Tito Amodei. Signum Magnum

Carlo Fabrizio Carli

Il testo che segue è l’intervento dael’Autore in occasione della presentazione del libro di Tito, al secolo Ferdinando Amodei: “Signum Magnum”, tenuto a Roma, teatro “Sala Uno”, 18 febbraio 2010.

La redazione

Caro Tito,

ho letto il tuo libro, piccolo ma pieno di spunti e di stimoli. Del resto non è certo il numero delle pagine a fare l’interesse di un testo, ma l’efficacia di un assunto, che è qui incontestabile; anzi, per chi ha a cuore le tematiche artistiche, pressante e non eludibile.

Il tuo libro mi sembra un po’ un gettare il sasso nello stagno, che è una sana reazione alla tentazione di abituarsi all’acqua stagnante – per conformismo, per prudenza (ricordi quello che scriveva Ernest Hello: “la timidità è uno dei flagelli che colpiscono un secolo corrotto”?).

Consentimi di presentare il tuo libro, gettando anch’io qualche sasso nello stesso stagno.

Ecco dunque – come tu giustamente dici – l’apparentemente sconcertante accettare, da parte della Vergine – o meglio il suo rassegnarsi – di essere effigiata in forme banali, scontate, insomma kitsch.

La questione, mi rendo conto, è perfino delicata, perché sussiste il timore da parte di molti che occuparsene possa trasformarsi in irriverenza nei confronti della Madonna; mentre è invece vero il contrario, che la vera irriverenza è stata ed è l’accettare per la Vergine iconografie banali, e al limite, perfino teologicamente devianti.

Pensiamo: la Madonna che è stata per almeno sedici secoli amata e onorata dagli artisti in forme sublimi, come spetta al Signum Magnum dell’Apocalisse; come compete a chi poteva confessare di sé: Fecit mihi magna qui potens est, come leggiamo nel Vangelo di Luca. Colei che – come ricorda Leo Di Simone nella presentazione del tuo libro – una pensatrice di grande spessore come Maria Zambrano ha potuto identificare senz’altro con la Filosofia (ma bastava meditare, e non recitare distrattamente, sulla qualifica delle Litanie Lauretane, che la definisce: Sedes Sapientiae), e che riesce ora banalizzata nella sua figura dal devozionalismo.

Pensiamo: lei di cui è stato detto che l’applicarsi al volto di Cristo e al suo volto costituiva non solo l’impegno culminante di un artista, di un pittore o uno scultore, ma il vero soggetto del suo operare. Del resto, è sufficiente sfogliare la straordinaria sequenza di immagini che tu hai antologizzato, sia pure in estrema sintesi, nel tuo testo, per rendersi conto della decadenza (ferma restando la testimonianza mirabile offerta da grandi artisti del 900), tanto più che nel grande deserto del kitsch finisce con l’arenarsi tanto (non fosse altro dal punto di vista quantitativo) del repertorio iconografico dell’arte cristiana contemporanea.

Penso, in primo luogo, alle diffusissime immagini di san Pio da Pietrelcina, quasi interamente affidate ad esiti desolantemente modesti. Anche qui, non vorrei essere frainteso: venero ed amo la figura di questo grande santo taumaturgo; ma proprio per questo sono ferito dalla mediocrità dei lineamenti in cui è effigiato, in pittura, ma soprattutto nelle innumerevoli statue in gesso e in bronzo.

A un tale esito mi sembra che concorrano fattori diversi, cominciando certamente da una assenza di coraggio da parte della committenza ecclesiastica. E mi viene fatto di pensare a San Francesco effigiato nella basilica superiore di Assisi da Giotto, ovvero da un artista di cui era palese il ruolo di rivoluzionario innovatore del linguaggio pittorico occidentale (sia quale sia l’importanza nella svolta dei pittori romani, a cominciare da Pietro Cavallini). In quella occasione l”Ordine francescano e, più in generale, la Chiesa non ebbero timore. Eppure dalla morte di San Francesco erano trascorsi più o meno gli stessi anni che ci separano dalla morte di San Pio.

Si può anche dire che oggi non abbiamo un Giotto; e che ambiti non trascurabili dell’arte contemporanea sembrano richiudersi in una prospettiva nichilistica. E, purtroppo, questi esiti mi sembra riducano molto la tua pur giusta osservazione, che i linguaggi estetici contemporanei sarebbero potenzialmente in grado di aprire possibilità nuove per accostare la dimensione numinosa.

Consentimi di lanciare un altro sasso (tanto più che ti so sensibile a questo tema): vorrei accennare all’ambiguità della formula Arte sacra, che non può essere passata sotto silenzio.

Al regime cristiano pertiene il Santo; il Sacro riguarda piuttosto una spiritualità precristiana che trova il suggello nel tremendum, attributo di una numinosità ancestrale. Vorrei anche dire che è proprio grazie all’avallo della formula Arte Sacra che oggi non poche mostre ad essa intitolate si sentono autorizzate ad esibire le opere più bizzarre.

Se si riflette alla circostanza che, a livello della una numinosità più estensiva, l’arte è sempre sacra, non foss’altro per la sua valenza, per così dire, sciamanica e magica, insita nella capacità di esorcizzare e sconfiggere l’attimo fuggente che scolora e scompare, in una parola, l’artiglio della morte, si potrà constatare allora come, in molti casi, arte sacra si riduca oggi a un’etichetta per discriminare quegli artisti che con essa sono contraddistinti.

Un ultimo tema su cui tu ci induci a riflettere con il tuo libro è quello della Bellezza. La Bellezza che ci interessa non è certo l’approdo di un edonismo individualistico, ma – come volevano gli uomini del medioevo – Splendor Veritatis, ovvero la Verità che siede in gloria. Un concetto che la filosofia contemporanea ha ritenuto a lungo di avere cancellato, ma che un pensatore del calibro di Hans Urs von Balthasar ha riproposto in ruolo centrale.

Parlare di Bellezza è necessario e al tempo stesso estremamente arduo, perché si rischia di banalizzare un concetto culminante, che è sostenuto da un supporto etico, il quale purtroppo oggi non è più universalmente e forse neppure più maggioritariamente condiviso. Bisogna avvertire, a mio avviso, la responsabilità che comporta parlare di Bellezza in un’epoca in cui, alla stregua di tanti piccoli Pilato, gli uomini si interrogano smarriti – quando va bene – su che cosa sia la Verità.

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