Pomigliano. L’arte della trattativa

Nanni Riccobono

Paolo Pietrangeli – Contessa

C’è una nuova, nella vicenda Fiat di Pomigliano: il governo, forse per dare una mano alla Fiat preoccupata dello scarso risultato del si al referendum dei lavoratori,  ha tentato di riunire intorno ad un immaginifico “tavolo della trattativa” sia i sindacati che hanno firmato la proposta della Fiat, che la Fiom –Cgil. Con Marchionne, naturalmente. L’intento dichiarato era proprio vedere di ridurre un po’ le distanze – siderali per ora – che separano i metalmeccanici da quel che vuole Marchionne. Cisl e Uil hanno respinto sdegnati l’invito. Ecco, questa è la nuova, o meglio il nuovo elemento per orientare la comprensione su quanto sta accadendo nei sindacati. Cisl e Uil hanno in pratica detto che “ciò che è fatto è fatto” e che non c’è più niente da trattare.  Fantastico. Nel firmare la proposta avevano già abdicato al ruolo proprio di un sindacato (che è per l’appunto, trattare). Avevano  esposto disappunto per le spropositate richieste Fiat ma le avevano giudicate ineludibili. Se quel disappunto c’era, però, la richiesta del governo avrebbe dovuto fargli molto piacere e invece niente. Un no secco.

Il segretario nazionale Fiom l’aveva anche in parte detto (intervista a Gli Altri della scorsa settimana): gli imprenditori e la Fiat in particolare forse hanno messo nel piatto della rinuncia all’idea stessa di trattativa la sopravvivenza di organizzazioni di servizi e cogestione della formazione, delle assunzioni…Detto brutalmente e chiaramente, ciò che dalla crisi speravano di ricavare era proprio la fine dell’era della trattativa, ed erano disposti a pagare come contropartita il consentire la sopravvivenza di strutture sindacali che di sindacale non avrebbero più fatto nulla.

Non si tratta di un aspetto marginale di questa vicenda. Vista dal di fuori e con la massima apertura mentale, sembrerebbe che Cisl e Uil, consapevoli di non poter fermare le direttrici della globalizzazione, stiano giocando una carta tutto sommato moderna. E che la Fiom sia invece arroccata in una battaglia di retroguardia. Però qualcosa non funziona in questo quadro.

E’ vero, la vittoria morale della Fiom sul referendum non ha il respiro lungo ed è vero che le direttrici della globalizzazione passano come locomotive impazzite sugli operai, sul lavoro. Dimostra però che nonostante la crisi sia pesantissima c’è una identificazione forte dei lavoratori con l’idea, la pratica e i risultati del “trattare”.  Sono le loro vite, i ritmi dei loro movimenti, la fame all’ora di pranzo, lo stress. E’ la democrazia della vita dentro la fabbrica, che è una cosa precisa che si articola in molti modi, non una parola vuota. Democrazia vuol dire riconoscersi in modalità di azioni che possono portare a migliorare le proprie condizioni di lavoro, e di vita. Si tratta di capire se questa democrazia concreta è un valore o un disvalore.

Se è un disvalore, allora hanno ragione Cisl e Uil, bisogna sbarazzarsene e tirar via. Ma se è un valore si pone il problema, non solo di come tutelarla e preservarla, ma di come fargli fare quel salto di qualità indispensabile all’ingrato compito di attraversarla, questa globalizzazione. E magari su certe cose, dirigerla.

Innanzitutto, (anche) la Fiom non può pensare di difendere i diritti dei lavoratori in Italia e che succeda quel che deve succedere in Polonia e nel resto delle province povere d’Europa.

E poi i famosi ammortizzatori sociali in una situazione così devono puntare al salario garantito, o reddito di cittadinanza. Che non fa parte della cultura sindacale. Che sembra un obiettivo impossibile. Una chimera. Ma non lo è, e (anche) la Fiom deve cominciare a ragionarci sopra.

Il prossimo primo luglio la Fiom ha convocato la sua assemblea nazionale a Pomigliano. E’ una bellissima idea. Purché, oltre a ricompattare e rinvigorire l’unico sindacato che ormai esiste in Italia, si cominci anche a parlare di come affrontare la sfida. Altrimenti la splendida vittoria morale    del referendum sarà presto solo un ricordo.

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