Eva Peron. Una biografia politica

Raffaele Morani

INTERVISTA LORIS ZANATTA

Eva Peron, una figura amata e odiata senza mezze misure,  una delle figure più importanti del 900, un vero e proprio mito per generazioni di argentini e non solo. Di lei si è scritto tanto, ma molto resta ancora da capire, specialmente per quanto riguarda i suoi aspetti più strettamente politici. Loris Zanatta [nella foto sotto], docente di Storia dell’America Latina all’Università di Bologna, uno dei massimi studiosi del Peronismo, autore di numerose opere sull’argomento (tra cui Il Peronismo, Carocci 2008, Storia dell’America latina contemporanea, uscito recentemente per Laterza), avvalendosi di un’enorme quantità di fonti, anche inedite, con il suo saggio Eva Peron. Una biografia politica uscito alla fine del 2009 per Rubbettino editore, ha cercato di delinearne la figura, puntando sugli aspetti politici di Evita, andando oltre il mito e focalizzando l’analisi sul vero e proprio progetto politico che stava dietro le azioni della “Madonna dei Descamisados”. Abbiamo intervistato il professor Zanatta in esclusiva per Il Fondo per cercare di capire questi aspetti di Evita.

Eva Duarte Peron, una donna di umili origini, un’attrice di scarso successo, che riesce a farsi largo in una società maschilista, “machista”, come quella argentina, fino a divenire l’icona di un certo processo di modernizzazione sociale, ma non politica. Quali sono, secondo Lei, le cause di questo successo?

Nel successo di Eva ci sono anche indubbiamente aspetti personali, le caratteristiche individuali del personaggio sono molto importanti. Aveva una forza e delle doti straordinarie, frutto forse anche della frustrazione personale dovuta alla sua condizione di partenza, sebbene economicamente la sua condizione non fosse poi così disagiata come racconta il suo mito. Aveva uno straordinario carisma, e la sua voglia di riuscire, di emergere, passava su ogni altra cosa. Un simile personaggio non poteva emergere in una società che non fosse quella argentina, il suo successo è dovuto anche alla natura di
quella società, in quanto società  molto giovane e toccata da una grande immigrazione, un fenomeno che aveva eroso le gerarchie sociali tradizionali, creando una società molto orizzontale. Questo è l’aspetto di modernità. L’altro aspetto del suo successo è invece tradizionale. Evita ha avuto un enorme successo presso la popolazione recentemente immigrata, più popolare, a differenza delle elites, più cosmopolite che invece l’hanno osteggiata. Il suo appello alla mobilitazione si rifaceva ad un universo popolare cattolico e tradizionalista. Nell’immaginario collettivo era quasi “divinizzata”, quasi come una mediatrice tra il popolo e la “divinità”. Gli aspetti della sua politica che oggi ci indignano, come la corruzione, il nepotismo, l’occupazione dello Stato da parte dei suoi fedeli, tutto sommato agli occhi dei suoi sostenitori non erano poi così negativi.

Una figura dal grande carisma e popolarità, un personaggio che, per usare
un’espressione di Diderot che Lei cita per descriverne la parabola, “fece del bene, ma lo fece male!”. Cosa intende?

In maniera più cristallina rispetto ad altri fenomeni populisti del XX secolo, Evita si pone alla guida di un importante processo di integrazione sociale e simbolica, ma il modo in cui avviene questa integrazione ne distrugge gli effetti positivi, in quanto elimina il pluralismo nella società. In questo aspetto è notevole l’influenza di Hernan Benitez, uno dei suoi principali consiglieri, una figura quasi sconosciuta ai più ma che ebbe notevole influenza su di lei. L’obiettivo di Benitez, e poi di Evita, era di creare una comunità omogenea, senza diversità. La sua politica di inclusione, le riforme sociali, hanno comportato notevoli costi, e nel medio periodo hanno sofferto di una mancanza di legittimazione. La legittimità non è solo il successo elettorale, è anche riuscire a coinvolgere nel consenso alle proprie politiche tutta la società, in modo che quanto realizzato dalla propria parte non sia vissuto dall’altra parte come un abuso, altrimenti quando c’è un cambio di governo, chi vince cercherà di smantellare quanto realizzato fino ad allora. Le sue politiche si sono rivelate paganti nell’immediato, ma non sostenibili nel medio-lungo periodo. Un altro aspetto negativo è la svalutazione delle istituzioni, vissute da Evita come un intralcio burocratico alle proprie azioni. La sua gestione allegra e discutibile delle immense risorse che ha avuto a disposizione per le sue politiche sociali, ha fatto sì che non ci siano state leggi e regole condivise da tutti per rendere sostenibili nel tempo tali politiche.

Ne esce fuori un ritratto di Evita molto “politico”, che va  oltre l’iconografia a cui siamo abituati.

Senza dubbio è un ritratto in qualche modo insolito quello che emerge. Un’Eva più autonoma e più politica di quanto emerga in molti altri autori. Un ritratto non proprio facile né per i suoi sostenitori, né per i suoi critici. Quando il libro uscirà in Argentina a dicembre, mi aspetto grosse polemiche (sorride).

Una  persona che cresce all’ombra del marito, Juan Domingo Peron, per poi ritagliarsi ampi spazi di autonomia, fino a venire ridimensionata (penso ad esempio alla sua mancata designazione alla vicepresidenza dell’Argentina alle elezioni del 1951). Sapendo che la storia non si fa con i se, secondo Lei senza la sua prematura scomparsa, il conflitto tra queste due figure sarebbe esploso?

Politicamente nasce all’ombra di Peron, anche se ha già una rete di conoscenze e relazioni. Non dico che tra marito e moglie i ruoli di invertano, ma è indubbio che Eva riesca a crearsi spazi di autonomia impensabili all’inizio. A partire dal 1948-49 quando cominciano a diminuire le risorse da distribuire, è Juan Peron che in un certo senso diventa “schiavo di Eva”, perché i suoi sostenitori chiedono la redistribuzione di risorse intrapresa da Evita, ma Peron stesso che ha un’idea più tradizionale di Stato corporativo, si accorge che quella politica non è più praticabile, questa è la grossa contraddizione. Il Peronismo va in crisi, e comincia a perdere i pezzi: le diverse parti dello Stato corporativo peronista richiedono una maggiore autonomia, chi cerca di unificare il tutto fino alla fine è Evita. Nel 1955 quando i  militari si sollevano, Peron si ritira perché non riesce a mobilitare le masse a sostegno del suo regime, molto probabilmente Evita avrebbe avuto un maggiore seguito se avesse chiesto al popolo di resistere al Golpe. L’eredità di Eva Peron alla sua morte diventa presto ingestibile. Il suo messaggio per molti aspetti era rivoluzionario, prevedeva una sottomissione totale della società al Peronismo (in questo era una “totalitaria inconsapevole”), appelli continui alla mobilitazione contro il nemico interno (l’oligarchia) o esterno (gli Stati Uniti), eliminazione del dissenso, in quanto “eresia” nei confronti del Peronismo diventato quasi una “religione civile”. Un messaggio ingestibile per il generale Peron, che si ritrova “schiavo dell’eredità di Eva”, e dei suoi numerosi sostenitori in primis la CGT (il sindacato), ma nello stesso tempo consapevole che quel sistema non era più sostenibile a causa della mancanza di risorse e della crescente opposizione di larghi settori della popolazione (militari, classe media, ecc.). E’ molto probabile che tra Peron ed Eva ci sarebbe stato uno scontro e sarebbe stato violento.

Uno scontro violento tra le diverse anime del Peronismo si è avuto per
esempio all’inizio degli anni 70 all’aeroporto di Ezeiza quando Peron è tornato dall’esilio.

Esatto! Lo scontro tra peronisti “di sinistra” e di “destra”, tra Montoneros e Tripla A, che avviene in quegli anni, e che nel massacro di Ezeiza vede l’aspetto più vistoso è esattamente la lotta tra il Peronismo di Eva ed il Peronismo di Peron. Esplodono tutte le contraddizioni di una nazione che è moderna ma senza efficaci strutture di mediazione del conflitto, le istituzioni condivise di cui parlavamo prima e che servono appunto a regolamentare la lotta e permettere ad un  regime di poter sopravvivere ai conflitti.

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Raffaele Morani

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