Asse fasciocomunista Vendola-Fini?

Annalisa Terranova

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 29 luglio, sul Secolo d’Italia e fa riferimento all’editoriale di Giampaolo Pansa pubblicato su Libero, ieri. E’ proposto qui  per gentile disponibilità dell’Autrice e della Direzione.

La redazione

FASCIOCOMUNISTA?
NO, DEMOCRATICO DI DESTRA

Annalisa Terranova

Si chiama “Prevedo un ticket fasciocomunista Gianfranco-Nichi” l’editoriale di Giampaolo Pansa pubblicato ieri su Libero. Un testo affogato all’interno di sette pagine tutte dedicate al cofondatore del Pdl, e il cui comune denominatore è il titolo d’apertura del giornale di Belpietro: “Fini ha i giorni contati”. Capirete che non si tratta di nulla di buono. Tuttavia la tesi di Pansa è fascinosa: si parte da un ossimoro il cui inventore è Antonio Pennacchi [nella foto], vincitore del premio Strega con il suo romanzo Canale Mussolini, per concludere che Gianfranco Fini è il «primo vero fasciocomunista d’Italia» e che i suoi strappi continui lo porteranno a guidare una coalizione contro il Cavaliere, magari in coppia con Nichi Vendola. Sarà questa la sorpresa più grande, ci dice Pansa, e non arriverà molto presto. Di certo ci si arriverà grazie alle “doti” di cui Fini dà prova e darà prova: il cinismo e l’assenza di gratitudine.

In questo modo troverebbe incarnazione politica la provocazione di Pennacchi: mettere insieme i contrari, far combaciare gli opposti, ricomporre le dualità. Non più una metafora letteraria, non più un’iperbole identitaria ma un esperimento politico che Fini, forse senza neanche saperlo o volerlo, sta mettendo in pratica nel suo laboratorio dell’altra destra.

Da parte sua Antonio Pennacchi, in principio, richiesto di un commento sull’articolo di Pansa, reagisce con un’alzata di spalle: «Non ho letto questo articolo e non vorrei commentarlo». Poi qualche giudizio se lo lascia scappare: «Non mi piace, mi sembra una cosa strumentale, per attaccare Fini e basta. Se fosse vero mi farebbe anche piacere, ma detto così, in una chiave polemica, non ha altro obiettivo che colpire il presidente della Camera…». Ma Fini è o no un fasciocomunista? «Io non credo che sia un fasciocomunista, di sicuro è un democratico, un democratico di destra. Ma se in questo Paese vogliono tutti una sinistra cogliona e una destra antidemocratica facessero pure, io me ne frego».

Tuttavia, derubricare Fini da fasciocomunista a democratico di destra è un salto logico che finisce con l’ignorare la provocazione di Pansa. Pennacchi se ne rende conto e rimedia, a modo suo: «In realtà questi non hanno capito niente. Fini è uno che ha capito che la dittatura è sbagliata e che ci vuole la democrazia, e democrazia è riconoscere i diritti degli altri, è avere rispetto degli altri, sapere ascoltare gli altri. È chiaro che io non voglio Fini a capo di una coalizione di sinistra, questo sarebbe solo fargli un danno. Io lo vorrei a capo di una coalizione di destra, perché sarebbe una destra di cui posso fidarmi. Tutto qui. Poi se a Pansa uno che chiede il rispetto delle regole sembra un comunista è un problema suo, che non capisce. È la sinistra che deve cambiare, non Fini». In che senso? «Nel senso che non deve inseguire i valori della conservazione, che sono valori di destra. Io a una sinistra che caccia Veronesi preferisco i fascisti del terzo millennio».
Su Vendola il giudizio di Pennacchi è lapidario: «Con lui non si vince, è meglio D’Alema. Vendola non ha capito che gli interessi generali valgono più dell’interesse particolare. E lui in Puglia ha rotto con D’Alema perché D’Alema voleva agganciare il centro per vincere. Ma a Vendola questo non interessa, lui è un narcisista, vuole fare la prima donna della sinistra fighetta, una sinistra bella ma minoritaria. Per lui è meglio essere il numero uno della sinistra fighetta, minoritaria, che il numero due di una coalizione che vince le elezioni…».

La parola fasciocomunista, al di là e al di sopra delle tesi di Libero, merita un po’ di storia. Intanto è il titolo di un romanzo autobiografico di Pennacchi da cui è stato tratto un film di successo, Mio fratello è figlio unico, in cui si narra la vita scriteriata di un neofascista, Accio Benassi, il quale – cacciato dal Msi perché contrario alla guerra in Vietnam – approda alle idee del marxismo. In questa figura, inutile dirlo, si sono riconosciuti tanti ex giovani considerati “eretici” nella destra missina o nella destra tout court ma non per questo disposti a seguire le suggestioni del collettivismo marxista. Fasciocomunista era stato anche l’itinerario di Drieu La Rochelle: «Sono nato a destra ed ho conservato della mia educazione il senso dell’autorità ed anche il senso indistruttibile della patria. Ma sono dovuto andare a sinistra per trovare la coscienza profonda del disordine sociale causato da un liberalismo in decadenza, da un capitalismo che non aveva più alcuna virtù».

Ma quella del fasciocomunista è più una categoria esitenziale che politica, si addice a un singolo, tutt’al più a un gruppo, ma certo non a un movimento oprganizzato. È un’esigenza, una richiesta di superare l’Ottocento, di non farsi schiacciare dai drammi del Novecento, di navigare in mare aperto, di superare le ideologie. Essere fasciocomunisti esprime, anche, un disagio. E di sicuro in mezzo a questo sussultare di interrogativi senza risposta Fini e Vendola si muovono meglio dei leader vecchio stampo. La vecchia politica li tratterà come dei trasformisti (è un destino irrinunciabile per chi cammina a passo troppo lesto); la nuova politica li guarderà con interesse o, addirittura, con speranza. Gli opportunisti non potranno fare altro che rimproverare loro la mancanza di prudenza.

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