati bombe». Esistenzialisti, ciclocattivisti, teddy boys spesso sono epifonemi del cambiamento nelle comunità: il rischio delle società postmoderne è che questi sussulti di vitalismo divengano, come spiega Manolo Blahnik, “funzionali al consumo”: «Lo scopo della moda è produrre desideri, prendere le persone e portarle fuori dalla realtà». Mentre diventa più difficile, cercando disperatamente nuovi ribelli, conservare l’innocenza che faceva dire ad Adriano Celentano: «Io son ribelle, non mi piace questo mondo che non vuol la fantasia. Io son ribelle nel vestire, nel pensare e nell’amar la bimba mia».

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