Duisburg. Death Parade

Angelo Spaziano

L’atroce episodio di Duisburg induce a declinare su carta alcune considerazioni di natura sociologica e comportamentale suscettibili di far risalire alla coscienza dei contemporanei lontani episodi del passato durante i quali avemmo a sperimentare qualcosa di analogo sia nella genesi sia nella prassi.

Secondo alcune teorie, esiste un ben determinato numero di elementi con cui un individuo perfettamente sano e in condizioni d’intendere e di volere è in grado di mantenere relazioni sociali stabili e durature. Si tratta del famigerato “numero di Dunbar”. Considerato che nella vita di noi poveri “uomini della strada” una tavolata di sole quattro persone già si scinde spesso e volentieri in due gruppi distinti di interlocutori che prendono tranquillamente a parlarsi in sovrapposizione, è evidente che siamo alle prese con uno strampalato limite cognitivo teorico. Un cavillo matematico escogitato dai soliti brain trust di chissà quale laboratorio di sociologia. Una complicata astrazione mentale che come tale lascia il tempo che trova, insomma.

Eppurtuttavia, questo curioso arzigogolo sociometrico mantiene saldi legami con la realtà effettiva di tutti i giorni. Il numero di Dunbar, cioè, definisce un circoscritto ambito di relazioni interpersonali tramite le quali un individuo qualsiasi riesce a mantenere conoscenza distinta – ma teorica – di ciascuna persona e a sapere come ognuna di queste sia a sua volta in grado di relazionarsi con le altre. Un’entità superiore a questo parametro standard, secondo l’ideatore della formula, necessiterebbe di regole e leggi più restrittive per mantenere il gruppo di contatto stabile e coeso. Non è mai stato fissato un valore preciso al numero di Dunbar – e questa circostanza la dice lunga sul tasso di attendibilità di tali elucubrazioni – tuttavia il calcolo si aggira intorno alle 150 unità.

Ma che succede quando i contatti “amicali”, sfuggendo ad ogni controllo, aumentano e arrivano a sforare questo plafond? Semplice. Si fa quadrato tra pochi intimi e si stabiliscono livelli interpersonali via via sempre più qualificati ed esclusivi. E che accade quando ci si trova intrappolati in mezzo a una folla anonima e indistinta? Ovvio: salta tutto e l’intero sistema – vale a dire l’intera rete delle sinapsi neuronali – va in corto circuito e non riesce più a mantenere relazioni accettabili con nessuno. Ci si comincia a guardare in cagnesco insomma, tanto per usare un termine “cinofilo”. Basta provare a salire su un bus di linea nell’ora di punta e il concetto ci è subito chiaro. E se la suddetta folla per giunta è un’orda in preda al terrore perché qualcuno, chessò, in mezzo al marasma, tira fuori un accendino che qualcun altro, equivocando, scambia per una bomba? Siamo al si salvi chi può, al “mors tua, vita mea”. Ossia, dalle occhiatacce si passa direttamente alle zampate, agli sgambetti e alle gomitate nello stomaco, per non dire di peggio.

E’ l’irresistibile impulso alla fuga precipitosa e irrazionale, un sentimento che gli antichi greci chiamavano “timor panico” alludendo all’opera del dio dei boschi, Pan per l’appunto. Questa divinità burlona, secondo la mitologia, usava prendersi gioco dei viandanti allorché questi avevano la ventura d’inoltrarsi soli e di notte per le zone boscose e remote dell’Ellade, contagiandoli con improvvisi e irrefrenabili attacchi di panico. Era un influsso negativo che pervadeva anche gli animi dei guerrieri più audaci nel bel mezzo di uno scontro.

Molto più prosaicamente si tratta di un banale “segnale” neuronale dovuto a subliminali risposte biologiche provenienti dal cervello “rettiliano”, adattatosi a reagire con lo stimolo della paura ai pericoli mortali che insidiavano l’esistenza degli ominidi preistorici. Un banale ma efficace meccanismo di difesa escogitato dalla natura per salvaguardare la nostra specie dagli attacchi dei predatori pleistocenici, insomma. Il meccanismo è lo stesso sia per i luoghi solitari che per le grandi concentrazioni.

Per i trattati di sociologia questi fenomeni rappresentano classici casi da manuale. Avete presente Panico allo stadio? E’ un film del 1976 ricco di suspense e di adrenalina diretto da Larry Peerce e con la partecipazione di Charlton Heston e John Cassavetes. Il lungometraggio narra di una partita di football americano al Memorial Coliseum di Los Angeles durante la quale un cecchino si apposta tra la folla pronto a sparare nel mucchio. L’uomo viene casualmente individuato da una troupe televisiva posizionata su un dirigibile. L’allarme scatta subito e le autorità fanno di tutto per evitare il peggio. Ma il peggio accade lo stesso, e il risultato è l’ecatombe. Basta uno sparo e uno tsunami di gente impazzita si lancia alla disperata ricerca di una via di scampo da un pericolo che non è così incombente ma che come tale viene avvertito dalla massa, materializzandolo di fatto.

E’ l’effetto della Legge di Murphy, quella diabolica macchinazione statistica che afferma che se una cosa “potrebbe” andare male si può essere certi che andrà di sicuro a schifìo. Bene, astraendo per un momento dalle performance di celluloide, è proprio ciò che accadde in realtà nello stadio di calcio dell’Heysel a Bruxelles, il 29 maggio del 1985. Quel pomeriggio si stava giocando la finale di Coppa dei Campioni tra Juve e Liverpool e lo psicopatico quella volta non fu un cecchino che credeva di fare il tiro a segno con le capocce, ma una turba di hooligan ubriachi – i famigerati “headhunters”, (“cacciatori di teste”) – che invasero il settore occupato da pacifici tifosi juventini non organizzati in club e ben lontani dalla mentalità ultras. Gente che voleva godersi la partita in santa pace insomma. Costoro, spaventati da quelle furie, fuggirono disordinatamente dalla parte opposta del settore, delimitata da un muro. Nella calca che venne a crearsi, alcuni si lanciarono nel vuoto per evitare di rimanere schiacciati, altri cercarono di scavalcare l’ostacolo ed entrare nel settore adiacente, altri si ferirono contro le recinzioni. Il muro finì col cedere per il troppo peso, e moltissime persone vennero travolte e calpestate nel disperato tentativo di raggiungere una via d’uscita.

Naturalmente la polizia non ci capì nulla, intervenendo tardi e male, pigliandosela con i furenti tifosi italiani invece che con i responsabili della tragedia. I morti ammontarono a 39, dei quali 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese. 370 i feriti. E vi ricordate di Sheffield? Era il 15 aprile 1989 quando all’Hillsborough Stadium di Sheffield (Inghilterra) ebbe luogo la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest. L’episodio rappresentò una sorta di nemesi postuma dell’Heysel, poiché le vittime risultarono essere tutte fan del Liverpool. Alla tifoseria degli “headshunters” era stata assegnata infatti la “Leppings Lane”, una tribuna dotata di appena 6 ingressi contro gli oltre 60 aperti nel settore riservato ai tifosi del Nottingham Forest, e l’afflusso verso gli spalti procedeva molto a rilento. A un quarto d’ora dal calcio d’inizio, la massa di aficionados che premeva fuori dallo stadio era ancora notevole, così la polizia pensò bene di spalancare il “Gate C”, un grosso varco posto all’ingresso di un tunnel – anche qui come a Duisburg il tunnel s’è rivelato l’elemento fatale – che conduceva alla “Leppings Lane”.

Mai idea fu più infelice. Non avendo via di fuga, i tifosi ancora fuori dallo stadio si sono trovati convogliati all’interno dell’ampio “Gate C” verso la “Leppings Lane”, che non permetteva accesso ad altre parti della curva, già colma. E malgrado questa fosse appunto già stipata di gente, una marea d’invasati continuava a premere sempre più pressantemente, ignorando le conseguenze che la cosa avrebbe provocato sulle postazioni più avanzate. In breve gli spettatori che già si trovavano all’interno della “Leppings Lane” furono spinti con forza inaudita contro le recinzioni laterali e le pareti e contro queste finirono con l’essere inesorabilmente e orribilmente schiacciati.

L’incontro iniziò regolarmente in quanto nessuno si era accorto di cosa stesse accadendo, ma venne sospeso dopo appena 6 minuti di gioco, quando un ufficiale di polizia fece presente all’arbitro che era in atto un’irruzione di tifosi. In realtà si trattava di quei poveracci che per evitare di fare la fine dei sorci avevano preferito, per disperazione, scavalcare l’inferriata che separava la “Leppings Lane” dal terreno di gioco. La situazione apparve subito drammatica: i supporter si trovarono pressati come in un sandwich mortale: da un lato l’afflusso della folla, che dall’esterno continuava ancora a spingere per entrare, e dall’altro la polizia che, non avendoci capito nulla, caricava gli sventurati in cerca di scampo per evitare quella che per gli agenti era un’invasione di campo ma che per quei Fantozzi era la salvezza. Il bilancio finale di quella giornata di ordinaria follia ammontò a 96 morti e 200 feriti.

Un’altra occasione per camminarsi addosso vicendevolmente l’un con l’altro fino a morirne è stato offerto più volte dall’annuale pellegrinaggio musulmano alla Mecca, in Arabia Saudita. Stiamo parlando dell’Haji, un rituale collettivo che ogni anno, nel corso dell’omonimo mese islamico, vede confluire nella città santa dei mussulmani milioni di persone. Le numerose carneficine spesso provocate dal caldo, dall’affollamento e dagli accessi di panico hanno indotto le autorità a predisporre apposite vie di fuga, ampi corridoi d’alleggerimento e istituito controlli più severi.

Anche in India, nel corso delle numerose festività religiose di cui è fitto il calendario induista, si sono spesso verificate fughe precipitose – e rovinose – di fedeli ribattezzate ironicamente “tempioschiaccia” dalla vulgata locale. Si è accertato che questi episodi di furia collettiva spesso sono provocati da una semplice cancellata o da una recinzione, che, cedendo di schianto, provoca di riflesso delle ondate di terrore tra i pellegrini già di per sé obnubilati dall’estasi mistica.

Nel 1908, un fuggi fuggi generale ha causato la morte di 16 bambini in una sala pubblica di Barnsley, nel sud Yorkshire. Il peggiore “stampede” (“carica di bisonti”) della storia tuttavia è stato registrato a Chongqing, in Cina, durante la Seconda Guerra Mondiale. Il bombardamento giapponese della città, il 6 giugno 1941, provocò una tale ondata di panico di massa in un rifugio, da provocare la morte per soffocamento di circa 4.000 persone. Insomma, fece più vittime la paura che il raid aereo.

Causa di fughe precipitose, nel gergo popolare yankee, è “gridare al fuoco in un teatro affollato”, episodio passato alla storia come “il massacro del 1913″. Il fatto ebbe luogo il 24 dicembre 1913 a Calumet, nel Michigan, allorché decine di uomini, donne e bambini vennero schiacciati a morte quando qualcuno gridò “al fuoco” in un affollato party di Natale.

E siamo arrivati a Duisburg. Qui la mattanza è stata provocata da un micidiale cocktail di approssimazione, faciloneria e menefreghismo. In un ambiente dalla capacità di 250.000 persone non si può permettere l’accesso a un milione e mezzo di anime. Altrimenti si corre il rischio che “anime” lo diventino davvero. In tutti questi episodi spicca poi l’impreparazione delle forze di polizia, che il più delle volte, invece di risolvere, contribuiscono ad aggravare la situazione. Le immagini della polizia belga che a cavallo caricava gli scampati dall’eccidio dell’Heysel hanno fatto il giro del mondo. Ancora non è ben chiaro cosa abbia potuto provocare l’effetto Duisburg. Fatto sta che la folla, come sostiene Gustave le Bon, è una brutta bestia, brutta e dispettosa quasi quanto il dio Pan. Ma mai quanto l’imbecillità umana, l’unica, irresistibile forza contro cui gli stessi dei lottano – da sempre –  invano.

Angelo Spaziano

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