Premio Strega. Deve vincere Pennacchi

Angela Azzaro

A leggere la lista dei vincitori del premio Strega prima degli anni Novanta ti viene quasi da piangere. Flaiano, Pavese, Ginsburg, Levi, Ortese, Dessì. Ma potremmo andare avanti. Non all’infinito. A un certo punto qualcosa si rompe e il Premio Strega perde appeal e non è più quel riconoscimento che, ancora prima di andare al singolo scrittore, andava alla letteratura. Alla buona, ottima letteratura. Era come la certificazione, anche un po’ fideistica, che l’atto dello scrivere e del raccontare avesse in sé una spinta etica ed artista particolare. Unica. Bastava dire Premio Strega per evocare un mondo, un’epoca, ma soprattutto un’idea di romanzo. Non solo parole, non solo storie, ma lo sforzo di  scrivere concatenando storie e parole con un’urgenza e uno sforzo fuori dal comune.

Gli ultimi anni hanno confermato la tendenza opposta. 2006: vince Sandro Veronesi con Caos calmo (Bompiani); 2007: Nicolò Ammaniti con Come dio comanda (Mondadori); 2008: Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi (Mondadori); 2009: Tiziano Scarpa con Stabat Mater (Einaudi). Tre romanzi livellati da uno stesso stile editoriale i primi tre, un clamoroso plagio l’ultimo. Stabat Mater è copiato, in maniera imbarazzante per la infinita serie di coincidenze, dal racconto di Anna Banti Lavinia Fuggita. Il plagio era stato notato e anche denunciato, ma sotto tono, quasi con timore. Ma forse solo con un po’ di pudore dovuto alla difficoltà di ammettere che una delle rare belle storie della letteratura degli ultimi anni fosse stata rubata di sana pianta dalla fantasia di un’altra scrittrice oggi perlopiù, ingiustamente, sconosciuta e davvero troppo poco apprezzata.

Quest’anno la cinquina scelta dal premio presieduto da Tullio De Mauro potrebbe cambiare completamente timbro, oppure confermare la scelta di uno stile insignificante. Il testa a testa conferma questa ipotesi: da una parte (nella lista stile light) il libro di Silvia Avallone, Acciaio, dall’altra (nella lista della buona letteratura) Canale Mussolini di Antonio Pennacchi. Avallone, che parte favorita, ha dalla sua il fatto di essere stata edita da Rizzoli. E’ legge non scritta che ci sia una certa alternanza nel riceve il premio tra le case editrici. E dopo una sfilza di  premi Strega andati alla Mondadori (fa parte della casa editrice del premier anche l’Einaudi) sono tanti che chiedono un cambio di guardia. Pennacchi potrebbe pagare l’odio antipremier di molta intellighenzia di sinistra e no, che vuole vendicarsi del suo strapotere sottraendogli almeno il più importante riconoscimento letterario del Paese. Senza contare che dal cilindro della giuria potrebbe saltare fuori il nome di Paolo Sorrentino, Sì proprio lui, il regista, che con Hanno tutti ragione edito da Feltrinelli potrebbe essere un’altra (brutta) sorpresa.

Se vincesse questa logica sarebbe ingiusto. Il libro di Pennacchi il primo luglio, giorno in cui si saprà l’esito, merita di vincere, gli altri meno. E i motivi vanno ricercati non in questo o quel ragionamento politico, ma nel valore letterario delle opere. Il libro di Avallone, per esempio, è interessante, anche coraggioso. Descrive il mondo operaio e i rapporti tra i sessi dopo il passaggio al berlusconismo, che è come dire dopo lo scoppio della bomba atomica rispetto a identità e appartenenze. Acciaio è un libro coraggioso perché racconta la fine della classe operaia, e racconta uomini e donne alle prese con un desiderio non più di lotta né di appartenenza, ma comunque segnato dal bisogno di giustizia e di felicità. Criticato dalla comunità operaia di Piombino per come li descrive il romanzo di Avallone racconta una verità scomoda: la violenza maschile sulle donne abita anche i casermoni dell’edilizia popolare. Ma abita sempre in quei casermoni la libertà femminile, contraddittoria come tutte le libertà. Eppure nello stile, si tratta di un libretto. Pulito, ben scritto, nessuno sforzo per restituire con la narrazione l’esplosione identitaria. Spiazzante nei contenuti, resta convenzionale nello stile. Esattamente come i suoi predecessori.

Con Pennacchi si cambia completamente musica. Lo scrittore racconta una storia oggi di per sé anomala: l’immigrazione dal Nord al Sud. Dal Veneto all’Agropontino durante il periodo fascista. La traiettoria della fortuna cambia completamente verso e il mescolamento di storie e identità diventa una ricchezza. Leggendo Canale Mussolini capisci che cosa intende l’autore quando nell’introduzione avverte di essere nato per scrivere questo libro. Non è presunzione. E’ il riconoscimento di un’urgenza, di una spinta che attiene non alla morale, non alla comunicazione pura e semplice. Attiene esattamente alla letteratura. Il gioco di voci – passaggio dal discorso diretto a quello indiretto, il sovrapporsi di voci narranti – parlano di uno stile maturo, complesso, che ci riporta ai fasti di una letteratura che difficilmente si riesce oggi a leggere in Italia.

E’ per questa ragione che tifiamo così apertamente per Pennacchi: perché, pur edito da Mondadori, è più antiberlusconiano di tutti gli altri. Lo è nel modo più radicale che la letteratura possa fare: contrapponendo alle frasi usa e getta, alla narrazione semplificata e banalizzata da overdose tv, una narrazione epica e capace di rendere la realtà, storica e umana, nelle sue varie sfumature e contraddizioni. Oggi ci siamo assuefatti alle storie ad una sola dimensione. Lo abbiamo scritto anche ricordando Sanguineti quando ci ha lasciato: oggi impera il dogma della linearità, della consequenzialità. Pennacchi non è un avanguardista, ma sperimenta, ci crede, combatte con le parole un corpo a corpo a volte estenuante ma vincente perché bello.

Il premio Strega ha la possibilità quest’anno di riconoscere valore a questa idea della letteratura. Un’idea che abbiamo dimenticato. E’ un’occasione importante da non mancare. Lo merita Pennacchi. Ma forse lo meritiamo anche noi lettori.

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