Caro Fini. C’era una volta…

Giuseppe Di Gaetano

C’era una volta una bella famiglia. Vivevano di stenti perché nella loro storia c’era stato un fallimento, grave che pesava sul presente. Ma si guardavano dritti negli occhi, senza tema d’abbassarli, perché si trattava di gente onesta. La società civile li dileggiava. – Cosa fanno, tutti soli, in quella casetta miserabile. Privi di qualsiasi prospettiva? – e giù a ridere con aria di sufficienza. Ma era una casetta linda e, sia pure nelle ristrettezze, vi si respirava aria pulita e vi circolavano idee. Sorgevano discussioni, talune anche aspre, eppure dentro quella casa c’era rispetto per tutti, persino per gli estranei. Anche se tra questi ultimi c’era ci voleva distruggere la casetta e i suoi abitanti.  Chi vi abitava era marginale, fuori addirittura della società nella quale viveva. Era marginale il suo lavoro. Era marginale quando esprimeva qualche opinione, era marginale quando scriveva. Anche quando scriveva bene di cose che gli altri non avevano visto. Tuttavia nessuno se ne faceva un cruccio. Gli altri, fuori, facevano finta di nulla, come se gli abitanti della casetta non esistessero. Un brutto giorno il capo famiglia, com’è nella natura delle cose, morì. Raccontano che volesse affrontare la morte in piedi. Molti dentro la casetta gli volevano bene, altri meno. Tutti piansero la statura dell’uomo, il suo coraggio, la sua straordinaria coerenza, la sua prudenza. La conduzione della casa venne affidata al figlio maggiore, che lo stesso capo famiglia aveva designato a succedergli. Egli decise che era giunto il momento di avvicinarsi al mondo recidendo il legame che il popolo della casetta aveva col suo passato. Come sempre accade, qualcuno si mostrò favorevole, qualcuno perplesso, qualcun altro, infine, nettamente contrario. In conclusione, fu deciso di aprire le porte e di scendere verso il mondo. In cambio dei beni che elargiva, il mondo pretese di dettare una serie di formule, estranee al popolo della casetta, ma che da quel momento sarebbero dovute entrare a far parte del codice genetico di quel popolo. E il figlio maggiore, forse senza capire fino in fondo la portata della scelta, accondiscese. Qui finisce la mia storia e ciascuno può scriverne la conclusione secondo il proprio punto di vista.

Uscendo dalla metafora, aggiungo soltanto che tra quello che assomiglia sempre più ad un lupanare istituzional/mediatico e un lager delle idee sempre più rigido e asfittico oggi mi trovo come l’asino di Buridano. Non esiste prospettiva. Fortunatamente il “tenutario” è uomo di grande efficacia ed ha pilotato l’Italia in mezzo ad una crisi con notevole abilità. Tremo all’idea che qualcun altro si fosse trovato al suo posto. Avremmo pianto lacrime amare. Forse gli possiamo anche perdonare la sua fantasia nell’intrattenere rapporti col gentil sesso. Benché la sua disinvoltura, anche se noi latini abbiamo una fama da difendere, francamente mi pare eccessiva.  Di fronte esiste, poi, un hortus conclusus misterioso e inaccessibile, solo apparentemente affrancato dalle ideologie che lo hanno infestato fino a ieri, dal quale emergono richiami ad una archeologia politica che spalmati sull’opportunismo attuale lasciano almeno interdetti. Con qualche residuo di cultura, stantia, con il sapore guasto delle cose che hanno fatto il loro tempo e sopravvivono a se stesse.

Ma questa è la politica della povertà. Una politica sempre più distante dalla gente che la gente non capisce e non segue più. La politica fatta a colpi di campagne di stampa: mi davano fastidio quando riguardavano Berlusconi; mi danno fastidio oggi che riguardano Fini. Ho ribrezzo di quelle prese di posizione che assumono i contorni della persecuzione con tutti i compartecipi allineati e coperti. Con tre, quattro pagine di giornale dedicate ad un argomento tutto sommato marginale. Indipendentemente dalle responsabilità che si attribuiscono all’oggetto di tanta attenzione. Non vuole esser una difesa di Fini. Non mi interessa. Se ha sbagliato che paghi politicamente il suo prezzo. Mi piacerebbe solo che quelle pagine, spese nel gossip politico, poiché di questo si tratta, fossero occupate con altro.

Ma questo è il giornalismo della povertà. Per cui provo a dettare la personale conclusione del mio raccontino. Chi vuol recidere il legame con il proprio passato s’illude di anestetizzarlo. Poiché la soluzione, ammesso che esista, non può riguardare la politica. Pertanto, egli si perde; ma la storia continua senza di lui.

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Giuseppe Di Gaetano

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