L’origine etnica delle nazioni europee

Luca Leonello Rimbotti

Arriva dalla California, naturalmente. È un nuovo attacco all’identità europea. Un ennesimo professore americano di storia, che si chiama Patrick J. Geary, col suo libro Il mito delle nazioni. Le origini medievali dell’Europa (Carocci), dà il segnale di un nuovo affondo inteso a demolire, in pieno stile mondialista, ciò che resta del sentimento nazionale e identitario dei popoli europei. Attiriamo l’attenzione sul fatto che libri del genere non nascono a caso o per innocuo desiderio di ricerca. Sono il frutto di precise operazioni ideologiche, e vengono prima programmati e poi portati a compimento in base a una strategia ben definita: la globalizzazione, al fine di svellere le ultime ostinate resistenze degli etnicismi – che in Europa sono storicamente più tenaci che altrove – ha bisogno di argomenti anche culturali, di una cultura rovesciata come un guanto e offerta all’ignoranza di massa come fosse un vangelo.

La globalizzazione capisce che non basta il martellamento consumistico, non bastano le poderose iniezioni di politica immigrazionista coatta, non bastano le intimidazioni ai governi, non bastano neppure i bombardamenti al fosforo. Per certe realtà, come quelle europee, particolarmente forti quanto a personalità storica e coscienza culturale residua, occorrono adeguati ordigni culturali. Occorre una generalizzata falsificazione della storia, messa in campo al fine di recidere, piano piano e con infiltrazioni concettuali a lento ma sicuro rilascio, anche l’ultimo tenue filo che lega ancora oggi ogni popolo al suo passato, alla sua fierezza bio-storica, alla sua cultura atavica: solo così si potranno avere prossimamente quelle masse di popolazioni sradicate e spogliate di identità, che occorrono al potere mondiale per gestire finalmente senza ostacoli il progetto del Governo Mondiale.

I popoli coscienti e maturi, orgogliosi del loro passato e ben strutturati quanto a profonda memoria storica, sono ossi duri da rodere, per il mondialista. Essi possono sempre opporre resistenza, magari anche imboccare un domani le vie della ribellione aperta al disegno cosmopolita, appellandosi a motivazioni comunitariamente forti. Le popolazioni ridotte a branchi multietnici, invece, hanno tutte le caratteristiche del prodotto voluto: assenza di identità etnica, perdita del senso di legame sociale che nasce dalla memoria condivisa, indigenza culturale, de-territorializzazione. Una volta compiuta quest’opera, che è già in corso da alcuni decenni, il narcotico del consumismo provvederà nei giusti dosaggi affinché queste plebi mondiali affastellate non diano luogo qua e là a fastidiose rivolte degli schiavi. La formula è semplice, e chiara come il sole per chiunque abbia occhi per vedere.

Geary dà l’assalto all’idea di nazione con tutte le armi a sua disposizione, arruolandosi nella famigerata banda storiografica di Hobsbawm (quello che ha scritto che le tradizioni  nazionali non esistono, sono state inventate nell’Ottocento dagli studiosi nazionalisti dei vari Paesi…) e senza tanti complimenti scrive che il moderno nazionalismo «ha trasformato la nostra visione del passato in una discarica di rifiuti tossici, intrisa dei miasmi del nazionalismo etnico, miasmi che si sono insinuati nei recessi più reconditi della coscienza popolare. Bonificare questa discarica è la sfida più grande con cui gli storici devono oggi fare i conti». Per demolire questo “lavoro sporco” delle culture nazionaliste, Geary comincia dal Medioevo. L’epoca in cui, come si sa, lo stanziamento dei popoli ha creato il sostrato etnico che ha fatto da base, sin nel nome, alle moderne nazioni: Franchi, Germani, Britanni, Bulgari…

Su questo terreno, a ruota libera, Geary finisce col raccontare ogni sorta di sciocchezza. La più enorme delle quali è che «la storia delle nazioni che hanno popolato l’Europa nell’Alto Medioevo non comincia nel VI secolo, bensì nel XVIII». Sarebbero stati gli intellettuali tardo-settecenteschi a inventarsi di sana pianta l’immaginaria identità etnica dei popoli, che non esisteva all’epoca delle migrazioni che seguirono la caduta dell’Impero romano. Sarebbero stati i Klopstock, i Lessing, gli Herder, insieme ai fratelli Grimm e ai cultori romantici delle radici popolari che fiorirono in quasi tutte le nazioni europee, a inventarsi popoli inesistenti, origini fantastiche, insomma un passato da fiaba. La continuità tra le migrazioni “barbariche” altomedievali e l’identità moderna sarebbe dunque un falso nazionalista.

Come chiave di volta del suo ragionamento, Geary ci racconta che le tribù germaniche non avevano coscienza di appartenere a un unico popolo. Che l’etnogenesi, l’omogeneità etnica originaria dei popoli, è un’impostura moderna. E che sin dall’Alto Medioevo, dunque, i popoli non conoscevano e non erano interessati alla loro identità etnica. Queste affermazioni, palesemente false, vengono rinforzate dal prefatore, il medievista Giuseppe Sergi (soltanto omonimo dello studioso delle razze di inizio Novecento…), il quale non si perita di affermare che all’interno dei popoli medievali il peso della percezione di una comunanza di sangue era «nullo».

A smentire tali incaute affermazioni ideologiche basterebbero le saghe nordiche, per l’appunto germinate nell’Alto Medioevo e tutte incentrate sulla comunanza di sangue interna alla Sippe, la schiatta ereditaria. Le ricostruzioni medievali sull’origine dei popoli – da Gregorio di Tours per i Franchi a Jordanes per i Goti, fino a Paolo Diacono per i Longobardi – sono innestate tutte su miti etnogenetici: che il mito corrisponda poi solo in parte alla storia – che ovviamente ha sempre comportato sovrapposizioni più o meno grandi all’interno di un popolo – non ha alcun significato. Conta l’intenzione di segnalare un’appartenenza.

Il mito delle origini etniche di ogni nazione dimostra, appunto, quanto profondamente ogni cultura ci tenesse alla propria identità, rafforzandola con narrazioni leggendarie di forte presa emotiva. Esattamente come accadeva nell’Antichità, con le genealogie divine. È appena il caso di ricordare – e lo ha rimarcato lo studioso Walter Pohl – che uno dei massimi documenti umani come la Bibbia reca come centrale il concetto di diversità etnica. Ma poi pensiamo, tra i tanti esempi possibili, all’idea di limpieza de sangre diffusa in area ispanica, su cui, nel tardo Medioevo, fu fondata la Reconquista spagnola contro gli Arabi. Senza dimenticare che i regni barbarici fondati dopo la dissoluzione dell’Impero, come tutti sanno erano essenzialmente regni etnici.

Le medievali dimostrazioni di attaccamento all’identità etnica non erano che la continuazione di quell’antica consapevolezza che, sia a Roma – col concetto di gens, intimamente legato proprio al gene ereditario – sia in Grecia – con la synghèneia, l’uguaglianza di sangue, con medesima radice che rimanda al gene – era stata posta alle fondamenta della comunità, dando luogo alle rigide e ben note restrizioni all’accesso alla cittadinanza presenti sia in Grecia sia a Roma, almeno fino a Caracalla. Anthony Smith fa giustizia delle speculazioni della scuola cui appartiene  Geary, scrivendo nel suo libro sulle Origini etniche delle nazioni (Il Mulino) che «nelle ere premoderne, e addirittura nel mondo antico, scopriamo aspetti straordinariamente simili all’idea “moderna” di identità nazionale». Basterebbe questo per liquidare il problema sollevato dai globalizzatori.

Inoltre, occorre dire che la coscienza di appartenere a un’unico popolo, sulla quale specula Geary, non è per nulla essenziale. Le etnie sono nate ben prima dei nazionalisti ottocenteschi e i popoli sono tali anche prima di accorgersi essi stessi di esserlo. Spessi i “barbari” scoprirono la propria individualità grazie agli sforzi dei Romani di distinguerli: Cesare o Tacito davano loro un nome, e separandoli dalla massa informe, contribuirono a dare coscienza a tribù che non sapevano di essere ciò che erano. Tuttavia, se nei “barbari” non c’era un’idea della comunità di tutti i Germani (che non poteva ancora esserci nell’Alto Medioevo), ce n’era una fortemente espressa a proposito della propria gente, della propria comunità tribale. Ad esempio, come ha rammentato proprio in questo senso Pohl, il re goto Vitige, in occasione della sua salita al trono, si rivolse in modo preciso al geticus populus. Era la medesima sensibilità per l’appartenenza etnico-culturale che si ritrova in quel documento risalente al tempo della battaglia di Poitiers – VIII secolo – in cui per la prima volta si parla di Europeensens.

Fior di liberali come Tocqueville, Renan o Max Weber hanno in passato riconosciuto l’importanza decisiva del fattore etnico nei processi di identificazione comunitaria. Senza contare che il discorso potrebbe essere spostato un tantino all’indietro, potendosi retrodatare di alcuni millenni la faccenda dell’omogeneità etnica dell’Europa, dal Medioevo nientemeno che al Neolitico: secondo le ricerche recenti di Renfrew – studioso liberale per nulla etnicista…-, il quale ad esempio scrive apertamente che gli insediamenti protostorici degli Indoeuropei non generarono fusioni con i precedenti strati etnici (quelli legati all’assetto preistorico della “Grande Madre” nella cosiddetta “Europa antica”), ma ebbero sostanza omogenea.

Dal Neolitico fino ad appena ieri, in Europa non ci sarebbero state apprezzabili infiltrazioni etniche esogene…altro che Medioevo! In questo spazio di tempo enorme, le uniche presenze “extracomunitarie” furono l’effimero raid degli Unni e dei popoli ad essi associati – che lasciarono in Europa, con gli Ungheresi, l’unica traccia non indoeuropea, a parte i Finlandesi che hanno un’altra storia – e la presenza, marginalizzata nell’estremo sud europeo, degli Arabi oppure più tardi dei Turchi. Le “invasioni barbariche” furono spostamenti di popoli tutti interni all’ecumene indoeuropea.

Ma poi, basta prendere in mano il libro di Smith (e neppure lui è certo un “etnicista”…) per comprendere «l’estensione universale delle etnie, la loro persistenza attraverso i cambiamenti, le strategie di sopravvivenza e i processi di dissoluzione, i vari complessi mitico-simbolici, tramite i quali le etnie affermano e difendono se stesse». Dice Geary che il nazionalismo è una brutta bestia, e che basta guardare di quale faida è stato capace con le guerre balcaniche del tardo Novecento. Eh, no. Non può dire una stupidaggine simile. La guerra balcanica è nata proprio perché le varie etnie erano state forzatamente fuse a macchia di leopardo dal pregiudizio marxista-internazionalista di Tito, attraverso i mescolamenti coatti di popolazioni. Il nazionalismo non prevede affatto l’odio per le altre nazioni. Il nazionalismo, che è la semplice estensione sulla massima scala della comunanza familiare, prevede al contrario il rispetto e l’ammirazione per le altre nazioni, la cui diversità è una preziosa ricchezza per tutti. Per dire, De Gaulle pensava possibile un’Europa delle Patrie. E Thiriart proponeva un nazionalismo europeo. La questione è un’altra. L’odio ideologico tra i popoli, nell’epoca moderna, è nato non dal nazionalismo, ma dall’uso strumentale che del nazionalismo ha fatto per secoli il mercantilismo borghese-capitalista. E proprio Smith, scrivendo che il mercantilismo di Stato «accelerò di molto la rivalità tra gli stati», potrebbe facilmente ricordare questa banalità ai propagandisti della discarica globale come Geary.

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