Los Lobos. Tour 2010

Federico Zamboni

Non è così ovvio: i Los Lobos ci mettono il cuore, ed è per questo che piacciono tanto. E che hanno un loro seguito anche qui in Italia, dove torneranno a suonare all’inizio di luglio. Il 3 a Roma, il 4 a Milano, il 5 a Udine. Delle loro origini messicane hanno mantenuto la passionalità, che attraversa tutto e che non ha nessuna paura di mostrarsi fin troppo sentimentale. Della terra in cui sono nati, gli Stati Uniti, hanno acquisito la ricchezza di un repertorio musicale vastissimo, che spazia tra molti generi diversi e in cui essi pescano a piene mani con la libertà e la gioia dei viaggiatori che possono sperimentare di tutto e portare con sé solo il meglio. Non sono in cerca di identità alle quali consacrarsi (e nelle quali rinchiudersi). Sono a caccia di scenari suggestivi, di scorci in cui sia bello inserirsi, di atmosfere eccitanti da attraversare, come se si trattasse di un film al quale si partecipa col massimo impegno ma solo fino al termine delle riprese. La pellicola resta e si può far scorrere daccapo tutte le volte che si vuole. Gli “studios” diventano un ricordo. Loro sono sì di Los Angeles, ma mica di Hollywood. Loro vengono dal barrio dell’East Side, mica dalle ville miliardarie di Beverly Hills.

I quattro del nucleo originale si sono incontrati presto, ai tempi della scuola. Hanno cominciato a fare sul serio tanti anni fa, intorno alla metà dei Settanta. Nessun progetto prestabilito, se non quello di dedicarsi a ciò che amavano. Nessun revanscismo culturale o politico: non volevano rivendicare i diritti dei chicanos in generale ma ritagliarsi uno spazio in cui restare fedeli a se stessi e continuare a suonare la musica che preferivano. Non per hobby. Per professione. E possibilmente con un riscontro abbastanza ampio da farne una scelta definitiva. La stranezza, in fondo, non era che dei messicani nati e cresciuti in California si affermassero miscelando il proprio background e quello statunitense; la stranezza era che non accadesse abbastanza spesso da farlo sembrare normale. Carlos Santana veniva addirittura da oltre confine, da Tijuana, e c’era riuscito. Ma gli altri? Molti avevano sbagliato a tenersi troppo stretti alle loro radici, ed erano sprofondati nel ghetto della musica etnica: colore locale trapiantato all’estero, roba che il grande pubblico trova suggestiva per qualche minuto, o per una sera, ma da cui si allontana subito dopo. Oppure avevano fatto l’errore opposto. Si erano appiattiti sul gusto corrente. Ehi, non guardate i nostri lineamenti. Non chiedeteci il nome. Ascoltate quello che suoniamo. È proprio il vostro rock, il vostro pop, il vostro jazz. Siamo della stessa pasta, nonostante le apparenze. Il miracolo del Melting Pot. Mischi tutto e sa comunque di Stati Uniti. Come un cocktail con quattro quinti di bourbon e il resto a piacere. Il bourbon c’è sempre. Il resto no.

I Los Lobos sono stati furbi. Si sono portati appresso la loro tequila e l’hanno usata con ragionevole moderazione, ma allo stesso tempo con assiduità. Non era solo una fragranza aggiuntiva. Era un sapore potente. Con una sua storia. Non pretendeva di essere l’unico, ma di restare riconoscibile. Di far comprendere che poteva essere ottimo anche da solo. E infatti, dopo l’exploit della riedizione di La Bamba per l’omonimo film del 1987 (che ricostruiva la breve vita e la fulminea ascesa di Ritchie Valens, nato nel 1941 e morto nel 1959 a nemmeno 18 anni, nello stesso incidente aereo in cui rimasero uccisi Buddy Holly e J. P. “The Big Bopper” Richardson, e che viene ricordato come “The Day the Music Died” da quando Don McLean, nel 1971, lo definì così in American Pie), ecco un intero album di musica schiettamente messicana. La Pistola y El Corazón. Solo 25 minuti, ma a senso unico. Chitarre, e violini, e fisarmoniche, e voci, sgorgate da una fiesta autentica che non è fatta per i turisti ma per la gente del posto. Gli eventuali gringos sono ammessi, ma solo se si comportano bene. Solo se hanno voglia di capire davvero. Di “agarrar la onda”.

Non è intrattenimento. È l’anima di un popolo che non ha molto di cui rallegrarsi, ma che non se ne sorprende. La vita dura è insopportabile per chi se la aspetta tenera e in discesa. La vita dura ti ammacca, ma ti insegna a osservare. Non c’è nessuna cornice. Solo il quadro. Lo spettacolo inesauribile del mondo, che c’era assai prima che arrivasse la televisione: la luna che brilla nel cielo della notte; una donna che ti sorride; un amico che resterà al tuo fianco; un avversario che andrà fino in fondo. La vita dura è nitida. La vita contemporanea è confusa. La fatica può stroncare gli individui, però tempra i popoli. Lo stress infiacchisce gli uni e gli altri. In God We Trust. In Anxiety We Live. Abbiamo fede in Dio. Ci aiutiamo con gli psicofarmaci.

La Pistola y El Corazón fu un mezzo insuccesso. Fu una dimostrazione di carattere. Una di quelle cose che non danno frutto ma che preparano il terreno. Hai saltato un raccolto. Lo avevi messo in conto. Ti rifarai in seguito. I Los Lobos tornarono alle robuste misture di How Will the Wolf Survive? e di By the Light of the Moon. The Neighborhood confermava, ammesso che ce ne fosse bisogno, che David Hidalgo e gli altri erano ancora in grado di sfornare pezzi di ottima ispirazione e di grande presa. Pulsazione rock e melodie ariose. Un’automobile che corre veloce. Ma che a bordo ha persone capaci di rallentare e di scendere. Di fermarsi a contemplare il paesaggio. A chiedere a un vecchio viandante se è tutto a posto. A tirare su un autostoppista dalla faccia simpatica, e con una chitarra a tracolla che ha visto tempi migliori.

Sono passati vent’anni, da allora. I viaggi si sono moltiplicati non solo nel numero ma anche nell’ampiezza. Loro hanno allargato sempre di più il loro raggio d’azione. Se ogni tradizione espressiva è la mappa dei luoghi interiori in cui ha abitato un certo tipo di uomini, basta un richiamo leggero perché un viaggiatore generoso vi si avventuri volentieri. Non sa ancora se si troverà perfettamente a suo agio. Non ci va per giudicare. Solo per vedere se è un altro posto, e un’altra memoria, di cui scoprirsi amico. Così amico da essere capace di distillare un po’ di musica alla maniera in cui lo si fa lì, fra quelle case e sotto quelle stelle.

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