Quando a Est si difendeva l’Europa

Luca Leonello Rimbotti

La guerra ad Est del 1941-45 è stata paragonata da un storico alla lotta tra due animali preistorici per la vita e per la morte. E davvero, come disse Hitler nel 1942, se non ci fosse stato lo scudo della Wehrmacht, l’Europa avrebbe conosciuto le delizie del paradio sovietico direttamente nell’anno 1941. Oppure, come testimoniò a sua volta Léon Degrelle, «se la Waffen-SS non fosse esistita, l’Europa sarebbe stata interamente occupata dai Sovietici fin dal 1944». La storiografia russa più recente si è incaricata di documentare nel modo più chiaro che l’attacco a Oriente lanciato da Hitler il 22 giugno 1941 anticipò di un soffio la già decisa aggressione sovietica all’Europa. Si trattò quindi di una guerra preventiva in piena regola, che seguiva l’antica massima di strategia militare per cui la miglior difesa è l’attacco.

I recenti libri di Constantine Pleshakov e Viktor Suvorov, ad esempio, che hanno attinto a una vastissima documentazione russa, e che sono stati tradotti in italiano in questi anni, hanno portato una mole di prove a testimonianza del fatto che era intenzione di Stalin di attaccare nell’estate 1941 e che fu per questo che i tedeschi, quando irruppero in Ucraina, trovarono a ridosso del fronte più di cento divisioni sovietiche schierate con circa cinque milioni di soldati, metà dei quali liquidati o presi prigionieri nelle prime settimane. Era il già completato schieramento dell’Armata Rossa sul confine, che attendeva solo il segnale dell’aggressione. Quella guerra fu dunque una guerra di prevenzione dell’Europa dal disegno staliniano di approfittare della partita ancora aperta a Ovest tra Germania e Gran Bretagna, per entrare in Europa e dare inizio coi fatti alla rivoluzione mondiale bolscevica. Questo dà pieno conto delle motivazioni con cui centinaia di migliaia di volontari europei si arruolarono nell’esercito tedesco per difendere, come si diceva con enfasi non priva di fondamento, la civiltà europea contro la barbarie comunista.

E questo proclamava Degrelle, che di quel volontariato divenne il simbolo, incarnando al meglio l’autentico spirito di sacrificio che animò la gioventù europea che venne inquadrata nei famosi reparti pan-europei della Waffen-SS: dagli spagnoli ai croati, dai danesi agli olandesi, dai bosniaci ai francesi, dagli italiani agli ungheresi…e fino ai fiamminghi e ai valloni. Proprio la saga sanguinosa dei belgi valloni che dal 1941 al 1945 combatterono nella Legione Wallonie è forse la più nota, in virtù del fatto che le memorie di guerra stese nel dopoguerra da Léon Degrelle hanno avuto una vasta risonanza. I suoi libri Fronte dell’Est oppure Waffen SS, la grande sconosciuta hanno contribuito non poco a rafforzare, nel post-bellico mondo giovanile degli “esuli in patria”, un sentimento politico di affratellamento tra i popoli europei, di ben altra sostanza ideale rispetto alle grottesche utopie legate all’attuale interpretazione bancaria e oligarchica del concetto di Europa unita.

Quell’epopea omerica cantata da Degrelle ha avuto un nuovo capitolo nella pubblicazione, avvenuta a Parigi nel 1972, del libro La neige et le sang di Paul Terlin, nome d’arte di Henri Moreau, un giovane volontario rexista della Legione Wallonie che prese parte ai terribili combattimenti in teatri-chiave del fronte orientale, dalla zona del Don e del Dnjepr, a quella di Kiev, alla battaglia nella sacca di Cherkassy, fino all’esperienza finale nel settore settentrionale, in Estonia. È da poco uscita la traduzione italiana di questo libro incandescente: si intitola La neve e il sangue. Al fronte con Degrelle. Storia di un sopravvissuto della Wallonie (Novantico Editrice), e narra le terribili prove sostenute da Terlin dal novembre 1943 al 25 agosto 1944, quando una cannonata russa gli trinciò di netto il braccio destro e gli polverizzò la mano sinistra. Le ultime pagine, di grande umanità e di stringatezza davvero commovente, narrano l’odissea sulla nave ospedale lungo il Baltico infestato dai sottomarini sovietici, il rientro in una Germania semidistrutta, la prigionia cui a guerra finita venne destinato pur in quelle condizioni fisiche miserande, il viaggio di trasferimento al campo di concentramento di Darmstadt in carri bestiame piombati, in cui venivano ammassati invalidi, mutilati e feriti, poi un rocambolesco e incredibile tentativo di fuga dal campo recintato americano, il processo di “de-nazificazione” e infine l’umiliazione, dopo anni di prima linea e le gravissime mutilazioni, di vedersi accusato in patria come “criminale di guerra” e “collaborazionista”. Solo dopo questo estenuante calvario, il maresciallo della Brigata d’assalto Wallonie, grande invalido, senza braccia e con delle protesi, poté rifarsi una vita e – come ci informa Harm Wulf in una sua nota introduttiva – dedicarsi alla promozione del movimento per il Credito Sociale del maggiore Douglas (vicino alle idee di Ezra Pound) e al sindacato connnesso. Paul Terrin, o meglio Henri Moreau, è morto nel febbraio 2008, ultimo dei tre sopravvissuti della Wallonie, lasciandoci dunque un documento storico di eccezionale valore, che non esitiamo a definire dello stesso livello della grande memorialistica europea di guerra, paragonabile a Kobilek del nostro Soffici oppure al più famoso Tempeste d’acciaio di Jünger.

La Sturmbrigade Wallonie era stata aggregata alla divisione SS Wiking del generale Gille, un uomo della stoffa degli Steiner, dei Dietrich, degli Hausser, che godeva la piena fiducia dei suoi uomini. E proprio la Wiking era uno dei reparti pan-europei più rinomati, comprendente tedeschi, danesi, norvegesi, olandesi, fiamminghi, olandesi, svizzeri-tedeschi, estoni e finanche alcuni svedesi. Nell’unità Wallonie, composta da volontari borgognoni partiti un giorno dell’estate 1941 dalla stazione di Bruxelles con il sogno di un’Europa dei popoli, Terlin visse scene strazianti e traumatiche, a contatto quotidiano con la morte e con la sensazione sempre incombente di dover combattere contro un nemico che non dava quartiere, che attaccava senza curarsi delle perdite, che sembrava attingere a riserve umane e materiali inesauribili, di cui inoltre era ben conosciuta la pratica di non fare prigionieri e di dedicarsi con metodo al massacro indiscriminato. Eppure, neanche nella sconfitta, nella continua ritirata, nella crescente penuria di mezzi, mancò mai a quei giovani la convinzione di rappresentare qualcosa di più alto della vittoria o della sconfitta…«che meraviglia l’aria di mare di quella fantastica estate! Su quella strada d’Estonia eravamo seicento Valloni, convinti che il mondo appartenesse alla nostra giovinezza e alla nostra fede».

In uno scenario di bombardamenti da terra e dall’aria, di orrore, paura, distruzioni, morte di compagni, strazio delle popolazioni, si potevano trovare giovani che ancora davano voce ad angoli di poesia, di gioia di vivere, proprio mentre il sipario sull’Europa stava per calare in un’orgia di sangue. Léon Degrelle aveva al suo fianco uomini di questa tempra. Si potrebbe dire che a un’epoca di ferro e di fuoco occorrono uomini di ferro e di fuoco. «Senza braccia, ma col morale del vincitore» si descrisse Terlin quando depose la divisa. Un guerriero dell’Iliade in pieno secolo XX.

Luca Leonello Rimbotti

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