Sanguepazzo ma non troppo

Giovanni Di Martino

Sdoganare per sdoganare, almeno potevano dire la verità

Lo sceneggiato televisivo (o “miniserie“, in onore ai dettami orrendi della lingua italiana attuale) Sanguepazzo, in onda su Rai Uno domenica 30 e lunedì 31 maggio, è un’opera anomala rispetto a tutte le altre dello stesso genere sfornate negli ultimi anni. L’allestimento, tanto per cominciare, è molto ben fatto, sia dal punto di vista tecnico, che dal punto di vista storico scenografico. Ci sono, per esempio, pochissimi errori nei dettagli (un ufficiale di marina nella RSI del 1944 ha le stellette sul cappotto, qualche targa dei mezzi militari è rimasta come da museo nel quale è esposta…ma si tratta di cose piccolissime, rispetto alle targhe ed alle uniformi del premio oscar La vita è bella, in cui Auschwitz è liberata niente meno che da uno Sherman americano). E c’è una professionalità di fondo che alle miniserie Rai mancava da tempo, dovuta forse al fatto che una riduzione dello sceneggiato è stata distribuita in sala nel tardo autunno del 2008.

Lo sceneggiato racconta la storia dei due attori maledetti Osvaldo Valenti e Luisa Ferida [nella foto sopra], talentuosi forse più di tutti gli altri e noti purtroppo solo per essere stati fucilati dai partigiani al termine della guerra, in quanto aderenti alla RSI, alla Decima Mas ed amici del torturatore Pietro Koch. C’è materiale per un film, non c’è che dire. Anzi la scelta del soggetto è stata ottima. Così come doverosa è stata la riabilitazione di questi due cortigiani repubblichini che il regista Giordana ha fatto. Perché malgrado cenassero con il diavolo, Valenti e la Ferida sono stati più o meno vittime degli eventi e di una realtà che in quegli anni ha travolto tutto e tutti. Questa cosa il film la mette in risalto molto bene: Valenti, nella realtà, era  un divo cocainomane e un po’ pazzo (alla James Dean), che si entusiasmava per tutto ciò che faceva e che provocava artisticamente senza cattiveria. Ma agli occhi della gente era un ufficiale della Decima Mas esaltato che girava con la pistola infilata direttamente nel cinturone senza neanche la fondina. Il personaggio del film, interpretato da uno Zingaretti veramente all’altezza, rende onore allo spirito dell’originale. Altro discorso va fatto per la Ferida, che muore una seconda volta essendo interpretata dall’inespressiva Bellucci, alla quale continuano a venire affidate inspiegabilmente parti di qualunque tipo.

Il film romanza  un po’ la storia, tagliando, ricucendo ed inventando, come è normale che sia. Ma lo sguardo di insieme su questi due attori prigionieri del film della vita (come tutti del resto, ma loro più di altri) è azzeccato e merita un sincero plauso. Qualcuno in Italia ha storto il naso su questa benevola riabilitazione, ma lo ha fatto sicuramente per partito preso, dato che la storia dei due è conosciuta a grandi linee, ma sconosciuta nei dettagli.

Siccome però io la storia di Valenti e della Ferida un po’ la conosco, mi chiedo come mai anche questa volta si sia fatto trenta senza poi fare anche trentuno. Ossia si è messa in scena un’opera cinematografica di tutto rispetto, ci si è sforzati di comprendere la psicologia di un personaggio complesso come Valenti. Si è sdoganato addirittura Borghese e la Decima Mas (il film chiarisce inequivocabilmente che Borghese non operava per la RSI né con la RSI, ma faceva una guerra a sé, nel bene e nel male, non essendo nemmeno fascista – cosa che nel dopoguerra ha maldestramente dimostrato, tanto da essere accusato di doppiogiochismo all’interno dell’area neofascista). Si è distinta l’amicizia dei protagonisti con il torturatore Koch dalle responsabilità effettive per ciò che accadeva a Villa Fossati (senza però precisare che Koch e i suoi vennero fermati ed imprigionati dalla stessa polizia fascista ben prima della fine della guerra). Ma non si è voluto dire come mai Valenti e la Ferida si siano consegnati ai partigiani sperando di non essere fucilati, cosa che poi invece è accaduta.

Questa è dunque l’occasione per raccontare qualche cosa in più: Valenti e la Ferida sono stati gli unici attori di grido ad aderire al cinema della Repubblica Sociale, trasferendo armi e bagagli al Cinevillaggio di Venezia, contrariamente a Vittorio De Sica e ai suoi (Carlo Ninchi eccetera) che hanno invece preferito restare a Roma e tentare di continuare a girare a Cinecittà (con l’aiuto del Vaticano e le SS a guardarli storto). Dal momento che la Repubblica Sociale necessitava di un apparato di propaganda dieci volte superiore al normale (non fosse altro perché combatteva una guerra del tutto persa), ad ogni cosa veniva dato un risalto enorme.

Sempre per propaganda (oltre che per il fascino di vestire una divisa inviso a tutti, anche ai fascisti) Valenti accetta di indossare l’uniforme della Decima Mas, senza però esercitare nessun ruolo militare effettivo, ma ricoprendo un ruolo di spionaggio molto importante per conto di Borghese. La Decima, come detto, era un esercito a sé, fondato il 9 settembre del 1943 e quindi quindici giorni prima della RSI, ed alleatosi direttamente con la Germania. A livello di legittimità, quindi, sfuggiva al controllo giuridico della RSI e dei suoi ministeri (oltre che essere detestata – Borghese, nel 1944, veniva anche arrestato, salvo essere subito liberato e nominato sottosegretario alla marina). Dunque doveva autofinanziarsi (mezzi, uniformi ed armi), perché le casse della RSI se ne disinteressavano. E qui entra in gioco Valenti, che era uno degli ufficiali di collegamento con la Svizzera, dove portava preziosi e pellicce che i nobili e benestanti finanziatori della Decima mettevano a disposizione per l’acquisto delle armi degli uomini di Borghese. Valenti passava quindi ogni volta indenne il confine grazie ad un accordo con i partigiani socialisti (in cambio di tangenti, ovviamente, per esempio lasciando a loro un tot dei preziosi o delle armi).

Al termine del conflitto Valenti si è ingenuamente consegnato a loro, con i quali era in rapporti, diciamo di “affari”, credendo che lo avrebbero aiutato, così come lui aveva aiutato loro, ma a quel punto i partigiani non avevano nessun interesse a salvarlo, né a far emergere i precedenti traffici e la storia ha avuto l’epilogo (pare, ma non è certo, per ordine dello stesso Pertini) che abbiamo visto nel film.

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