Intellettuali e fascismo. Chi sfruttava chi?

Luca Leonello Rimbotti

La questione è nota: il Fascismo fu tanto poco povero di cultura, che addirittura ne ebbe parecchie, e diversissime tra loro. Un vero “pluralismo totalitario”. Altro che “pensiero unico”! Fascisti erano e si dicevano i liberali di destra come i corporativisti di sinistra, i nazionalisti monarchici come i sindacalisti repubblicani, i modernisti come i tradizionalisti. Idealisti e problematicisti, classicisti e futuristi: alla faccia di Bobbio, di cultura – anzi, di culture, al plurale – il Fascismo ne ebbe in sovrabbondanza. Di intellettuali di tutte le sponde, poi, che si accalcavano ai suoi piedi per implorare attenzione e invocare prebende, Mussolini ne ebbe sin troppi. Si sa che, a cose fatte, larga parte di questi convintissimi fascisti, che per anni celebrarono lautamente compensati tutte le scelte del Regime, ivi comprese le leggi razziali e l’entrata in guerra, come nulla fosse saltarono il fosso e passarono il resto della loro vita a infamare quello stesso Regime che li aveva formati professionalmente, mantenuti e collocati sovente in ruoli sociali di prestigio. Storie italiane. Conosciute, ma è sempre bene parlarne. Tanto più, che anche l’attualità ne presenta di simili. Un libro dello storico Giovanni Sedita, Gli intellettuali di Mussolini. La cultura finanziata dal fascismo (Le Lettere) racconta per l’ennesima volta le miserie della classe intellettuale italiana. Ma si tratta di una pubblicazione che si differenzia dalle precedenti, poiché attinge direttamente a nuove fonti d’archivio.

Sedita ha avuto accesso allo speciale fondo di gabinetto del Minculpop, avendo potuto consultare materiale inedito, come ad esempio i “fascicoli S”, quelli cioè concernenti le sovvenzioni che, tramite il Ministero della Cultura Popolare, venivano concesse a giornalisti, artisti, scrittori, giornali e riviste, seguendo una contabilità segreta che registrava prelievi gestiti dall’autorità di polizia in accordo personale con Mussolini. Il meccanismo delle sovvenzioni rivelato da Sedita non prevedeva alcuna coercizione da parte del governo fascista verso chicchessia. Nessuno veniva forzato a collaborare. Nessuno punito se invece non collaborava. Al contrario, era ogni volta il singolo intellettuale che, mettendoci la faccia (che non di rado era di bronzo), apertamente richiedeva aiuti, rivolgendosi a burocrati, al ministro oppure direttamente a Mussolini: «Il meccanismo della sovvenzione si innescava con un atto volontario: la richiesta da parte dell’intellettuale», scrive Sedita.

Certo, il Fascismo non era un’opera pia. Se offriva congrui – spesso molto congrui – aiuti economici, in cambio chiedeva una dose di lealismo, una quota di spirito collaborativo che rimanesse grosso modo nel solco ideologico del Regime. Era davvero il  minimo. Questo rapporto di dare e avere fu certamente un vincolo per molti uomini di cultura, giornalisti, artisti: ma sapreste dire se per caso un odierno corsivista o vincitore di premio letterario non subisca un uguale o forse maggiore condizionamento? Per essere definito “totalitario”, si può ben dire che il Fascismo vincolò il minimo indispensabile. E vincolò così poco che alle volte – con singolare tendenza all’autolesionismo – pagò in moneta sonante persino acclarati e già condannati nemici ideologici.

Questo spirito libertario – del tutto assente nei rigidi apparati comunista o democristiano del dopoguerra – costò caro al Fascismo, che si allevò in seno un gran numero di serpi che, al momento opportuno, cioè quando non c’era più nulla da rischiare, si dettero a decennali operazioni di damnatio memoriae di quel Regime che le aveva a lungo beneficate. Ma questo è lo storico profilo dell’intellettuale italiano. Sempre acciambellato ai piedi del potere, ma particolarmente volenteroso nell’offrire i propri servigi al Fascismo, che per la prima volta in Italia si dimostrò un governo sensibile alle arti, alla promozione di nuove riviste e nuovi giornali e attivissimo nel promuovere i giovani talenti. L’intellettuale italiano, a differenza di altre realtà storiche, sotto il Fascismo gareggiò in servilismo, ma senza che nessuno glielo chiedesse.

Sulla scorta dell’esempio tedesco – che col dinamico Goebbels aveva inquadrato e mobilitato l’apparato culturale, facendone una colonna del potere, cosa che si dimenticò di fare Mussolini – nel 1937 venne creato il Ministero della Cultura Popolare, il famoso Minculpop, guidato prima da Ciano e poi da Alfieri e da Pavolini. Con questa istituzione si sostituivano il vecchio Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio di Polverelli e il Sottosegretariato alla Stampa e Propaganda, che fin dagli anni Venti e poi nei lunghi anni del consenso, avevano inaugurato la pratica di sostenere finanziariamente quanti, fra gli scrittori, i musicisti o gli artisti, chiedessero un aiuto al Governo, lamentando regolarmente condizioni di indigenza.

Con l’avvento del Minculpop, si attuò il circuito “occulto” che, col benestare di Mussolini e gestendo un fondo della Pubblica Sicurezza, faceva pervenire gli assegni agli interessati senza che ne rimanesse traccia nei bilanci, ma solo nella corrispondenza e nelle ricevute di avvenuto incasso. Che è quanto oggi pubblica Sedita. Nella ricca appendice al suo libro, lo storico ci squaderna un migliaio di nomi, famosi, noti oppure oggi ormai dimenticati. Tutti a libro paga della rivoluzione fascista e del suo Duce invincibile. C’è la Sibilla Aleramo, l’eroina femminista che, a tempo e luogo, si fece passare per fiera comunista: finanziata per un buon decennio, con un saldo finale che registra l’erogazione di ben 235.000 lire dell’epoca. Era tra i privilegiati, insieme a Mascagni, Cardarelli, Ungaretti e molti altri, che ricevettero la paga fissa, non occasionale. Ma la scrittrice era in ottima compagnia. Da Vittorini a Pratolini, da Guttuso a Pirandello, da Malaparte a Alfonso Gatto, da Chilanti a Bontempelli, a Quasimodo, a Brancati, la schiera era compatta. Chiedevano soldi persino per fare le vacanze in montagna. E il Duce dava l’ok, lo dava sempre, da quel feroce tiranno che era. E in tutte queste nobilissime penne c’era sempre non l’idealismo, non lo slancio di collaborare a un grande progetto di civiltà, ma sempre la medesima, oscena «reiterazione esasperata del chiedere, la familiarità del domandare», come dice Sedita.

Questa massa di ruffiani e di opportunisti ideologici, mai sazi, in vent’anni incamerò cifre enormi, avviandosi a quel ruolo di manipolatori dell’opinione in cui eccelleranno nel dopoguerra, sotto le varie sigle “democratiche”. A conti fatti, fu molto di più quello che il Fascismo dette loro, di quello che loro dettero al Fascismo.  Sedita scrive che il Regime offrì concrete possibilità, agevolò carriere e professionalità: «La relazione col ministero fu percepita da molti come un’opportunità individuale». Gli intellettuali ci guadagnarono lavoro e quattrini. Il Fascismo, nel momento del bisogno, ci guadagnò un tradimento di massa. Furono gli intellettuali – ripetiamo: non sette o otto, ma all’incirca un migliaio – che si servirono del Fascismo, e certo non fu il Fascismo che ne sfruttò perfidamente il “genio” creativo.

Alla fonte ci fu un equivoco. Un grave errore storico del Fascismo. Per cooptare tutti, per inglobare tutte le tendenze e dare avvìo al Regime del consenso totale, Mussolini imbarcò cani e porci. Così, però, il Fascismo non scelse una sua ideologia precisa, non impose un suo punto di vista, non indicò la sua via politica. Insomma, non fu vera rivoluzione, ma consociativismo superficiale. Si accontentò di un consenso di facciata. Attraverso le maglie del “totalitarismo imperfetto”, la turba dei fiancheggiatori culturali si infiltrò nel Regime, erodendolo. I veri fascisti – alla Marcello Gallian, per dire, anche lui tra i sovvenzionati – rimasero ai margini. Il centro della scena andò ai teatranti, ai simulatori, ai finti fedelissimi.

Luca Leonello Rimbotti

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