In morte di Sanguineti

Raffaele Perrotta

biografia di un giovane anni Sessanta che usciva dalle letture della parola-d’Annunzio e da Un uomo finito di Papini, e aree limitrofe della lettura libri còlti al volo, ben poco mediando dato il ‘gusto’ di lèggere ‘comunque è un giorno non assimilabile a giorno qualsiasi’: quando gli capitò di accadere fra i Pisan Cantos di Pound tradotti da Alfredo Rizzardi e Laborintus Erotopaegnia Purgatorio de lInferno, insumma Triperuno (Feltrinelli 1964). Dante redivivus, da Pound a Sanguineti, questo il nuovo secolo, dove il cosí si fa in cosiddetta ‘Poesia’ veniva a essere travolto, infatti come ai primordi con l’Alighieri dell’opus magnum avanguardia delle future avanguardie. poi, questo giovane degli anni Sessanta crebbe in anni, e, continuando la lettura di Sanguineti, si trovò con un altro Sanguineti, parentesi e punti vari di interpunzioni, uno scheletrito fare poesia di tutti i giorni, rabbia scemata (rispetto a «‒ e scrivevamo W PCI, rabbiosamente, sui muri ‒; / (e io incidevo la scritta con una chiave):». il giovane che il ‘primo’ Sanguineti scosse,  ebbe da pensare sul poetico del farsi poesia (il titolo Ma noi facciamone un’altra di Balestrini, e cosí nascevano, del giovane, sonatasituazione 1969 e g 1971, con Franco Verdi che, recensendo il primo testo, ripeteva a mo’ di linguaggio proprio il titolo di Balestrini), questo giovane, ormai ‘sessantottino’ – ¿non meglio ‘sessantottesco’? -, che leggeva la Rivolta contro il mondo moderno di Evola contemporaneamente traducendo in italiano il riaffermato Garibaldi di nome Che Guevara (una passione, Jean Cau), e firmando la traduzione sotto falso nome chissà perché pudicamente, forse timoroso gli eventuali strali del ‘Padrone’ di tutte le ferriere e annesse e connesse coscienze di animi egregi e forti: siamo nella seconda metà di quegli anni Sessanta, qualcosa bolliva in pentola… in quell’ormai passato remoto della Milano di Enzo Paci e della fenomenologia husserliana; se ne comincia a consultare qualche carta, i Novissimi fanno ‘storia’ come fosse la triade Ungaretti Montale Quasimodo ‘padri antenati’ e bene gli altri come da quell’allora recensione teatrale su quotidiano. ma i ripensamenti non costituiscono ‘spirito critico’ e la danza piú appropriata è la danza che ci è stata insegnata da terribile ‘frei Geist’: danzare sull’orlo dell’abisso, quindi senza esserne inghiottiti. abisso, per ciò si è contrari agli schematismi: ci manca il fondo della Cosa che ‘cosa’ non è, e tuttavia si è in córsa per chissà dove, il cerchio ci sta intorno, noialtri insieme e non insieme, ma a notte fonda va bene una discussione a tutto tondo sulle preferenze & rigetti che si nutrono sul ‘nostro’ del pensiero critico. o i suoi ‘contrari’, Majakovskij, Pasolini, declamare enfatico nella Piazza Rossa, stramaledire da coscienza critica senza tessera di partito politico – in un certo modo, ‘organici critici’ al mondo sociopolitico circostante -, lontani dal ‘Potere’ del «Palazzo» effettivo e ottuso e violento e truce del Comando-Padrone; come hanno da essere gl’intellettuali della teoria critica, ideici e non ideologisti, iscritti a parlare all’interno della storia delle idee, delle idee sconvolgenti quegli usi e costumi in stile di condotta incancreniti nel tessuto popolare – si sarebbe detto una volta ‘piccolo-borghese’ professante la litania ‘dio patria famiglia’ nel ventre di una nazione non piú Nazione, nel ventre di uno Stato non piú Stato, nel ventre di una società dissociata e non comunità nazional-popolare -, idee, cioè svolte storiche. se si occultasse la firma di Gramsci in calce ai suoi scritti, potremmo pensare che l’autore è di quelli propensi all’idea forte di un nazional-popolare complessivamente organico – idea, peraltro, squisitamente gramsciana, con in piú la categoria dell’‘egemonia’ -, e ancóra Gramsci come quei teorici dello Stato, con relativa Socialità, legittimazione a tutto tondo. certo, lo Stato, quella polis per la quale il Platone della Politeia instaura le tre corporazioni da identificare nell’oro, nell’argento e nel bronzo; e oltre l’Utopia di Thomas More, la Città del Sole di Campanella, e ancóra, la ‘speranza’ di Ernst Bloch, la mèta agognata del ‘non ancóra’. e ancóra, scavezzacolli, i periodi storici, e oggi può ripresentarsi, in altre forme, Storia l’insegna, la guerra continua nell’andare oltre lo schematismo di ‘destra’ e ‘sinistra’ riconoscendo invece la dinamica déi processi storici.

il complessivo Sanguineti: una sorta di paleomarxismo, di orizzonte culturale che va a restringersi e ridursi a ‘pensiero unico’, al contrario del Sartre delle Questioni di metodo anteposte alla Critica della ragione dialettica, dove il Sapere o Filosofia è il marxismo e l’ideologia è Kierkegaard, l’esistenzialismo, meglio il protoesistenzialismo («ho detto / che il marxismo è un’antropologia generale: che spiega tutta la vita» [Reisebilder 17., in Wirrwarr]): quello che ho spesso lamentato in Sanguineti; ma ecco il suo disarmo, il suo stato di essere ordinato a conformismo legittimato («tutto testimonia di noi come di / naufraghi, in questo dolce naufragio: (e si spiegano cosí i nervi tesi, / gli sgradevoli gridi: perché nuotiamo da morti, assai contratti, / sollevando sporche schiume, tra le correnti dei grandi magazzini e il golfo / della Lupe, in Olivaer Platz): tra i rottami di un furore che fu amore:» [Reisebilder 11., in Wirrwarr]). le Definitive non hanno da dirci che il loro cristallizzarsi incuranti di quella dinamica storica di cui sopra, soprattutto odiernamente, dove, chi si osservasse in sé come qualità di ‘cittadino’ compartecipe del principio-destino nazional-popolare non potrebbe non dedurre del proprio sé la condizione del naufragio ‘civile’, ‘patrio’ – ¿ma non sarebbero in vista bagliori di rinnovata critica, ancor prima che ‘sociale’, ‘culturale’, sub lege ideale a tutti gli effetti e, in supervisione, l’accento posto sullo spirito pragmatico con il quale lèggere la Storia e agire in essa, salvaguardando il senso organico della compartecipazione déi soggetti viventi alle venture ‘civili’ e ‘patrie’? -.

qui, manca lo spazio, ma è voce, a dir poco, sgradevole e sgradevolissima; ¿e mancherebbe forse la voce di una ‘popolarità’ nobile? ¿che cosa ci lascia, dico di stampato nel nostro immaginario non domo, Sanguineti, dopo tutto ‘poema’ della parola orchestrata ‘a pezzi’ sagaci?

e al punto di riscrivere il racconto déi tempi ultimi, e ristagni dello ‘spirito’ e sua ‘nobiltà’ e ingordigie di money a profusione in virtú di una delle logiche di principio capitalistico vecchio e nuovo, trasformatore dell’antropologico a fin di bene suo capitalistico. ebbene un testo letterario, anche il poetico, e vi si includa il mitopoietico, ‘tutto dell’immaginante fa e va bene’ quando sono da riflettere le magnifiche sorti e progressive; e che il ‘primo’ Sanguineti riprenda Pound e, come mi disse Antonio Porta, Jung, è parola «ermeneuta»… Pound ovvero ancóra Dante – con Eliot – e Jung pure da accogliere per via di quella gran copia di materiali del Mito raccolti e disaminati. non si confondano le carte, pur sussistendo, almeno in storia della letteratura di varia e opposta umanità, il ‘mito del xx secolo’; ciascuno dalla propria angolatura; poi, alcuni, passano gli anni e le ‘invasioni barbariche’, si arroccano a paleomarxismo e a guerra fredda anni Cinquanta. si fa per dire, perché Marx non è vendibile al primo avventore affamato di totem, Marx, ovviamente, è l’antimercato; che volete che vi dica! liberi di farlo, e noi a tenerci alla larga. oggi è un oggi tutto da apprendere e ‘fare in modo’ che poetiche e politiche vadano insieme di comune accordo. proprio io ebbi pubblicamente a dare la precedenza al ‘politico’, era la prima metà degli anni Settanta; oggi è oggi, oltre che un oggi: l’antropologico pseudopolitico odierno richiede una dirittura politica, che si riverserebbe anche nel poetico, comunque nell’alchimia del pensiero in quanto tale; e dove ci fu del buono, lo si colga e lo si raccolga facendone un racconto al presente, e non tedioso moralismo, ma quella nerboruta prosa insegnante che piaceva all’‘universale’ Berto Ricci., il Machiavelli del Ricci il Berto.

e qui si pone a ogni intenditore, approfittando del fatto che si è a ricordare Sanguineti, un fattivo congegno parasintattico degno del miglior ricordare con rabbia inaudita, se non da diluvio, un metadiscorso di cui noi a non dolercene nel day after; e sordi, sempre noi, alle provocazioni di quattro sciagurati: ¿eri forse sulle barricate a gridare ‘la Cina è vicina’? – ¿ma sarebbe morto Mao? -. la malizia non paga che a delinquere. non ricominciamo che relazionandoci, prima di ogni ideologismo, con l’estetica della politica anni Trenta, il corpo ‘atletico’ – fascista? -, che già nelle teoriche ludiche di Platone e Campanella. e certe riletture rinvengono… dopotutto, le biblioteche offrono materiali a josa di Creare con gioia! (lo Stelio Èffrena del Fuoco dannunziano), buoni ’libri ‘scordati’ dai vacanzieri dello ‘spirito’, ove attingere a piene mani immaginarî che sanno mirabilmente di ar-cano, e del ‘ludus’, da rammentare l’Homo ludens di Huizinga. il chiunque incontrato per caso in strada suscita il malessere d’anima e d’animo del buon viandante andante al Wald di memoria ernstjüngeriana. per pensare necessita né incielarsi né celarsi in questa tribú di faccendieri e di insipienti del ‘Politico’, bensí del bestemmiare alla Céline o alla coscienza critica di Pasolini. non ci si metta fra i piedi il traghettatore a basso prezzo. ma non cerchiamo di dare risposte a ogni costo, lo vieta il ‘taglio’ in quanto tale del discorso a un suo estremo di limite. “incidere sulla realtà”, come da molti focosamente si programmava, come se la cosiddetta ‘realtà’ fosse lí tutta intera a manifestarsi e a concedersi per essere cambiata a nostro piacere con compasso e squadra: la realtà è una invenzione di parola mentale e, al contempo, immaginaria, vale come quando la parola parla del ‘dio che sta nei cieli’ (mi esprimo cosí a detta del mio alter ego mio familiarissimo). fra qualche giorno pur qual cosa accadrà – l’Accadimento, luogo della Storicità e della Welt della prima proposizione del Tractatus di Wittgenstein -, e la qual cosa accadente sía propizia al nostro andare per quel Wald erstjüngeriano di cui sopra, nel Wald, ¿non è dalla foresta – dalla quale peraltro veniamo puri al cospetto del Naturantesi – che viene il verde scuro che piú verde scuro non si può?

o come dire ‘un Duce in meno’ (e ci fu, quando gli schieramenti guerrieri ebbero a capovolgersi innanzi alla Fortuna bendata, chi, fra teoria debole e politica sporca, andava a sostenere, d’un erede al Trono, ‘un Duce in piú’) e, italianizzando la chiusa di Laforgue, ‘un Amleto in meno, ma la razza non s’è estinta, lo si sappia!’, razza, la razza dello ‘spirito’, opus in virtú d’un miracolo, ma, si sa, il cammino ‘alla’ foresta non è agevole, come peraltro ‘allo’ stile, – allora, massimo del ritegno, l’audacemente! -. si riapra dunque il necessario riaprirsi del contarsi vis-à-vis, poeta con politico œ politico con poeta, sapendo che, dopo la tempesta, natura non facendo salti, quiete arride a spirito in-quieto.

(ma ora è sempre piú maturo darci dentro e trovare parole piú calibrate, riflessive. se ne farebbero delle riscoperte! a ricominciare con le riviste di primo XX secolo, politica e poetica che vanno insieme, cultura che le assorbe, le media, com’è della sacrosanta Cultura, ‘filosofia Culturale’. come detto, ‘la guerra continua’…)

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