Rose George. Il grande bisogno

Mario Grossi

Là dove si sente la merda
Si sente l’essere

Antonin Artaud

Un ragazzino di buona famiglia, così mi era stato insegnato, non parla mai dei suoi bisogni corporali. Già dire cacca, passata la soglia dell’infanzia, era considerato disdicevole. Fu una vera e propria liberazione quell’estate, agli albori dei settanta, quando il cesso costituì il leit motiv di buona parte dei pomeriggi assolati.

In vacanza, da una mia zia, con alcuni miei cugini, eravamo soliti, in attesa del bagno pomeridiano, intrattenerci in letture collettive sotto una pergola ombrosa sgranocchiando Oro Saiwa e Nutella.

Qualcuno, con fare losco e truffaldino, un giorno squadernò un libro in edizione economica e cominciò a leggere, e mentre leggeva, prima stupiti, poi un po’ imbarazzati, infine, anche se consapevoli di rompere un tabù nelle convenzioni familiari che, in nome della buona educazione, ci impediva di affrontare certi argomenti in pubblico, con cuore ilare e divertito leggemmo a turno. Quella lettura costituì per alcuni giorni il nostro cenacolo trasgressivo.

Era stato pubblicato nel 1960, ma io lo conobbi solo allora, un volumetto di Lawrence Wright dal titolo inequivocabile Civiltà in bagno che alcuni anni dopo comprai su una bancarella e che ancora oggi fa bella mostra in uno scaffale della mia libreria.

Raccontava il percorso della civiltà umana, dalla preistoria ai nostri giorni, descrivendo l’evoluzione dell’igiene, dei gabinetti, dei modi di andare in bagno. Ironico, divertente e oltremodo documentato rompeva a suo modo un tabù. Attribuiva statura letteraria a una pratica che per convenzione sociale era rimasta in penombra, consumata quasi con vergogna, in solitudine (anche se egli esempi del passato ci mostrano pratiche comunitarie per espletare i nostri bisogni).

Per quanto mi riguarda avevo scoperto, già da alcuni anni, che il gabinetto poteva essere letto come una discriminante delle classi sociali. Facendo visita al mio amico Pettinari, all’epoca vivevo con la famiglia a Lodi nella “bassa padana”, mi accorsi con stupore che la sua casa di ringhiera era priva di cesso e che per andarci bisognava usufruire del gabinetto comune sul pianerottolo, piazzato in fondo al balcone che dava sul cortile interno. Fu per me una scoperta dolorosa. Noi nella nostra casa ne avevamo due.

È per questi motivi che mi sono gettato a corpo morto su questo Il grande bisogno di Rose George pubblicato da Bompiani nell’aprile scorso. Una ricerca puntuale, documentata e seria sulle fogne, sui gabinetti, sui modi di espletare i nostri bisogni corporali che prende le mosse dalla costatazione che per prima cosa bisogna rompere un tabù. Per migliorare le condizioni igieniche del pianeta bisogna in primo luogo poter parlare senza remore e preoccupazioni di merda.

È proprio dalla parola “merda” che prendono le mosse tutte le considerazioni successive o meglio dagli eufemismi che siamo soliti adottare quando ne parliamo. Lo scienziato cognitivo Steven Pinker ne individua dodici, suddivisi in categorie. Tra queste, quella medica che usa evacuazione e defecazione, quella formale che usa feci, escrementi, escrezioni, deiezioni.

«La scorciatoia moderna più semplice per la rimozione dello smaltimento degli escrementi umani – i servizi igienici – è un eufemismo per defecazione, che è un eufemismo per escrezione, che è un eufemismo per cacare».

È questo uno dei primi problemi che si devono affrontare per mettere mano a uno dei più grandi problemi che affliggono il nostro pianeta.

Per noi, abituati ai nostri gabinetti a sciacquone, questo sembra un problema relativo, ma così non è.

In realtà 2,6 miliardi di persone non dispongono di servizi igienici. Quattro persone su dieci non hanno alcuna latrina, toilette, secchio o casupola. Defecano lungo i binari del treno o nei boschi. Quelle quattro persone su dieci vivono circondate dagli escrementi umani. Il prezzo da pagare in termini di malattie è incredibile. Un grammo di feci può contenere 10 milioni di virus, 1 milione di batteri, 1000 cisti parassitarie e 100 uova di vermi. Piccole particelle fecali possono contaminare l’acqua, il cibo, le posate e le scarpe, e possono essere ingerite, bevute o involontariamente mangiate.

La diarrea è l’ostacolo più ingombrante che un bambino dei paesi in via di sviluppo deve superare. Più grande dell’AIDS, o della tubercolosi, o della malaria.

Si parla sempre di malattie causate dall’inquinamento dell’acqua, ma anche questo è un eufemismo. In realtà sono malattie causate dalla merda.

Insomma il cesso è la vera via per la promozione umana. Un genetista di Harvard, Guy Ruvkun, è convinto che la toilette sia la più grande singola variabile che abbia aumentato la vita media dell’uomo.

Detto questo, si capisce meglio come l’autrice abbia consumato dieci anni della sua vita (e non ha finito certo qui) per questa maleodorante ricerca che l’ha portata a calarsi nelle fogne di Londra e New York, a visitare le bidonville di mezzo mondo, ad intervistare tutte quelle persone coinvolte in programmi per lo sviluppo dei gabinetti, a dialogare con imprenditori che hanno scelto il business della merda.

Scorrono nelle pagine del libro descrizioni e racconti. Rose George si cala nelle fogne e registra le frustrazioni degli operatori che ivi passano buona parte del loro tempo. Li ascolta raccontare di come le persone quando sentono il loro tipo d’attività solitamente retrocedono di qualche passo allontanandosi da loro, talvolta evitando di stringergli la mano.

Viaggia in lungo e in largo per la Cina per studiare i sistemi di smaltimento e riciclaggio che producono, dalla merda suina e umana miscelate, gas per il riscaldamento, per la cucina e per l’illuminazione elettrica.

Visita le bidonville di Dar El Saalam in Tanzania dove prospera la mitica figura del kutapisha, l’uomo che fa vomitare le latrine, che altri non è che un tipo che si immerge nei liquami per sturare la fossa dove si sono raccolti gli escrementi.

Tra tutti i racconti quello che mi è parso il più toccante è la storia di Champaben. Tutti i giorni si alza e si reca a casa dei suoi padroni e là raccoglie i loro escrementi a mani nude o con un pezzo di latta, li butta in un cestino, lo adagia sulla testa o su una spalla e li porta alla più vicina discarica. Svolge questa mansione perché è una Dalit, termina usato oggi per indicare i Paria, gli intoccabili, i sottocasta nel sistema delle caste Indù, oggi formalmente abolite ma che continuano ad agire come tabù sociale.

Tra i Dalit poi, al fondo della scala sociale, ci sono i raccoglitori di merda e tra i raccoglitori di merda sono le donne a occupare il gradino più infimo.

Dotare l’India di servizi igienici compatibili permetterebbe a Champaben di avere una vita migliore. Un cesso in questo caso riuscirebbe forse a emanciparla più di quanto non riuscì a fare Gandhi che per primo decise di dare il buon esempio raccogliendo personalmente i propri escrementi, in una pratica che gli fu contestata anche dalla moglie.

Insomma l’ottica della merda permette di osservare il mondo sotto una prospettiva diversa. È utile per classificare i popoli: ne esistono di coprofili (come la Cina che ricicla col biogas i suoi escrementi) e di coprofobi (l’India che a parte la sacralità degli escrementi vaccini se ne vergogna), così come esistono popoli dell’acqua, usi a lavarsi con acqua, anche quando scarseggia, e popoli della carta, come il Giappone usi a pulirsi con carta, corteccia o bastoncini. Curioso il caso del Giappone che con i suoi washlet è riuscita a riconvertire un intero popolo all’uso dell’acqua.

Anche gli USA sono un popolo della carta, da qui l’eterna polemica sul bidet e l’insuccesso della TOTO azienda giapponese che, dopo il successo in patria, tenta con scarsi risultati di convincere gli americani a lavarsi dopo aver defecato.

E ancora il gabinetto divide in due il pianeta. La metà ricca ha a disposizione reti fognarie e gabinetti a sciacquone. La metà povera quando va bene può usare latrine a secco o ricorre ai campi.

Un excursus che può non piacere ma che evidenzia la scarsa sensibilità verso questi problemi, primi fra tutti proprio gli utilizzatori dei gabinetti a sciacquone che, se hanno il pregio di essere igienici, in realtà non sensibilizzano affatto la popolazione al problema merda. Una volta eliminate le scorie dalla nostra tazza nulla sappiamo del loro viaggio, che spesso finisce per inquinare pesantemente l’ambiente. Se si pensa che città del mondo evoluto (e non sono certo le sole) come Vancouver e Brighton scaricano direttamente a mare i liquami non trattati delle fogne, non c’è da essere allegri.

Non mancano anche pagine in cui si descrivono moderni gabinetti a separazione. Cacca e pipì separati alla fonte per evitare che i liquidi organici, carichi di fosfati, appesantiscano e inquinino oltremodo i solidi più facili da compostare e riciclare.

C’è già chi pensa a forme di riciclaggio dei solidi in casa e il loro smaltimento differenziato come si fa con l’immondizia.

C’è la costatazione che, se è progresso di civiltà l’apertura di nuovi servizi igienici pubblici, gli USA e l’Inghilterra negli ultimi anni ne hanno chiusi il 40%, dimostrando una regressione che testimonia (questo lo dico io) la loro sostanziale inciviltà.

Un libro carico di suggestioni e a tratti divertente, come nelle pagine in cui si descrive il progetto di finanziamento per i gabinetti degli astronauti, approvato dalla Nasa che spese 23,4 milioni di dollari per trovarne uno adatto, per poi comprarsene uno di seconda mano per la modica cifra di 19 milioni di dollari dai sovietici (tra l’altro il primo esempio di gabinetto a separazione solido/liquido oggi tanto in voga tra i più moderni visionari della merda). Progetto che fa coppia con quello per la realizzazione di una penna a sfera che potesse scrivere capovolta sempre per astronauti costata milioni di dollari, mentre nel frattempo i sovietici avevano scelto le matite per scrivere nello spazio.

Ultima suggestione è la corposa bibliografia che testimonia l’interesse crescente per il problema. Bibliografia che annovera titoli evocativi e, a loro modo, divertenti che spingono ad un approfondimento: Escrementi cittadini: loro impiego, Sedersi bene: una storia disinibita del gabinetto, Anatomia del disgusto, Il rapporto Cacca: come l’America è influenzata dal suo prodotto nazionale più volgare, Merde: escursione nella coprologia scientifica, culturale e storico-sociologica.

Il tutto per dire che la merda, strettamente collegata all’acqua, è forse il più importante problema da affrontare oggi.

La prima cosa da fare però è vincere il tabù che ci impedisce di parlarne liberamente.

Per coloro infine che, schifati, tendono a prendere questo saggio sottogamba e a considerare l’autrice una coprofila, posso ricordare che in ogni cultura, in qualsiasi periodo storico, esistono regole che sovrintendono la defecazione, l’igiene e l’inquinamento. Così come in ogni grande religione del mondo. E se questo non è sufficiente basta citare Gandhi che dichiarò che le misure igieniche  sono più importanti dell’indipendenza, o Le Corbusier che considerava il gabinetto uno degli oggetti più belli che l’industria abbia inventato o infine Rudyard Kipling che trovava le fogne più interessanti della letteratura.

La toilette può rappresentare il barometro della civiltà.

È forse per questo che noi tendiamo a nasconderla, per non scoprirci, una volta di più, incivili in quel mondo di liquidità che ci sta scaricando sempre più velocemente, come il nostro santo cesso a sciacquone, nella più buia e maleodorante fogna: l’ultracapitalismo onnivoro che tutto divora e inquina e che ci rende insensibili di fronte alle nostre azioni.

In fondo basta cacare, schiacciare un bottone, consumare 13 litri d’acqua potabile a ogni scarico per dimenticarci che il più delle volte quello che abbiamo scaricato sarà il cibo dei nostri prossimi pasti.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati,29 maggio 2010

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks