Giuliano Compagno. In alto a destra

Giuliano Compagno

Quella che segue è l’introduzione al libro collettaneo “In alto a destra. Attorno a Fini: tre anni che sconvolgono la politica” (Coniglio Editore, pp. 288, € 14,50), in tutte le librerie.

La redazione

Avremmo potuto titolare questa antologia in modo diverso e usare il termine “destra” in altro modo e in differenti contesti. Ad esempio per accompagnare la domanda “a destra de che?”, detta alla romana; oppure per reiterare una questione vecchia di almeno trent’anni “oltre la destra”, tanto per insistere. O persino avrebbe potuto anche non comparire affatto. E i contenuti sarebbero in ogni caso rimasti identici così come il libro avrebbe mantenuto il suo senso e la sua forza, l’uno e l’altra ispirati al desiderio di ritrovarci tutti, e con noi i lettori, liberi di pensare e di esprimerci.

Da una lettura attenta di questa raccolta di articoli, ripresi soprattutto dal Secolo, e poi da Ffwebmagazine e dalla rivista Charta Minuta, si trae infatti il convincimento che la destra, quale categoria del politico, non sia più definibile con certezza, in essa albergando tanto un’ampia polisemia di riferimenti concettuali quanto un esteso richiamo a opere, a pensatori, miti, icone e idee-forza che hanno illustrato il nostro Novecento, per tacere di un passato ancora più remoto.

D’altronde va anche da sé che un’eventuale “oltre-destra” non potesse più essere proposta attraverso auspici terzaforzisti o movimentisti, né men che meno proclamata in nome di impraticabili binomi strategici nazionalpopolari o sociali che fossero. Quella era un’altra epoca, quelle erano altre militanze, il che vorremmo sottolineare con tutto il sincero rispetto che meritano talune trascorse esperienze che hanno scritto pagine pure importanti della nostra storia politica contemporanea, poiché il sacrificio di chi, in tempi difficilissimi, non fosse omologato alla logica dominante bensì a essa estraneo e alternativo, non può essere archiviato in scioltezza.

Ancor più ciò vale a partire dall’identità politica e culturale dei tanti autori di questo libro collettaneo, i quali provengono tutti da posizioni disorganiche rispetto al conformismo imperante nel corso di successivi decenni del quadro politico e culturale italiano. Sono voci che mai si sono aggiunte ai corifei di allora ma che sempre hanno battuto sentieri poco transitati, per amor proprio, per passione e per le-altà. Cioè a dire non soltanto che le storie individuali restano senza polvere ma che il comune presente appare profondamente estraneo a interessi di carriera o di cadreghino, in questo shakespeariani e sensibili al grido di Cassio: «Ho perduto il mio buon nome! Ho perduto la parte veramente immortale di me stesso!». Poi, da ognuno secondo le proprie reali competenze a ognuno secondo le proprie giuste ambizioni (vi sono citazioni che è preferibile adattare…).

Ora, se si è deciso di proiettarci “verso l’alto”, naturalmente è stato per non scendere in basso (come fossimo una vecchia citazione) e per non andare “in fondo a destra” (si sarebbe rischiato troppo), ma altresì per lanciarci verso quell’area extraterritoriale del pensare e dell’agire odierni che certuni paventano essere minata, ambigua, addirittura “fighetta”, come se i distinguo e le contaminazioni postideologici fossero materia di tradimento intellettuale da mandare a sentenza presso una corte che – ironia del destino! – si comporrebbe degli stessi giudici che a disonor del vero hanno militato dappertutto, e sempre – stavolta ironia del caso! – dalla parte del potere, del privilegio, della convenienza. A costoro giunga un sonante “me ne frego!”, a significare null’altro che questo: che la definizione non ci è mai giunta per via del mittente, sconosciuto (leggasi: non si sapeva da dove provenisse…).

Né preoccupa, anzi allieta, il periodico richiamo all’identità che giunge dalle colonne di un quotidiano da parte di un illustre giornalista, postosi a guardiania di quel bidone di valori che – per chi non lo scorgesse – è visibile in centro, a destra ma anche a destrissima, a seconda del vento che tira, ossia della brezza leggera che soffia da sud e da nord, che è piacevolissimo, per il nostro, goderne gli ultimi refoli. In questo quadro il dileggiante titolo onorifico di “compagno” che il camerata di mille battaglie Vittorio Feltri ha assegnato in più di un’occasione a Gianfranco Fini rileva, oltre che del suo fine umorismo orobico, di una cronica frattura con il mondo reale, la cui visione d’insieme, dalla sua angusta prospettiva di amicus curiae, il direttorissimo ha smarrito. Essendo l’unico certo Compagno del gruppo, mi sentirei quasi delegato a consigliare al dotto giornalista una serie di letture che potrebbero essergli sfuggite: dal Né destra né sinistra di Zeev Sternhell (1983, era impegnato a dirigere Bergamo Oggi) al recentissimo Goodbye Prodi di Alice Oxman (2010, era preso a metter pezze sul “caso Boffo”) ci passano libri e saggi mai sfogliati e una percezione della scena contemporanea che gli si è andata restringendo a mo’ di vetrino per allodole.

A meno che esser compagni equivalga a riflettere da persone serie sui temi e sulle emergenze italiane e mondiali: sulle grandi migrazioni e sulle strategie di accoglienza, di solidarietà e di integrazione; sull’ormai formata società multietnica e plurireligiosa e sui migliori modelli di organizzazione che essa richiede; su un ambiente sostenibile da lasciare ai nostri figli; sull’economia globalizzata e sugli enormi rischi di un’asimmetria tra i sistemi economico e giuridico (evocati da Giulio Tremonti, non da Hugo Chávez); sulla vocazione continentale di un avanzato Paese europeo; sulla bioetica e sul pericolo di riascoltare la guerra di religione manifestatasi a contorno del dramma (vero e tragico) di Eluana Englaro; sulla convivenza matura tra il sentire laico e quello cattolico, magari rilanciando l’ipotesi (sic!) di uno Stato sovrano e garante di libertà in materia di costume, di principi e di comportamenti privati; sulla moralità della vita pubblica, non già auspicando gogne e lavori forzati ma un senso del servizio da rendere allo Stato e alle sue istituzioni che sia quasi alla pari con quello, scontato, delle grandi democrazie occidentali.

Infine, ultimi e giammai ultimi, sui diritti e sui doveri, non abusando né della frusta retorica conservatrice né dei contrapposti luoghi comuni di una sparuta élite di benestanti benpensanti. Piuttosto puntando l’indice su una società che non conosce e quasi mai applica quei minimi, indispensabili criteri di egualitarismo, in virtù dei quali siano garantiti a tutti i cittadini gli stessi diritti e le medesime opportunità in ogni ambito della vita civile, sia essa politica, economica, giuridica, morale, razziale, etnica o sessuale. L’idea insomma che, a prescindere da questi principi, le chiacchiere sui diritti e sui doveri stiano (quasi) a zero non ha nulla a che vedere con la destra o con la sinistra ma invece tutto ha a che fare con una civiltà moderna, estranea a quei privilegi di casta (di troppe caste) che ovunque provocano dispetto, invidie e rabbia.

Possibile che sfugga in che misura l’evocatissimo popolo si senta disprezzato da chi gode in maniera spesso oscena di vantaggi, concessioni, benefici e immunità, come se l’altrui esistenza fosse un eterno porto franco e la loro un continuo arrancare tra pene, balzelli e soprusi? È un’aspettativa tanto rivoluzionaria quella di una società fondata sul merito più che sul riconoscimento? Di un Paese le cui decisioni non vengano prese nelle corti, nei loft o nelle parrocchiette ma nei luoghi istituzionali, persino sognando che, a fine seduta, i parlamentari rientrino a casa sulle loro gambe e non sulle spalle dei contribuenti? Non un quadretto coreano o cubano, bensì un sommario affresco di come funzionino le cose in Danimarca, in Olanda e anche altrove… In Europa. Ben altri nord da quello nostro, da cui talvolta certi avventurieri della parola scherniscono la nazione unita e il sacrificio dei patrioti del nostro Risorgimento. Battaglie vere e morti ammazzati quelli, altro che scampagnate a Pontida e proclami di secessione!

Noi ci vergogniamo della volgarità di chi sputa sulle proprie tombe. Chiamiamo eroi gli eroi e cialtroni i cialtroni. Non siamo nazionalisti d’accatto ma se ci provocano lo diventiamo della prima ora e sulla memoria e sui simboli d’Italia non trattiamo proprio.

Non è un libro contro chicchessia, comunque, il nostro. Dalla sensibilità di Silvio Berlusconi ci separano una storia e una cultura assai diverse. D’altronde, sino agli inizi degli anni Novanta per lui la politica non era stata un argomento centrale. E non solo quella dei vituperati “professionisti”, ma anche quella di chi, in nome di idee e di convinzioni profonde, aveva partecipato in vario modo alla ricostruzione del Paese per poi difendere la libertà dei cittadini durante, ad esempio, gli anni bui del terrorismo. E non crediamo che il Cavaliere si fosse allora infervorato per i tanti ragazzi appassionati che negli anni Sessanta lottavano per ringiovanire e cambiare la società. Forse ha avuto ragione lui e torto chi si batteva, non è questo che importa. Conta una differenza ontologica attraverso cui la sostanza, i modelli e gli stili hanno finito con l’esprimere un’alterità reale che forse va ben oltre la politica.

Di fatto una cultura strettamente aziendale e di mercato ci è distante anni luce. Non ci siamo mai adattati a un’appattiamento a quella sola dimensione: ci mettevano tristezza persino le comparse che ridevano a comando a Drive in come ci immalinconisce questa finale deriva di un’immagine femminile che trapela da certi suoi discorsi e dalle sue barzellette. Ci siamo rispecchiati, piuttosto, nella terrea espressione di Fini mentre il capo del suo governo enunciava quella faticosa boutade sul deputato tedesco che gli pareva la comparsa di un nazi-film. Avremmo desiderato, come Fini, essere in un altro luogo del mondo, il più lontano possibile da quell’insulsa spiritosaggine, per nulla coinvolti da quello sciocco paragone con una pagina tragica della vicenda del Novecento.

Eppure, non vi è testo di questo libro che si addentri in questi e altri imbarazzi. Ci premeva di più raccontare la nostra cultura, parlare degli artisti, degli scrittori e dei pensatori da noi amati, e delle opere che hanno segnato, indirizzato, reso felici le nostre vite. Oltre ai nomi che compaiono in copertina, il libro si è avvalso dei contributi di studiosi, saggisti e giornalisti senza i quali questa piccola impresa non sarebbe mai stata completata: Roberto Alfatti Appetiti, Omar Camiletti, Fiorello Cortiana, Claudio de Ferra, Ivo Germano, Peppe Nanni, Enzo Raisi, Antonio Rapisarda, Miro Renzaglia, Adriano Scianca, Giovanni Tarantino, Sofia Ventura e Federico Zamboni. Con loro, in tutto, siamo in venti ad aver firmato In alto a destra.

Molti più lettori, speriamo, sottoscriveranno. Sembrerà loro sorprendente che un libro come questo non nasconda calcoli elettorali né esponga frasi fatte, slogan o sondaggi. Ma tant’è, non sappiamo ragionare diversamente.

.

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks