L’Islam e noi. Oriana Fallaci aveva ragione…

Luciano Lanna

L’articolo che segue è stato pubblicato sabato scorso, 24 luglio, sul Secolo d’Italia. E’ qui ripreso per gentile disponibilità dell’Autore e della Direzione.

La redazione

ORIANA NON SBAGLIAVA SU NOI E L’ISLAM

Luciano Lanna

Che l’ultimo fallacismo fosse quanto di più distante da una cultura politica a noi affine lo sapevamo bene. Così come il fatto che tra le opinioni estremistiche di Oriana Fallaci e le posizioni della destra politica e culturale italiana non c’è mai stato molto in comune. «Con la destra – chiarì espressamente la giornalista e scrittrice – non ho mai avuto nulla in comune e non avrò mai nulla in comune, per la destra non ho mai votato e non voterò mai». Più esplicita di così…

Eppure il Giornale ieri ha voluto rilanciare un presunto scoop ripubblicando in prima pagina alcuni passi tratti dal suo libro La forza della ragione, del 2004, per sottolineare i giudizi fallaciani su Gianfranco Fini. La scrittrice, ci viene ricordato, accusava l’allora vicepremier contemporaneamente di togliattismo e mussolinismo. E allo scopo ricordava la parole del Duce nei confronti dei musulmani di Libia: «L’Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta, vuole dimostrare la sua simpatia per l’Islam e per i musulmani». Tanto per contestare virulentemente quanto allora era stato espresso da Fini sulla questione dell’estensione del diritto di voto agli immigrati, anche islamici, integrati in Italia.

Oriana Fallaci arrivava a parlare dal suo punto di vista di un «equivoco oggi chiamato destra». Giudizio che in realtà rivelava la sua alterità rispetto alla tradizione lunga un secolo di una destra politica italiana lontana da invettive, xenofobia e chiusure mentali. Fu del resto Filippo Facci allora a reagire: «C’è uno spazio serio – si domandò il giornalista – a destra per i distinguo? C’è spazio per chi non reputi la Fallaci un vertice della cultura occidentale?».

Fatto sta che proprio in questi giorni abbiamo invece letto un bel libro, per di più di un narratore toscano, Cosimo Calamini, che racconta anche l’Italia della presenza islamica e della sfida multietnica in maniera intelligente e senza toni apocalittici ma problematici. Si tratta del romanzo Le querce non fanno limoni (Garzanti), in cui in un borgo arroccato sulle colline toscane un giorno d’autunno arriva la notizia bomba: nel paese verrà costruita una grande moschea nello spazio sino ad allora occupato da un parco.

Ne nasce un dibattito senza quartiere, una discussione generalizzata sempre sul punto di degenerare, tra tentazioni xenofobe e idealismi, solidarietà e paure. Tutto il paese ne sarà coinvolto: anziani incolleriti e casalinghe insofferenti, attivisti leghisti e cuochi egiziani, politicanti di provincia e preti intraprendenti… Oltretutto il romanzo è uno spaccato realistico e disincantato sulle trasformazioni antropologiche e di sensibilità avvenute in questi anni nel profondo di quelle che furono le “zone rosse” d’Italia. Un po’ come i casermoni della via Stalingrado nella Piombino descritta da Acciaio di Silvia Avallone anche le case della via Marx dell’immaginario Montechiasso di Calamini squarciano i contorni di un universo operaio nel tempo in cui la classe operaia classica non esiste più. Anche qui «da oltre cinquant’anni e con percentuali bulgare l’amministrazione si mantiene di sinistra». E il protagonista, Attilio Malquori, un ex comunista disilluso che da ragazzo cantava le cover dei Beatles per la band locale de I Timidi, reagisce malissimo alla notizia della moschea: «Vedeva il sogno di aprire un bed and breakfast infrangersi in un momento, la sua vecchiaia rovinata dalle continue liti con gli arabi e poi donne col burqa, preghiere alle cinque di mattina, mercatini maleodoranti nei giorni di festa, imam incolleriti con l’Occidente che gracchiano parole di rabbia nei microfoni, ronde della polizia sotto casa a tutte le ore, l’amatissima campagna di querce e ulivi rivoltata e sfigurata… Il suo mondo si stava sfaldando. Tutto sarebbe cambiato, non in meglio, e lui si sentiva impotente…».

La questione di coscienza è che, avendo l’amministrazione comunale deciso sulla moschea, Attilio per la prima volta avrebbe deciso per non votare per “il” Partito. È sempre stato un soldato fedele, prima del Pci, poi del Pds e dei Ds, ora col Pd si era già ritirato dopo aver votato la mozione perdente. Ma adesso, di fronte alla presenza musulmana, è davvero saltato tutto. Il paese si spacca in due ma non sulle mozioni del Pd: ci sono i favorevoli e i contrari alla moschea. I due bar, quello del Caverni e il bar Centrale, sono diventati il simbolo del conflitto che definisce le due parti: dal Caverni ci vanno i favorevoli e al Centrale i contrari.

E tutti i riferimenti del passato saltano. A un certo punto c’è una riunione dei rappresentanti delle due componenti di fronte al parroco: «Sembra di essere il 25 aprile del ’45: i fascisti, i partigiani e nel mezzo il cardinale Schuster», butta lì per rompere il ghiaccio uno dei conventuti. Ma è la reazione di Attilio a dimostrare che “quella” storia lì non c’entra. «E chi sarebbero i partigiani? Noi, immagino…», sbotta. Ma è ovvio che forse anche gli altri volessero rivendicare quell’appartenenza, ormai del tutto fuori luogo e non utile a spiegare l’attualità.

In una delle tante riunioni c’è un ragazzino che urla: «Ragionate come i leghisti» e un vecchio che gli risponde: «O imbecille, madonna lepre, io ho fatto la resistenza», poi volano gli spintoni. Intanto un architetto compito mostra le slide di un edificio che sembra un disco volante con minareto, roba che fa rabbrividire anche l’imam. Ma non è finita: italiani e immigrati arabi, sempre andati d’accordo, se le danno di santa ragione: «Lurido arabo… Mafioso del cazzo…».

Il titolo del romanzo, Le querce non fanno limoni viene da un antico detto contadino che può essere interpretato in vari modi. Nel senso di “non si può dimenticare da dove si viene, chi siamo veramente” ma anche di “due mondi lontani non si possono incontrare”. E il rapporto con l’altro, in senso lato, è il tema centrale della vicenda: politico, privato, all’interno di una comunità (come può essere un paese) o nelle dinamiche familiari.
Attilio organizzerà una lista civica mobilitando i cittadini sul “no alla moschea”.

Arriveranno anche due leghisti del luogo che porteranno in piazza Borghezio per un comizio. E non mancherà anche la provocazione con un maiale sgozzato in segno di protesta anti-islamica. «Figurati se voglio avere a che fare – dice Pandino, uno dei tanti personaggi dai tratti guareschiani tratteggiati da Calamini – con gente che mette Dio al primo posto…». Eppure Attilio se li ricorda bene: «Li riconosce, li ha incrociati spesso al bar, li ha visti lavorare nei cantieri, riscaldare panini col kebab, girare con macchine con le tendine di Marilyn Monroe sul lunotto posteriore, i cerchi in lega. Si ricorda i primi di loro che arrivarono in paese sul finire dei ’70, ragazzi giovani che giravano cercando di vendere tappeti e calzini. Poi sempre di più. Si cominciarono a vedere le prime donne, i primi bambini, ma non erano mai stati un problema. Almeno fino all’11 settembre…».

Appunto, il diffondersi delle paure. È interessante che nella storia due consiglieri comunali su tre del centrodestra sono invece favorevoli alla moschea e all’integrazione. Sono per lo più i piccoli borghesi, già elettori del Pci, che si lasciano prendere dall’islamofobia. Ma Attilio non è solo un leader politico che si batte contro la moschea, ma anche un padre e un marito, insomma un uomo. E Sara, la figlia, vive in maniera disordinata e malata la sua storia con Averroè, il figlio dell’imam. Sulla cui carta d’identità c’era scritto “nato a Empoli”. Attilio aveva immaginato che fosse nato in un deserto, «e invece aveva qualcosa in comune con Sara, anche lei nata nel reparto maternità dell’ospedale di Empoli». Poi avviene la tragedia. Qualcuno aveva purtroppo preso sul serio i proclami anti-islamici. E Attilio attraverserà l’orrore. Dopo il quale potrà guardare senza più filtri agli operai marocchini, pugliesi e albanesi che costruiscono insieme il centro culturale musulmano.
Luciano Lanna.

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