Peter Fritzsche. Vita e morte del III Reich

Luca Leonello Rimbotti

La storia “minore”, quella fatta dai documenti privati, lettere, diari, conversazioni: ciò che non compare nella storiografia “alta”, istituzionale, politica, ma che possiede ugualmente una grande importanza perchè reca la voce della gente comune. E dunque ci dà la misura di quale fosse realmente e dall’interno lo spirito di un’epoca, di una società. Si mette su questa scia lo storico tedesco Peter Fritzsche che, nel suo libro recente Vita e morte nel Terzo Reich (Laterza), esamina il lato personale degli eventi, portando alla luce una documentazione privata, non meno importante di quella ufficiale e istituzionale, al fine di comprendere quale veramente fosse il clima nella Germania di quegli anni cruciali. A parlare è dunque la gente comune. Quadri di famiglia, con le loro storie di unione ma anche di cruda divisione ideologica tra i vari membri. E a volte, come nel caso del famoso diario di Viktor Klemperer, a commentare è invece l’intellettuale ebreo – in grado di sopravvivere in quanto marito di un’ariana – che alla tragicità degli eventi di cui è testimone dal suo osservatorio di Dresda unisce a volte osservazioni ricche di humor.

Dalle testimonianze da Fritzsche portate alla luce esce il quadro di una società messa in movimento dalle fondamenta a partire dalla giornata del 30 gennaio 1933. Si venne a creare un clima di “svolta”, impregnato di attesa per una nuova stagione: ciò che già altri storici avevano rilevato, Fritzsche lo ribadisce, come il contorno, l’atmosfera che dominava i destini delle singole persone: «il nazionalsocialismo creò un senso di “era nuova” nella quale i tedeschi si attendevano un gran numero di miglioramenti, ma nessuna alternativa di fondo al Terzo Reich».

Ciò che traspare è dunque che in Germania si creò rapidamente un generalizzato stato d’animo di apertura di credito che le masse fecero nei confronti del nuovo regime. Si riuscì a dar vita alla fiducia nel futuro, a instaurare predisposizione favorevole, a promuovere quel clima di ottimismo senza il quale, come sanno gli economisti, una nazione non esce dallo stato di crisi e non ricomincia a camminare. Fritzsche infatti, in linea con tutta una nuova storiografia – da Zitelmann a Kershaw a Frei – ribadisce che questa ventata di entusiasmo che circondò il governo di “concentrazione nazionale” fu profonda e reale. E che non avrebbe potuto durare a lungo, se non ci fossero stati anche e soprattutto i fatti a dare credibilità al governo hitleriano. Il quale, effettivamente, seppe rimettere in moto l’economia, iniziò a prosciugare l’enorme bacino di disoccupazione, aprì innumerevoli cantieri di lavoro che dettero l’immagine visiva di un popolo che si era rimesso in marcia con buone prospettive.

In questo quadro di storia sociale generale si inserisce l’episodio di vita vissuta, tipico del racconto storico di Fritzsche, la testimonianza dal basso, che è però spia eloquente di un cambiamento che evidentemente fu reale. Ad esempio, proprio Klemperer riportò nel suo diario di quel giorno del 1936 in cui, nella Pragerstrasse di Dresda, si imbatté in un giovanotto che fuori di sé dalla gioia diceva a tutti «ho un lavoro…e un buon lavoro». La rivelazione di una società in mutamento. E Fritzsche commenta che «nel 1937 le case tedesche tornarono allo standard di vita di cui godevano nel 1928», cioè prima della Grande Depressione e nell’anno di maggior benessere della Repubblica di Weimar. Questo vuol dire che in quattro anni venne colmata la voragine aperta dalla più grande crisi economica e sociale mai vissuta dal mondo occidentale.

Del resto, come Fritzsche giustamente osserva, la fiducia da cui fu pervaso il popolo tedesco dopo l’ascesa al potere di Hitler non sarebbe durata, se contestualmente la gente non avesse verificato coi fatti che le cose erano davvero cambiate: «La comunità di popolo non sarebbe stata credibile se il regime nazista non fosse stato in grado di migliorare enormemente le condizioni materiali di vita. Alla vigilia della guerra, nel 1939, la maggior parte dei tedeschi viveva il Terzo Reich come un’epoca preziosa di stabilità economica e politica». Questo stato di cose si riverberava nel vissuto quotidiano, ingenerando senso di sicurezza e quindi consenso attivo.

Allo stesso modo, secondo Fritzsche non va sopravvalutato il concetto di “Stato di polizia” con cui per solito si connota quel regime totalitario. Anzi, in base ai numeri sciorinati, come prima di lui già aveva fatto notare Zitelmann, il nostro autore sottolinea che l’apparato repressivo del Terzo Reich era di una tale esiguità, e indirizzato verso una tale minoranza del popolo, da costituire materia di attenta riflessione, uscendo dal luogo comune: «Per gli anni Trenta la presenza fisica della Gestapo nella vita tedesca non dev’essere esagerata. Nel 1937 su circa sessanta milioni di tedeschi i dipendenti della Gestapo, comprese segretarie e assistenti, erano solo 7.000, mentre nella Germania Orientale, su diciassette milioni di abitanti, ben 90.000 persone regolarmente retribuite lavoravano per la Stasi».

Questi numeri eloquenti vanno di pari passo col senso di generale modernizzazione del Paese registrato dallo storico: dalle ragazze inquadrate nel Bund femminile, che «facevano più sesso» e «si sentivano più autonome»; alla nuova «cultura della tavola», che si inseriva nei numerosi momenti di socializzazione, attraverso i quali il regime si proponeva di «scardinare la geografia delle origini sociali e dello status sociale», attivando un generale sentimento di uguaglianza fra tedeschi; fino alle politiche di “igiene razziale” che introdussero il mito del “tedesco nuovo”, sano, attivo, sportivo, comunitario. Tale fu il «coordinamento non regolamentato», cioè l’adesione delle grandi masse tedesche ai progetti del regime, che fu ottenuto, scrive Fritzsche, non col terrore ma con un formidabile lancio di ottimismo e fiducia intorno a un progetto che si percepiva esaltante.

All’apice di questa macchina del consenso si trovava la figura di Hitler, vero motore sociale «con la sua ampia visione del futuro, la sua fiducia nel verdetto della storia e la sua totale sicurezza nella capacità di arrivare dove voleva». Di qui un investimento che il popolo tedesco non ritirò neppure nei giorni delle più rovinose disfatte: «gli stessi oppositori si arresero all’evidenza dell’accalamazione nazionale e dai primi mesi del dominio nazista fino agli ultimi mesi di guerra non videro alcuna possibilià di iniziare a organizzare il dissenso».

A questo progetto di moderna “comunità di popolo” totale, a cui gli storici attribuiscono una così vasta riuscita in termini sociali, economici e politici, tenne dietro, come sappiamo, la tragedia della guerra, al cui interno il dramma del popolo ebraico è studiato da Fritzsche come il perno di una deriva volta a un crescente senso di distruzione ed autodistruzione. A questo “lato B” del nazionalsocialismo sono dedicate lunghe pagine del libro di Fritzsche. In esse risalta come la guerra avesse creato categorie di pensiero in cui la disumanizzazione e la spersonalizzazione raggiunsero il loro apice storico. Un’apocalisse in cui più nulla, ormai, era “normale”.

Luca Leonello Rimbotti.

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