Fini-Berlusconi. Sfida all’ultima vignetta

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 31 luglio 2010, sul Secolo d’Italia.

La redazione

LA SATIRA MAL-DESTRA
DEI TAPPI E DEI CALCI

miro renzaglia

C’è modo e modo per illustrare graficamente lo strappo fra Berlusconi e Fini andato in onda l’altro ieri. Quello che hanno scelto i due quotidiani milanesi Libero e Il Giornale fotografa a meraviglia una destra, se così la vogliamo chiamare, stanca, ripetitiva, priva di immaginazione, povera di fantasia. Sarà la fretta con la quale avranno dovuto impaginare l’atteso (da loro) bell’evento della scissione programmata; sarà che l’euforia per aver visto fare fuori finalmente il compagno Fini dall’organigramma del partito, secondo loro auspicio, gli avrà annebbiato la nota brillantezza critica che normalmente sfoggiano; sarà quel che sarà, il fatto è che le immagini che hanno usato per celebrare l’evento sono state una lagna, non uno schianto (e Pound mi perdoni per aver usato a sproposito, per di più perifrasandolo, un suo verso).

Il primo non ha trovato niente di meglio che far indossare al Cavaliere la prestigiosa casacca azzurra della Nazionale italiana e, con l’aria di chi si appresta a fare gol, fargli prendere a calci nel di dietro il Presidente della Camera. Ora, di questi tempi, già la maglia del Milan avrebbe dato il destro a facili ironie sulla efficacia del tiro a rete di Re Silvio. Ma quella della nazionale italiana, dopo il flop ai recenti mondiali, diventa un chiaro autogol. E chi interpreterebbe il Cavaliere: Iaquinta, Pazzini o Gilardino? In tre sono riusciti a tirare in porta solo una volta in tre partite: quando al primo gli hanno messo la palla ferma sul dischetto del rigore. Non mi sembra una grande trovata.  Anche perché è difficile immaginare Fini fermo sul disco del rigore per farsi dare la pedata mal-destra.

Sul Giornale, invece, un già grandissimo Forattini propone una bottiglia di champagne a cui salta il tappo. Il tappo, è ovvio, raffigura la faccia di Gianfranco Fini. Potrebbe essere anche una bella pensata, come metafora. Peccato che sia soprattutto un’autocitazione. L’invenzione originale era quella che l’illustre vignettista propose sulle pagine di Paese Sera quando, all’indomani della vittoria del “no” al referendum sul divorzio, disegnava come tappo la faccia del grande sconfitto Amintore Fanfani [foto a fianco]. Riproposta trent’anni dopo, la vignetta ha il  sapore di uno champagne annacquato, evaporato, forse anche un tantinello inacidito. Che ci brindino loro: Feltri, Belpietro e fraterneria cantante. A Roma, abbiamo palati decisamente più esigenti.

Però, via, diciamocela tutta: il mio potrebbe pure essere un commento di parte e, come tale, ricadrebbe in un dispettoso giudizio soggettivo. Nel dubbio, allora, mi sono fatto venire in mente di chiedere parere a chi di vignette, illustrazioni e comunicazione grafica ne sa ben più di me.

Il primo che chiamo è Staino, creatore e autore di Bobo, il compagno in crisi perenne per le sorti della sinistra ma pur sempre compagno. La sua stroncatura alle due vignette è radicale: «Ammiro profondamente Forattini ma se ripeti la stessa metafora in due situazioni diverse, pur a distanza di anni, vuol dire che sei a corto di idee e la proposta perde efficacia». Sulla vignetta di Libero è ancora più spietato: «La satira deve colpire l’ipocrisia, la falsa coscienza e deve, in qualche modo, mettere in imbarazzo il potere. Che gusto c’è nel vedere che è il potente a prendere a calci chi di potere ne ha meno di lui? Questa non è più satira è pura propaganda. E la propaganda non aiuta a vedere le cose da un altro punto di vista: le conferma e basta. E non fa nemmeno ridere…». Posso anticipare, perché me l’ha racconta in diretta mentre finiva di disegnarla, che la sua vignetta di domani [oggi] su L’Unità, sullo stesso tema, sarà molto ma molto più inquietante e divertente, con un totale ribaltamento della situazione [è quella sopra, ndr].

Vabbeh, magari – mi sono detto – Staino sta ancora cercando di tenere incatenato Bobo per impedirgli di correre ad abbracciare il Presidente Fini, dopo la lite in diretta col Cavaliere ai tempi dell’ultima (e unica) Direzione nazionale del Pdl, e può darsi che la simpatia della sua creatura lo abbia un pochino contagiato.

Così, mentre ho in testa ancora quella parola usata da Staino “propaganda”, mi decido a sentire Vincino, il vignettista del Corriere della Sera e de Il Foglio, fresco vincitore del Premio Viareggio, sezione “Terza pagina”, e che certo non può essere accusato di essere un neofan di Fini, almeno non sul tema della fecondazione assistita. Non faccio in tempo a spiegargli  il motivo per cui lo chiamo che mi spara lo stesso concetto: «L’illustrazione di Libero non si può neanche definire una vignetta: è pura propaganda [come volevasi dimostrare, ndr]. Non c’è scarto, non c’è frizione. E’ un’immagine statica, senza ritmo che non offre scampo dall’unica interpretazione possibile. La satira è un moltiplicatore di significati. Lì ce ne è solo uno: esattamente quello che vuole chi si accontenta di un moralismo spicciolo e dalla facile lettura». Sulla vignetta di Forattini, invece, mi inventa su due piedi una variante: «Fermo restando che si tratta di un auto remake, sull’originale di molti anni fa si giocava sul doppio significato di “tappo” inteso come testa che saltava e come riferimento alla bassa statura di Fanfani. E’ chiaro che se avesse voluto mantenere la bivalenza, invece di quella di Fini avrebbe dovuto raffigurare l’effige di Berlusconi, magari proiettandolo verso quell’infinito a cui aspira. A Fini, che è alto più di un metro e ottanta, mal si addice l’analogia col tappo. Ed ecco come da una versione originariamente a doppio senso, si arriva all’impoverimento di una metafora vinicola che sa ormai – è proprio il caso di dirlo – solo di tappo…». Anche lui, pescato sul tavolo da disegno per la vignetta di domani, calerà un asso pesante [quello della foto sopra, ndr]…

Purtroppo, non so disegnare. Sapessi farlo proporrei questa vignetta: il Premier circondato dai suoi uomini di provata fiducia, Nicola Cosentino, Giacomo Caliendo, Marcello Dell’Utri, Denis Verdini, Aldo Brancher, Claudio Scajola che si complimentano per la cacciata del reprobo Fini e dei suoi sodali. Sotto, la didascalia: “Finalmente abbiamo le mani libere” e, sullo sfondo del disegno, un “uuuuuueeeeeeeeeeee” di sirena della polizia.

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