Samir Kassir. 5 anni fa

Raffaele Morani

Il 2 giugno scorso è stato il quinto anniversario della morte di Samir Kassir. Intellettuale e giornalista libanese, fu assassinato da un’autobomba a Beirut nel 2005, pochi mesi dopo l’omicidio dell’ex primo ministro Rafic Hariri, e l’inizio delle mobilitazioni popolari contro la presenza dell’esercito siriano in Libano, che avevano visto in Samir Kassir uno dei principali animatori.

Samir Kassir aveva ricevuto in passato minacce da agenti dei servizi segreti e di sicurezza libanesi e siriani, e molti pensano che vadano cercati in quegli ambienti i responsabili di questi assassinii, di Hassir e Hariri e di altri politici oppositori della presenza siariana in Libano, come il leader comunista Georges Hawi o il ministro falangista Pierre Gemayel, erede della potente famiglia leader della comunità cristiano-maronita.

Il governo siriano ha negato ogni forma di coinvolgimento in questi omicidi, su cui sta ancora indagando il Tribunale speciale per il Libano, istituito dalle Nazioni Unite. La Commissione Europea ha intitolato alla memoria di Samir Kassir un premio per la libertà di stampa da assegnare ogni anno ad un giornalista arabo.

Nato da padre palestinese e madre siriana, in una famiglia di religione greco-ortodossa, Samir Kassir è stato un giornalista e docente universitario scomodo per quanti hanno soffiato per anni sulle divisioni religiose e ideologiche nel suo martoriato paese.

Uomo di sinistra, aderente al Partito Comunista Libanese, tra i fondatori nel 2004 del movimento “Sinistra Democratica” (al-Yasār ad-Dīmuqrāī), in opposizione tanto al modello economico neo-capitalista quanto agli opposti radicalismi religiosi e ideologici, l’opera di Samir si concentrò su te punti: la causa palestinese,  la fine della tutela siriana sul Libano, la democratizzazione della Siria, tre grandi temi che per questo intellettuale, inviso ai poteri forti, non potevano essere divisi ed andavano affrontati insieme.

Dalle colonne del quotidiano al-Nahār, espresse nei suoi editoriali la sua opposizione al regime filo-siriano e chiese con forza il ritiro delle truppe siriane dal Libano, mantenendo nello stesso tempo stretti rapporti con gli intellettuali siriani coinvolti nella cosiddetta “Primavera di Damasco” del 2001, chiedendo nel contempo la fine del protettorato siriano sul Libano e l’inizio di una vera democratizzazione della Siria.

Alcuni dei suoi articoli sono stati stampati in Italia nel 2006 col titolo Primavere. Per una Siria democratica e un Libano indipendente (edizioni Mesogea). Da un’altra sua opera fondamentale, pubblicata in italia da Einaudi nel 2009 col titolo “Beirut”, vediamo l’amore di Kassir per Beirut, la sua città natale, al tempo stesso orientale ed occidentalizzata, cristiana e musulmana, moderna ma anche radicata in una storia millenaria, una città cosmopolita ed  aperta al mondo ma nello stesso tempo vittima di una sanguinosa guerra civile e dei suoi settarismi religiosi e ideologici. Una guerra che, per oltre quindici anni fu anche un grande evento mediatico e da cui, secondo Kassir, ci si era risollevati senza tuttavia risolvere definitivamente le profonde lacerazioni che l’avevano originata.

Impegnato attivamente coi suoi scritti e la sua militanza nella sinistra libanese a favore della democrazia, la laicità e l’uguaglianza sociale, nel suo paese e in tutto il mondo arabo, nel suo ultimo libro L’infelicità araba, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2006, Samir Kassir ci lascia un vero e proprio manifesto del dissenso arabo, in cui elenca le cause di questa infelicità e dimostra come sia possibile una nuova Rinascita Araba, a patto di liberarsi della cultura del vittimismo e confrontarsi con la modernità, senza viverla come una minaccia alla cultura araba contemporanea, da rileggere invece con uno spirito critico.

Come scrive Elias Khuri nella postfazione «E’ questo il segnale più vistoso dell’infelicità araba. Che un giornalista, che uno scrittore, sia messo a morte perché imputato di libertà».

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