Er calippo e ‘na bira. Sennò famo la colla

miro renzaglia

L’estate ha sempre i suoi misteri. Questa, in particolare, sarà per via del persistere di una temperatura particolarmente alta, propone quello delle due ragazzette intervistate a Ostia che, in perfetto neologico romanesco, illustrano i metodi per sopravvivere alla canicola.

Un video di 52 secondi esatti, ripreso in originale da Sky ma rimandato ovunque (su Youtube si registrano visioni record) è diventato il caso sul quale si arrovellano giornalisti e comici, lessicomani e sociologi, scienziati della comunicazione e pubblicitari, creativi (ne è stata fatta una versione musical elettronica) e moralisti da, è il caso di dirlo, ultima spiaggia.

Il video è quello che  abbiamo proposto sopra. Notate i  sottotitoli che, con ogni evidenza, nelle intenzioni di chi li ha montati servono a rimarcare la necessità di una traduzione per poter comprendere i pochi concetti lievemente espressi. Può darsi che io, romano, sia più addestrato a cogliere la lingua usata nell’intervista, ma la trovata mi sembra utile solo alla presa per il culo delle due ragazzine. Questo tanto per sottolineare uno dei segnali che passa sul piano del metalinguaggio.

Sul piano del linguaggio, invece, le ragazzine sono stupende interpreti della migliore tradizione del parlato romanesco che infioretta da sempre i suoi contenuti con brucianti metafore e altre figure della retorica classica.

Infatti, non sono tanto “calippo e bira” o ” ‘a doccetta” a risaltare nella loro intervista quanto quel: «sto a fa’ la colla» che sintetizza perfettamente il concetto di un sudore che esaurite le risorse idriche dell’organismo comincia ad espellere i grassi sottocutanei.

Il romano, per dire: “Guardi che se non la smette sarò costretto ad usare la violenza”, ricorre alla metafora: “Mo’ se nun la pianti, te metto du’ dita ar naso e me te porto ‘n giro sulla spalla come ‘na giacchetta a primavera”. Non dice: “Sta morendo”, sostiene: “Sta a regge l’aria colli denti”. Non incoraggia l’indeciso con un: “Su, è arrivato il momento giusto”, lo sospinge con un perentorio: “Taja ch’è rosso” (il complemento oggetto sottinteso, lo dico per i non romani, è il cocomero).  Non si complimenta con una signora per il suo profilo posteriore, dicendole: “Lo sa che lei ha un bel portamento? È un piacere guardarla…”, si affida all’analogia: “Ma ce lo sai che c’hai proprio un ber sito? Te c’hanno mai cliccato sopra?” (questa è di Carlo Verdone ma sono sicuro che l’ha trasferita nel film Gallo Cedrone riprendendola dalla realtà). Non esprimono il proprio dissenso a qualcuno che si propone come loro educatore dicendogli: “Guardi, signore, del suo alto magistero non so che farmene”, gli dicono: “Sali qua sopra [mostrando l’angolo di gomito dove normalmente si porta l’ombrello] e vedi Roma”.

Insomma, il romano la metafora e altre nobili figure della poetica ce l’ha da sempre sulla punta della lingua, perché gli scorrono nelle vene. Quindi, dov’è la novità?

Le giovinette, comunque, novità o non novità, sono assurte ai fasti della cronaca. Il che, come sempre accade, non lesina loro anche le aspre reprimende di aciduli osservatori. Leggevo proprio oggi sul “Messaggero” di una vestale da “Cielo, che tempi!” che ha ravvisato nell’intervista l’istigazione all’alcolismo per i propri ed altrui pargoli attentati dal mal esempio, per via di quella “biretta” che una delle due ragazzine dichiara essersi fatta accompagnando “er calippo”.

Ma morisse de pizzichi (la vestale, non la ragazzina)…

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