Trapianto d’organi e quoziente d’intelligenza

Alessandro Cavallini

Il 31 marzo del 2009 la Regione Veneto ha approvato la delibera 851, in base alla quale è stato indicato come fattore di selezione per la corsa ai trapianti d’organi il quoziente intellettivo dei pazienti in lista d’attesa. Tra le assolute controindicazioni al trapianto è stata contemplata nel testo la presenza di un quoziente intellettivo inferiore a 50, come controindicazione relativa, invece, uno inferiore a 70. Secondo la giunta veneta, chi possiede un quoziente intellettivo più basso della norma potrebbe «non capire l’importanza della terapia antirigetto».

E a distanza di un anno, oggi, si è accesa una nuova polemica su una questione di bioetica: come stabilire la priorità con cui assegnare gli organi tra i malati in lista di attesa, che sono tre volte più numerosi rispetto alla disponibilità di reni, fegato e cuori. I professori Nicola Panocchia e Maurizio Bossola, nefrologi del “Gemelli” di Roma, e Giacomo Vivanti, psicologo dell’Università della California, in un articolo pubblicato sull’American Journal of Transplantation hanno accusato la Regione di discriminare i disabili mentali, ritenuti incapaci di migliorare la qualità della propria vita, e di non rispettare il principio di pari dignità costituzionalmente garantito a tutti i cittadini. E anche i Radicali hanno fatto richiesta al Governo di un’immediata interrogazione per fare in modo che il provvedimento regionale veneto venga velocemente modificato o annullato.

L’assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto, ha già dichiarato che «non c’è alcuna volontà persecutoria» e che «se per fare chiarezza bisogna modificare il provvedimento, lo faremo. Il Veneto non ha mai negato il trapianto a nessuno».

Mentre Patrizia Tolot, vicepresidente dell’Associazione Dadi di Padova, fondata da genitori di ragazzi con sindrome di Down, autismo e disabilità intellettiva, ha così commentato la vicenda: «Di fronte a misure di questo genere mi chiedo se il progresso della scienza serva a negare i diritti delle persone più deboli, piuttosto che ad aiutarle. Usate così le nuove frontiere del sapere diventano strumenti di selezione genetica e possono aprire strade pericolose, come quelle di programmare protocolli di analisi prenatali, mediche e psichiatriche per decidere chi ha il diritto di nascere e di vivere».

A noi invece sorge spontanea una domanda: come mai tutta questa levata di scudi per le questioni bioetiche, e mai nessuno che condanni invece la forte diseguaglianza sociale che caratterizza l’intera società occidentale? Come sempre conta solo la forma, in questo caso la difesa di un’eguaglianza puramente formale, e mai il contenuto. Vorrà dire che ci accontenteremo di essere tutti quanti formalmente uguali e chiuderemo gli occhi di fronte alle diseguaglianze che ci circondano. Così ci consigliano di fare gli esperti, novelli Soloni dell’epoca in cui ci è toccato, purtroppo, vivere.


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