Io non voglio il falso. Ma cos’è il falso?

Mario Grossi

Nella piazza centrale del mio comune di residenza oggi era piazzato in bella mostra uno stand, dove alcuni rappresentanti del governo locale stavano distribuendo gratuitamente delle magliette e degli opuscoli ai cittadini per informarli che, in ottemperanza a quanto indicato dalla legge 99/2009, la campagna di sensibilizzazione e d’informazione del cittadino era ufficialmente cominciata.

Sono stato invitato ad avvicinarmi e a prendere una maglietta che ho rifiutato di ritirare scatenando le ire dei presenti che probabilmente pensavano di aver individuato una persona giusta per la loro campagna di pubblicità/progresso.

In realtà prima del battibecco avevo cercato di chiedere lumi, ma la mia domanda è stata snobbata con un sorrisino di sufficienza che è bastato a farmi irrigidire sulle mie posizioni.

La questione è nota, la legge forse un po’ meno. Si tratta della campagna per la lotta alla contraffazione.

Sulla maglietta infatti, in pieno petto, è stampigliato lo slogan che dice “Io non voglio il falso”.

L’opuscolo in distribuzione (in quattro lingue) proclamava che «se acquisti un prodotto falso danneggi l’economia del Paese e della tua città, crei un danno sociale e occupazionale favorendo lo sfruttamento dei minori e dei soggetti deboli attraverso il lavoro nero, alimenti le attività illecite della criminalità organizzata che gestisce il mercato della contraffazione, rinunci alle garanzie di un prodotto originale e di qualità mettendo a rischio la tua salute e la sicurezza, commetti un illecito e potrai essere multato (da 100 a 7000 euro)».

Almeno a stare alle cifre che si leggono sul depliant esplicativo, che cita il Censis come fonte, che parla per il solo 2008 di 7,1 miliardi di fatturato e 130.000 posti di lavoro sottratti all’economia, il danno è rilevante.

Messa così la questione non può che non avere una sola risposta. Chi infatti vuole il falso? Soprattutto se è causa di tali mali.

Ma il problema primo, che poi era la mia domanda rivolta al ridanciano standista, è “Che cosa è falso?”.

Sembrerebbe una risposta facile nel commercio e nella produzione industriale, visto che esistono brevetti e marchi depositati e registrati. Falso è tutto ciò che si discosta e che è difforme rispetto alle specifiche di brevetto.

Ma in realtà il problema è di più larga portata. Alcuni esempi ne possono rendere la vastità.

Mi capitò nel passato di visitare una mostra su De Chirico che suscitò la mia curiosità, non tanto per quello che vi era esposto, ero preparato a vedere esattamente ciò che vidi, ma quanto per una serie di articoli e polemiche che l’accompagnavano. A un certo punto della sua carriera De Chirico, avendo capito che poteva monetizzare la sua vena artistica senza grandi sforzi, cominciò a replicare le sue opere precedenti e a rivenderle a prezzi da vertigine. Quando qualcuno lo fece notare si scatenò la bagarre tra i fan dell’artista e coloro che sostenevano che l’operazione era una vera e propria contraffazione. De Chirico in buona sostanza falsificava se stesso.

Falsificare se stessi può essere configurato come contraffazione? Le numerose cause di plagio che si susseguono in campo letterario e artistico aggiungono sale alla questione. Si può o non si può inserire parti di testi altrui nei propri senza essere accusati di appropriazioni indebite e di falso? Facile rispondere, citando la fonte e usando il virgolettato, si possono importare brani altrui per stare tranquilli.

Ma che cosa succede ad esempio a un vorace lettore che si mette a scrivere, dopo aver introiettato scritti altrui. Gli può capitare, proprio perché la digestione intellettuale, se è completa, prevede anche l’oblio della fonte, di riproporre un suo testo che risente, anche pesantemente, di quanto scritto da altri. In questo caso si può parlare di falso?

E cosa dire dei rapper che assemblano le loro canzoni “campionando” brani, frasi, armonie altrui rimescolandole in un tutto diverso.

Anche il titolare di questo Magazine è un falsario se seguiamo questa linea di pensiero, visto che nel passato (se non ricordo male) ha composto un suo articolo, assai sapido, utilizzando versi della Divina Commedia riassemblati alla bisogna. Le schegge che lo componevano erano un’evidente appropriazione indebita se presi uno a uno, costituivano un falso bello e buono se visti come singoli ingredienti, ma diventavano un oggetto di pura originalità nel loro insieme.

L’esempio più evidente della scivolosità della questione è rappresentato dalla moda contemporanea. Ciò che oggi fa la differenza è indubbiamente il marchio che viene stampigliato sul vestito, sulla maglietta, sulla borsa. Siamo così certi che una cinta di Dorge&Gambana sia una falsificazione della corrispettiva di Dolce&Gabbana?

Se il falso è una modifica truffaldina atta a disorientare il consumatore, il problema si sposta sulla sua sensibilità. E non sono affatto sicuro che chi compra sia inconsapevole che quello che sta comprando su una bancarella, ad un quarto del prezzo dell’originale, sia un oggetto falso.

Non c’è bisogno di uno stato paternalista che ci porti per mano nel negozio autorizzato per evitarci incauti acquisti, ci pensiamo da noi.

Il problema non è quello della tutela del consumatore ma quanto quello del danno che allo Stato viene procurato. Non è il falso ma è che il falso commercializzato con canali abusivi sfugge alle maglie delle tasse.

E il problema non è nemmeno questo. In fin dei conti anch’io sono favorevole alla regolamentazione del commercio, anche se penso che il falso dovrebbe avere la stessa nobiltà degli originali.

Già! Gli originali. Il problema è tutto concentrato sulla definizione di originale.

La questione mi si è fatta chiara nella testa grazie a mia moglie e a un suo bel completino di una famosa marca orgoglio del “made in Italy”. Un “originale” vestitino di classe italica con un’etichetta un po’ nascosta con su scritto “made in China”.

Eccolo qua il problema! Un “originale” vestitino frutto della sapienza sartoriale italica confezionato in estremo oriente. Si potrebbe controbattere che il disegno, la distinta delle stoffe, il cosiddetto know how è italiano, ma il fatto resta. Il vestitino orgoglio del “made in Italy” è “made in China”.

Un falso a tutti gli effetti, come le Lacoste simbolo della grandeur francese che ho visto produrre in Turchia, o le camicie “very british” che ho acquistato in Marocco.

Il trucco è tutto nelle etichette, solo quelle originali, che vengono applicate sull’oggetto e che provengono dalla casa madre. Il resto è un falso clamoroso reso vero dall’etichetta.

Il problema è la delocalizzazione della globalizzazione che farà produrre auto italiane in Serbia, vera polpa di pomodori San Marzano in Sudan, autentici limoni di Sorrento in Israele.

Il problema è la globalizzazione che ha reso falso il vero, e vero il falso.

E allora appare grottesca questa campagna anticontraffazione che finirà solamente con una repressione dei tanti vu cumprà, ultimo anello di una catena infame che è criminale non perché è dominata dal crimine organizzato ma perché è solamente un sottoprodotto di una cultura che ha fatto della falsificazione la sua pietra filosofale.

Se proprio si vuole mettere fine al mercato del falso bisognerebbe cominciare a reprimere tutte quelle grandi marche che sulla delocalizzazione hanno costruito il loro più grande business.

Loro sì sono responsabili della perdita di milioni di posti di lavoro, dello sfruttamento del lavoro minorile, della grande truffa del falso, con la complicità anche della Comunità europea che accetta bellamente che il Parmigiano (di Parma, lo dice la parola stessa) possa essere prodotto anche a Dusseldorf.

Vero Parmesan naturalmente!

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 24 luglio 2010

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