Mariastella Gelmini e l’apologia democratica

Piero Di Cuollo

Quest’ultima ha davvero dell’apologetico. “Apologia della dittatura democratica”. No, purtroppo no, non è un reato. E non è neanche un ossimoro: la dittatura democratica esiste. Un paradosso forse sì, lo è. Ma nel senso etimologico, nel senso che questa espressione, dittatura democratica, vada a sovvertire delle credenze (dòxa) comunemente accettate. E dico proprio “comunemente”, dalla gente comune, da quella che vuole essere suddita e che costringe, proprio in virtù di quella dittatura democratica, gli “altri”, quelli che stanno fuori dal branco, ad essere sudditi. Democrazia è una classe di somari che, se interpellati dal maestro sulla somma di due e tre, rispondono in maggioranza che fa sei; solo due di loro , magari, rispondono che fa cinque, ma il maestro, per la gran legge della maggioranza, dà ragione ai primi. E i primi avranno sempre ragione e predominio sugli altri. È questa la dittatura democratica. Allora, il paradosso non si palesa? L’ossimoro non diventa evidenza? E continuare a far credere che due e tre messi assieme facciano sei, non è “apologia della dittatura democratica”?

Per esplicare questo tipo particolare di apologia, s’è fatto utilizzo d’una metafora scherzosa, ma avremmo potuto benissimo riportare alcune parole assai seriose – ahimè- del ministro Mariastella Gelmini, intervenuta domenica 20 giugno a Moniga del Garda per il convegno inaugurale di “Liberamente”, la nascitura associazione culturale del centrodestra. Dichiara a il Giornale: «Proporre il berlusconismo, una conquista del Paese che vogliamo difendere non solo all’interno del Pdl ma anche in un ambito culturale in cui vige l’egemonia della sinistra, che pensa che il centrodestra sia privo di identità culturale. Invece il berlusconismo ha cambiato la politica e il Paese, richiamandosi alla rappresentanza popolare, alla chiarezza dei programmi e del linguaggio, al legame con gli elettori […]». Ebbene? Cosa c’entra con la classe dei somari, con la somma di due e tre e con l’apologia? Il discorso si fa un po’ più complicato.

La Mariastella propone innanzitutto il “berlusconismo”, da promuovere nell’ “ambito della cultura”, in opposizione ad una egemona della sinistra. In questa proposta c’è un inganno prettamente democratico. Questo non riguarda tanto il contenuto della proposta, né l’oggetto sussunto da questa espressione, il “berlusconismo”. Piuttosto riguarda l’espressione in sé. “Berlusconismo” ricade sotto la categoria degli “ismi”. Ed è proprio l'”ismo” in sé che non va. In una dittatura democratica gli “ismi” perdono ogni vero significato che questi potrebbero mai avere. Anzi, questi sono sempre più richiesti dall’opinione pubblica, svilita in assenza di ogni vero ed autentico esercizio del pensare; e costantemente, allora, vengono forniti, rafforzando quella dittatura democratica di cui andiamo parlando: si crea, così, un circolo vizioso, dal quale non se ne esce fuori.

Facciamo un po’ di chiarezza. Un “ismo”, nell’epoca metafisica della “tecnica”, cioè,nell’epoca del pieno compimento della metafisica, in cui tutto è oggettivato e tutto ha senso solo in riferimento a quella oggettivazione ( sì, sto riprendendo il buon Martin Heidegger), è un vuoto raggruppamento di idee preconfezionate, gettate in pasto al pubblico. In questo senso, e solo in questo senso, l'”ismo” è dannoso. Nel senso che lo si va a proporre nell’ambito della “cultura”, cioè della coltivazione delle menti, come un prodotto non pensato. «Nella loro età magna, i Greci hanno pensato senza simili denominazioni» (Martin Heidegger, Lettera sull’umanismo). E i Greci di cui sopra non sono gli “inventori” della pseudo-democrazia, piuttosto l’aristocratico Eraclito.

Ciò che davvero produce una “cultura” è un pensare originario, un pensare l’essere storico di un determinato popolo. Un fondare, un creare la verità di un popolo storico, come dis-velamento storico di tale verità. Un porre in essere tale verità in maniera originaria in tutti i campi: politico, poetico, filosofico, religioso. Una “cultura” ha bisogno di politici, poeti, filosofi, sacerdoti “destinali” che sapppiano realmente fondare un'”epoca”, da “epoché”, che sta per “sospensione”, nello specifico, sospensione dell’essere che si disvela nella sua verità solo con un atto di violenza. Ecco che il pensatore tedesco ci aiuta a comprendere come gli “ismi” nell’epoca della tecnica, a cui fa da degna accompagnatrice la democrazia del pensiero, sono gli strumenti attraverso cui si saziano gli animi dei poveri di spirito, degli spiriti non pensanti, ma oggettivanti, non pensanti, ma manipolatori o fruitori di un qualche “oggetto”.

È chiaro l’inganno? Berlusconismo-antiberlusconismo, vendoliani e finiani. Tutti pronti a darsi battaglia per una qualche egemonia culturale, ma tutti usciti fuori ( e il problema non è di certo odierno) dall’elemento (“alimentum”) del pensiero: l’essere. E riproporre costantemente una battaglia tra questi “ismi”, giganteschi mostri di un vero “ismo”, il nichilismo, (si scusi il gioco di parole), non è fare apologia di quel vuoto contenitore che è la democrazia? Non è questa, forse, dittatura dei pensieri democratici, ossia, non-pensieri livellati?

«Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani». Così raccontava Mussolini il 20 marzo 1945 ad Ivanoe Fossani durante la sua ultima intervista. Una lucida, palpabile, presa di coscienza del politico “destinale”, dell’oltre-uomo politico che ha compreso il suo ruolo, il suo atto della fondazione storica dell'”aletheia”, di quella verità dell’essere che da sempre ci tiene. E allora il fasc-“ismo” aveva un senso. Ma questa, oltre ad essere un’apologia, è anche un reato.

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Piero Di Cuollo

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