Anch’io ero venuta alla fine

Una Chi

Uscendo dal liceo verso l’una l’ho visto davvero seduto su uno dei paracarri ornamentali che presidiavano l’ingresso. Leggeva il giornale nel sole di giugno. Leggeva compreso, probabilmente s’era dimenticato d’essere lì e perché. A un metro da lui lo scrutavo commossa. La sua camicia era slacciata al collo, intravedevo il vello biondogrigio, soavemente crespo e trasparente, di cui sapevo che gl’invadeva il torace infoltendosi nel solco tra i seni, là dove adoravo intrigare le dita quando ci addormentavamo insieme sullo stesso fianco; io addossata alla sua larga schiena liscia premendogli i capezzoli nella pelle, piegati i ginocchi per sentire col davanti delle mie cosce il retro levigato delle sue, anche il contatto speciale dei testicoli finalmente rilassati. Se mai mi districavo dal suo crine era solo per scivolare più in basso e raggiungere al di là del suo fianco il membro finemente rilassato, talora imprigionato tra le cosce donde dovevo con dolcezza estrarlo per trattenerlo delicatamente nella mia mano, mentre le nostre palpebre si chiudevano. Gli ho detto ciao. Filippo ha alzato la testa e le sopracciglia e mi ha vista, una mano mia preso il braccio vicino all’ascella, l’ha tirato appena un poco verso di sé, mi sono chinata accecandoci entrambi coi capelli profusi, al buio gli ho trovato la bocca mentre la sua mano libera si levava e mi abbrancava la nuca, le sue labbra e le mie si no aperte, buongiorno, ha detto seccamente il preside sorpassandoci, non ho potuto rispondere avevo in bocca la lingua di Filippo gliela succhiavo un poco poi subito la respingevo, penetravo la sua bocca con la mia lingua mentre l’altra sua mano tratteneva la mia testa contro la sua e il suo giornale se ne andava svolazzando nella brezza di giugno. Dopo il bacio Filippo s’è alzato a fatica, era ingranchito ha detto, aspettava da un secolo su quel sasso. Mi ha chiesto con voce sommessa se avessi fame o sete, data l’ora. Gli ho detto con voce sommessa di no, ma l’avrei volentieri accompagnato se avesse avuto fame o sete lui. Filippo ha detto che era in macchina, sapeva che a scuola ci vado coi mezzi, ha detto che se avevo tempo potevamo magari salire un minuto da lui, bere o mangiare qualcosa a casa sua. La sua macchina arroventata in seconda fila, mia estorto dalla fronte, parecchie gocce di sudore. Malgrado ciò Filippo guidava lentamente nel diradato traffico dell’una e mezza, gentiluomo qual’era non voleva mostrare impazienza o magari non ne aveva? Mi sono tuttavia rassicurata nella frigida tromba delle sue scale, quando lasciato a terra l’ascensore, abbiamo salito i gradini di marmo fino al piano nobile come inseguiti dai lupi. La sua porta era solo da spingere, in un attimo eravamo sul letto e ci spogliavamo baciandoci e forsennati ci possedevamo, il suo sesso riaprendo e scardinando il mio sesso tornato quasi vergine, un mio dito uncinato al suo culo avido, due sue dita forzandomi la bocca fino in gola, il suo orgasmo il primo, pronto, abbandonato, per quanto gentiluomo Filippo a letto non si controllava mai, cercava il suo piacere con un’affascinante determinazione, l’amavo per questo. Anch’io ero venuta alla fine, seppure aiutandomi con una mano e con qualche pensiero mentre lui mi metteva a disposizione la sua erezione inconcussa. Da adesso lo accarezzavo particolareggiamene….


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