Roma città futura. Tra nuvole e arcobaleni

Angelo Spaziano

Come sarà la Roma del Terzo Millennio? La domanda suscita viva curiosità mista a comprensibile apprensione, visto e considerato il trattamento riservato alla capitale d’Italia nella seconda parte del XX secolo. Subito dopo la II guerra mondiale infatti, con l’eco delle bombe alleate ancora nell’aria, ruspe e bulldozer non fecero in tempo a spazzar via i detriti dalle strade che già le gru della speculazione “democratica” iniziavano a edificare l’agglomerato del futuro. Vale a dire quell’ameba informe che abbiamo sotto gli occhi noi poveri contemporanei. E non si è trattato di un buon servizio né per l’Urbe né tanto meno per i contemporanei. Interi quartieri periferici della creatura fondata da Romolo e Remo nel 753 a. C., infatti, sembrano essere stati costruiti apposta per rendere Roma la più brutta e invivibile metropoli possibile. Talenti, Corviale, Spinaceto, Torbellamonaca, Magliana, Settebagni, Labaro, Prima Porta e via elencando, sono null’altro che orride mostruosità, erette a perenne memento della decadenza morale dell’Italia scaturita dal dopoguerra, di cui quella edilizia è stata solo il pallido riflesso. Un mortale abbraccio di sconcezze in mattoni e cemento che, di pari passo con la corruzione delle anime, è andato via via soffocando il prezioso scrigno celato nel cuore della vecchia città imperiale.

Ovunque è stato possibile si è costruito male e senza alcuna pianificazione non dico di ampio, ma neppure di medio o piccolo respiro. Gli autori di cotanto scempio sono tuttora ossequiati e riveriti, liberi di intraprendere e di fare ancora danni: si tratta dei mai abbastanza deprecati Armellini, Caltagirone, Marchini e via cementificando. Questi palazzinari di professione non sono arretrati davanti a nulla, arrivando addirittura a costruire al di sotto del livello del Tevere, così ogni volta che veniva tirato lo sciacquone l’acqua del fiume rigurgitava fuori dai water condominiali inondando gli appartamenti. Il risultato è stato che col tempo una sterminata fungaia di banlieu, di gran lunga più miserabile e stracciona di quella parigina, ha costellato la periferia romana di enormi cubature seriali stile socialismo reale e livelli di comfort direttamente proporzionali all’aspetto. Scioccanti falansteri di cemento sgraziati, privi di decoro, senza un piano parcheggi, senza servizi, senza spazi verdi, e senza uno straccio di metropolitane per ovviare al traffico di superficie, che già negli anni Cinquanta si poteva intuire in tutta la sua futura, potenziale perniciosità. Soltanto case e strade, sempre case e strade e null’altro che case e strade, spesso tanto strette da risultare inaccessibili anche ai bus di linea e alle ambulanze.

L’ultimo grande progetto di ampio respiro per una città degna di essere chiamata “Capitale” restava l’Eur, il monumentale quartiere satellite voluto da Mussolini per l’Esposizione Universale del 1942, poi annullata per le note vicende belliche. Un gioiello d’arte neoclassica lasciato per lungo tempo a marcire nell’abbandono e nell’incuria dai galoppini dell’architettura politicamente corretta, inorriditi dalla pressante attualità e modernità del “pesante” lascito mussoliniano.

Insomma, tutta la metropoli “moderna” è nata così, improvvisando e raffazzonando alla bell’e meglio, senza una veduta organica suscettibile di suggerire un’organizzazione dello spazio urbano non esposta all’alea del caso. Roma, in altre parole, si è “aperta” al secolo breve con un diluvio di bruttezze e sciatterie, di edifici lunghi chilometri (vedi Corviale) e di inguardabili obbrobri (vedi l’hotel “Delta”, a due passi dal Colosseo, e l’offensivo condominio di Scajola, con affaccio diretto sull’anfiteatro) tanto da suggerire l’amara constatazione che il modernismo ha avuto, per l’Urbe, lo stesso impatto che ebbero le truppe marocchine nei borghi della Ciociaria dopo Anzio.

L’ultima chicca è stata la teca di Meyer, quell’alienante involucro di pietra grezza che, sponsorizzato dalla giunta Rutelli come la meraviglia delle meraviglie, è andato a stravolgere non solo l’Ara Pacis, ma tutta l’area di piazza Augusto Imperatore con annessi e connessi. Da notare che Meyer è anche l’autore della pazzesca “chiesa-conchiglia” di Tor Tre Teste. Lo stesso Maxxi, il Museo d’Arte del Ventunesimo secolo, progettato dall’architetto d’origine irachena Saha Hadid e varato a maggio scorso, ha suscitato un vespaio di polemiche per le sue ardite soluzioni architettoniche che poco o nulla si amalgamano col circostante, severo milieu d’impronta umbertina. Malgrado tutto, con l’inaugurazione pressoché sincronizzata del nuovo Macro di Odile Decq, il Museo d’Arte Contemporanea, e del Maxxi, e con la progettata fusione del nuovo complesso con la poco distante Città della musica, vale a dire i famigerati “bacarozzi” di Renzo Piano, si è aperta in città la questione di un secondo polo d’attrazione turistica capitolino. Un luogo d’aggregazione ludico e culturale che rappresenti qualcosa di diverso dal solito logoro cliché fatto di resti, mura diroccate e rovine, seppure gloriose e uniche al mondo.

Ora, con l’avvento di Gianni Alemanno alla carica di sindaco, si è deciso addirittura di rilanciare, ipotizzando la costituzione ex novo di un enorme distretto turistico gravitante sul litorale e con l’Eur come trait-d’Union. La skyline della nuova Roma, insomma, punterà a superare un concetto di turismo alquanto arretrato, basato prevalentemente sull’archetipo “pane, amore e archeologia” e mirerà invece a un approccio si potrebbe dire “multidisciplinare”. Questo mitico “secondo polo” dovrebbe estendersi su un quadrante che, a iniziare dall’Eur, arriverebbe a coinvolgere Ostia, Civitavecchia, Fiumicino, l’Appia antica, Valmontone. Le iniziative abbraccerebbero varie tipologie di turismo: congressuale, convegnistico e fieristico, golfistico, quello dei parchi a tema, dei parchi verdi, fino a quello portuale turistico e crocieristico, oltre a un’avveniristica funivia che dovrebbe collegare la Magliana (Villa Bonelli) a San Paolo e che grazie alla metro consentirà in 20 minuti di andare dalla nuova Fiera di Roma alla “Nuvola” di Fuksas. In tutto sono ben 23 i progetti messi in campo dal Comune di Roma per dar vita alla Roma del Tremila.

Una delle prime strutture ad essere messe in cantiere è stato “Cinecittà world”. Si tratta di un gigantesco parco divertimenti dedicato all’immaginario cinematografico che sorgerà in un’area di 27mila ettari a Castel Romano, di fronte all’outlet Mc Arthur-Glen, e che sarà inaugurato nel 2011. Secondo le stime, la struttura accoglierà circa 4 milioni di visitatori l’anno. “Romaland”, invece, il progetto di parco a tema sull’Antica Roma fortemente voluto dal sindaco Gianni Alemanno, ha suscitato non poche polemiche. L’area individuata per la sua realizzazione sarebbe di circa 300 ettari da ricavare all’interno di un comprensorio più vasto – almeno 5000 ettari – situato nel quadrante nord-ovest della capitale, verso il litorale. Presumibilmente la zona dovrebbe essere compresa tra Malagrotta e Fiumicino. Secondo il Campidoglio, “Romaland” potrebbe richiamare 9 milioni di visitatori l’anno, di cui circa 5 milioni turisti stranieri, creando 9 mila posti di lavoro e un giro d’affari intorno ai 600 milioni d’investimenti privati.

Il “Rainbow Magicland”, invece, dedicato all’immaginifico universo fantasy, dovrebbe sorgere a Valmontone, sempre a poca distanza da Roma, a pochi passi dal “Fashion District Valmontone Outlet” e da un complesso alberghiero anch’esso in fase di costruzione. Le tre strutture formerebbero un polo turistico integrato che complessivamente occuperebbe una superficie di un milione 500mila metri quadrati, comporterebbe una spesa di 500 milioni di euro e, a regime, darebbe lavoro a 4mila persone. Della costruzione di questo parco divertimenti si discute da anni. “Rainbow Magicland” si dovrebbe estendere su una superficie di circa 600mila metri quadrati e verrebbe suddiviso in 6 aree. Quando – e se – sarà inaugurato, si dice nell’aprile 2011, “Rainbow Magicland” offrirà ai visitatori 35 attrazioni di vario genere, di cui almeno due uniche in Europa. L’investimento si aggirerebbe sui 300 milioni di euro e dovrebbe offrire occupazione a circa 2mila addetti. Tremila i visitatori previsti ogni anno.

Tra gli altri interventi contemplati nel secondo polo turistico di questa Roma da Gordon Flash figurano anche il nuovo “Waterfront” di Ostia, l’ampliamento dei porti di Ostia e Fiumicino, la realizzazione di due torri di cristallo all’Eur e d’importanti opere infrastrutturali (una metropolitana leggera, la tangenziale per collegare la Colombo alla Roma-Fiumicino, una strada a scorrimento veloce ricavata dalla ristrutturazione di Ostiense e via del Mare, un collegamento tra il lungomare di Ostia e quello di Fiumicino e nuovi collegamenti tra i due porti), e ricettive (un casinò a Ostia, nuovi alberghi).

Un ruolo centrale lo svolgeranno anche le riserve naturali urbane, dal Parco dell’Appia Antica a Castel Porziano (che finalmente dovrebbe essere aperto al pubblico) fino alle Secche di Tor Paterno. Senza dimenticare il sistema congressuale e convegnistico dell’Eur – dove si dovrebbe correre il Gp di Roma di Formula Uno – e della Nuova Fiera, quello portuale e crocieristico – con la realizzazione di duecento nuovi spazi da diporto – e un campo da golf. Il tutto coinvolgendo imprenditori di settore e l’Unione industriali di Roma. A questo proposito è stata varata nei giorni scorsi una fondazione per portare Roma alla candidatura delle Olimpiadi 2020 ma soprattutto per rimettere in moto il sistema turismo. La fondazione – presentata da Confesercenti, Confcommercio, Formula futuro, Federlazio e Main Company, oltre che dal sindaco Alemanno – nasce sulla base del “Caro”, acronimo di “Comitato di accoglienza Roma olimpica”, che affianca l’azione definita «coraggiosa» del Campidoglio nella promozione di Roma sia come candidata d’elezione per i Giochi, sia per migliorare gli standard di ricettività della capitale.

Il presidente del “Caro” e presidente di Confcommercio Cesare Pambianchi, ha definito la corsa verso le Olimpiadi «un sogno romantico>, a cinquant’anni da quei Giochi romani che furono del grande Livio Berruti, di Cassius Clay, di Abebe Bikila. Pambianchi chiede di «mettere Roma in vetrina»  e dice che le categorie cittadine sono «pronte a investire» per migliorare l’accoglienza dell’Urbe collaborando a fianco dell’amministrazione comunale.

Stesso spirito costruttivo lo dimostra Maurizio Flammini, presidente di Federlazio, che parla di investimenti, ad ora, di 203 milioni di euro 100 dei quali destinati ad opere pubbliche soprattutto nella zona delle Tre Fontane, che potrebbe ospitare le Paraolimpiadi. Insomma, di carne al fuoco ce n’è molta, per non dire troppa. Molte strutture sono necessarie altre – vedi il Gran Premio – lo sono assai meno. Un eufemismo per indicare l’irragionevolezza di alcune proposte che sarebbe assai più opportuno lasciar decadere a vantaggio di altre emergenze di gran lunga più cogenti, vedi quella della mobilità, metrò prima di tutto. Ma tant’è.

L’unico rischio in tutta questa folle corsa verso le Disneyland o le Gardaland all’amatriciana, è che il vero Colosseo, quello autentico edificato dalla dinastia Flavia, passi in secondo piano davanti al parco tematico sull’antica Roma. Ce ne sono già tutte le avvisaglie. Si parla infatti di giganteschi Luna Park da dislocare in località le più disparate dimenticando che fino a pochi anni fa Roma già possedeva il Luneur, che ora giace abbandonato a languire tra le ragnatele nella totale indifferenza delle autorità preposte. E poi, scusate tanto: e se le Olimpiadi non ce le assegnassero? Vorrebbe dire: abbiamo scherzato? Sarebbe assai sgradevole, dopo tanto fantasticare, ritrovarsi a costruire castelli sulle nuvole…di Fuksas.

Angelo Spaziano

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