Sesto San Giovanni. Il muro rosso anti Rom…

Angela Azzaro

E’ inutile provare a negarlo, perché la Storia è lì a ricordarci ciò che è stato e ancora può essere: a certa sinistra i muri piacciono. C’è sempre una buona ragione per farne uno, salvo poi criticare gli altri per le stesse ragioni e provare a nascondere il proprio gesto chiamando il muro cancellata, oppure rete di protezione. Oppure: identità o verità. Questa volta il muro lo stanno costruendo a Sesto San Giovanni, grossa cittadina alle porte di Milano, governata da una amministrazione di centrosinistra, sindaco del Pd, vicesindaco addirittura di Rifondazione comunista. Decisione votata all’unanimità: costruire un muro di 500 metri per recintare un’area demaniale dismessa di 18mila metri riparo per diverse famiglie rom. Il tentativo di cacciarli da lì non è bastato, da qui la decisione di impedire l’accesso nella zona con il mezzo peggiore possibile. Ma guai a chiamare il muro muro, a Sesto, tra i diversi sinonimi, preferiscono cancellata.

La notizia è rimbalzata anche su Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, che ha criticato l’operato anche  del suo rappresentante. Con un ottimo articolo di Laura Eduati Liberazione ha fatto sì che la notizia arrivasse anche sulle pagine del Corriere. E’ inutile dire che il più grande giornale nazionale ha ripreso la notizia non tanto scosso dal fatto in sé quanto soprattutto interessato a rappresentare lo scontro dentro il Prc. Però almeno ne ha parlato. L’articolo di Eduati dà la parola anche al vicesindaco Demetrio Morabito che rivendica la scelta e prova a spiegare quante cose l’amministrazione di Sesto sta facendo per i rom.

La realtà dipinta dalle associazioni è un’altra. I rom già cacciati da Milano, dove si è abbattuta la scure del vicesindaco Riccardo De Corato, fuggono verso le zone vicine, ma sempre più disperati e impoveriti, adattandosi a vivere nelle zone peggiori, come l’area messa sottosequestro a Sesto. Che cosa fa una buona amministrazione davanti alle difficoltà di una parte di popolazione? Invece che sistemare la zona, bonificarla, la chiude e li caccia dove non si sa. Djana Pavlovic, artista milanese di origine rom vicina a Rifondazione, che ha seguito per due anni l’accampamento accanto alla ferrovia di Sesto, ha detto a Liberazione: «Le istituzioni non hanno mai fatto nulla».

Non è la prima volta che una giunta di centrosinistra ha una brillante idea come questa. Era successo circa tre anni fa, quando era ancora al governo Prodi. A Padova. Quella volta il muro era stato fatto per imprigionare alcuni palazzi popolari abitati da diverse famiglie marocchine, alcuni esponenti delle quali spacciavano nella zona. Invece di tentare di risolvere il problema dello spaccio si pensò bene, anche in quel caso, di recintare, chiudere. Vietare. L’unica differenza rispetto all’oggi e che quell’episodio destò scandalo e polemiche in seno alla sinistra. Oggi il caso di Sesto non riesce ad avere altrettanta eco e l’indignazione sembra essere relegata alle associazioni che si occupano di rom, come il caso del Gruppo Everyone, la prima a denunciare il caso.

Ma anche la prima a notare le contraddizioni tra il dire e il fare: quando le stesse politiche vengono portate avanti dal centrodestra, la sinistra è pronta ad urlare e protestare. Perché ora invece tanto silenzio? Perché meno indignazione? Il muro di Sesto non è ancora finito (ci vogliono 90 giorni) e potrebbe essere bloccato. Ma  solo pochi ci provano. Come mai? La risposta è che al di là dello scontro tra opposte fazioni, le politiche securitarie hanno contagiato tutte, ma proprio tutte le parti politiche. Commettono queste ingiustizie e dicono di farlo in nome della popolazione che effettivamente in questi anni è stata bombardata da messaggi razzisti e xenofobi.

Un sondaggio pubblicato da Repubblica denuncia come la prima vera paura degli italiani sia però la crisi, la povertà, la mancanza di futuro. Altro che rom. La vera minaccia è diversa, ma come altre volte nella storia anche recente prendersela con il diverso o con gli ultimi viene usato per nascondere i problemi reali.

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