Josè Mourinho e l’Interismo Leninismo

Mario Grossi

Le considerazioni su quel personaggio ambiguo che ha guidato l’Inter alla conquista della “triplete”, vittoria in Coppa Italia, in Campionato e in Champions Leauge che finora non era riuscita a nessuna squadra italiana, si sono sprecate.

Josè Mourinho, prima di sbarcare frettolosamente in Spagna agli ordini del Real Madrid, ha fatto discutere non poco, suscitando amori irrefrenabili e sconsiderati, visto che provengono soprattutto da attempati osservatori maschi (Beppe Severgnini, interista doc su tutti) e non da qualche teen-ager a caccia del bello e impossibile (in realtà ci si sono messe anche vetuste signore sulla scia di Maria Laura Rodotà, una delle interpreti del mourinhismo nostrano), e odi implacabili.

Ho contato una serie di libri che hanno, in qualche modo, elevato il tecnico portoghese alla gloria letteraria. A parte il già citato Severgnini, ho scovato un Elogio di Mourinho di sconosciuto autore edito da Pironti, la sua biografia autorizzata ristampata in edizione economica ed attualizzata per la bisogna e molto altro.

Il più curioso è però Interismo Leninismo di Luigi Cavallaro edito da Manifestolibri nello scorso marzo.

Il sottotitolo specifica meglio il tema del saggio La concezione materialistica della zona: breve corso.

Che i giochi e quindi anche il calcio possa essere visto come una rappresentazione del mondo e della vita è cosa nota, basta leggersi Homo ludens di Huizinga, oppure Antonio Gramsci che in un articolo comparso sull’Avanti! Del 26 agosto 1918 così scriveva: “Osservate una partita di football: essa è un modello della società individualistica: vi si esercita l’iniziativa, ma essa è definita dalla legge; le personalità vi si distinguono gerarchicamente, ma la distinzione avviene non per carriera, ma per capacità specifica; c’è il movimento, la gara, la lotta, ma esse sono regolate da una legge non scritta, che si chiama “lealtà”, e viene continuamente ricordata dalla presenza dell’arbitro”.

Da qui parte il saggio di Cavallaro con un excursus teso a descrivere l’evolversi dei vari moduli calcistici che si sono avvicendati nel corso della storia, con una tesi di sottofondo che suona più o meno così: dalla marcatura a uomo attraverso una serie di aggiustamenti, invenzioni e nuove idee si arriva al modulo a zona dei giorni nostri con un percorso lineare, progressivo, necessitato dalla storia. Il modulo a zona è la rappresentazione del collettivismo socialista trasporto sui campi da gioco. Oggi il più rappresentativo esponente di questa tendenza è Josè Mourinho, ultimo e più splendente figlio del sogno progressivo e comunista che, spazzato via dalla Storia, rifulge ancora sui campi di calcio.

In principio dunque c’era la marcatura a uomo, pura espressione dell’individualismo della società capitalista, che cominciò a evolversi, dopo primordiali impercettibili mutamenti che Cavallaro descrive con darwinistica determinazione, con l’introduzione del libero alle spalle dei difensori. La sua invenzione introduceva il concetto che ci fosse un elemento che, svincolato dal duello personale con il proprio avversario, potesse difendere a zona ma che potesse, in fase offensiva, trasformare il suo ruolo dando inizio alle azioni di contrattacco. Poi arrivarono i grandi rivoluzionari.

In Italia la trasformazione del gioco porta i nomi di Helenio Herrera che forgiò la Grande Inter degli anni 60, di Arrigo Sacchi che esasperò negli anni a cavallo tra gli anni 80 e 90 quei principi applicandoli al Milan stellare a trazione olandese, di Josè Mourinho che, ai giorni nostri, li ha attualizzati per farli funzionare in un contesto profondamente modificato.

Il trionfo della zona e del socialismo in campo comincia quando appunto le contraddizioni dell’individualismo capitalista e della marcatura a uomo vanno in crisi e si affaccia dunque la rivolta in senso sovietico del calcio.

Il campione, osannato fino allora, è messo in discussione. Non è più il demiurgo che può risolvere tutte le situazioni e al quale tutto è concesso. Helenio Herrera sosterrà la fondamentale importanza del collettivo. Non è importante l’intuizione anarchica del singolo giocatore, tutto deve essere piegato al senso tattico del gioco. Non più il grande campione che può giocare da fermo illuminando il gioco, con i fedeli mediani intorno pronti a spolmonarsi.

Il nuovo modulo si basa su alcuni assunti: non esistono più ruoli definiti. Gli attaccanti una volta esaurita la fase offensiva devono ripiegare per difendere. Nella Grande Inter tutti rientrano tranne Corso, così come Herrera inventa per Facchetti un ruolo offensivo per il difensore, una volta che l’azione difensiva si è consumata, lasciandolo sgroppare sulla fascia.

Alcuni episodi, ci dice Cavallaro, ci spiegano come l’intendeva Herrera. L’estromissione di Angellilo, bomber di allora in calo di forma, per Bedin che non aveva certo gli stessi suoi piedi, riassumono una filosofia che fa del ”gruppo” e non del “campione” la variabile fondamentale per il successo.

Non a caso, osserva l’autore, quell’Inter, zeppa di campioni, è ricordata sempre tutta insieme: Sarti, Burnich, Facchetti, Bedin, Guarnieri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso.

Un collettivo, un soviet del pallone, dove l’uomo si piega alla volontà della massa, in un egualitarismo che per Cavallaro non è mai rinuncia alla propria individualità. In fin dei conti i campioni potranno sempre esprimere la loro tecnica superiore, ma sempre al servizio della collettività.

Questo modulo, in cui è centrale il collettivo e che non ha ruoli prestabiliti, tutti fanno tutto all’occorrenza, ha bisogno però di un “uomo nuovo” che spazzi via il precedente “legno storto dell’umanità” fatto di personalità definite, in ruoli certi, all’interno di gerarchie stabili. È necessario pertanto “rieducare” i calciatori più reazionari, nemici del popolo, perché difensori di un passato che deve essere cancellato. Lo stopper, esempio del più retrivo reazionarismo, dovrà essere convinto, se necessario coattamente, oppure espulso dalla società, a rinunciare al suo definito ruolo, diventando solo un uomo che, in linea con altri, nel tempo difensivo difende a zona e nel tempo offensivo si presta all’attacco. La distruzione del vecchio uomo, descritto dalla sua individualità che deve essere demolita per costruire quei giocatori “universali” spersonalizzati nel ruolo, capaci cioè di ricoprirli tutti, è propedeutica alla costruzione dell’”uomo nuovo” che deve introiettare il verbo collettivista del modulo a zona.

La sua convinzione è edificata con allenamenti estenuanti in cui l’automatismo dello schema è ripetuto all’infinito per essere metabolizzato da un giocatore, pedina di un meccanismo che non accetta cedimenti umanisti. È in questa demolizione e nella deformazione della sua visione che lo stopper accetta, autoaccusandosi dei propri vizi borghesi (la maglia numero 5, il ruolo, la propria specifica professionalità, la sua personalità), di cancellare ogni traccia del passato per avviarsi sulla strada dell’automazione anomica.

A tal fine parte integrante dell’allenamento è anche l’aspetto psicologico, proprio per assicurarsi la totale adesione dei giocatori alla filosofia collettivista, in ossequio allo schema processuale stalinista in cui il presunto colpevole si dichiara reo ed accetta sereno la pena.

Questa trasformazione si può osservare nella scomparsa dei numeri sulla maglia che caratterizzano un ruolo, anche se Cavallaro tenta di sminuirne il senso, sostenendo che l’individualità del giocatore è preservata dall’introduzione del suo nome stampato sulla maglia.

Per affermare il modulo collettivista è necessaria un’accurata pianificazione della partita ed un maniacale studio di tutti i particolari che tendono a ridurre i rischi e gli scarti del gioco giocato al minimo, organizzando e modulando la squadra sull’avversario e sulla partita stessa.

Non sorprende quindi che sia Herrera, sia Sacchi, sia Mourinho hanno fatto uso di un esasperato studio preliminare di tutti i particolari d’interesse prima di ogni partita.

Alla fine lo schema si ripete nei tre allenatori che Cavallaro prende in considerazione, con una progressione lineare dettata dalla necessità storica.

C’è un inizio, rappresentato dal corrotto individualismo della marcatura a uomo, che un allenatore rivoluzionario vuole trasformare facendo esplodere le sue contraddizioni dall’interno. Per far questo si organizza una squadra in senso collettivista, rieducando i giocatori e trasformandoli, demolendo la loro precedente esperienza e umanità prerivoluzionaria, dando origine al socialismo reale del modulo a zona.

Herrera ha introdotto questi principi in maniera pioneristica, puntando su forme socialistoidi miste e di fatto instaurando un regime socialdemocratico. Sacchi ha dato origine, estremizzandone i concetti ed esasperando in senso totalitario quei dettami, al Bolscevismo milanista.

Mourinho ha trasformato il soviet pianificato come l’economia di stato, in un modello attualizzato che tiene conto della flessibilità del mondo così come oggi lo viviamo. Ha adattato il modulo tattico alle esigenze del momento, cambiando in corso d’opera uomini e schemi, in nome di una flessibilità liquida necessaria ai repentini mutamenti anche all’interno della stessa partita. Questo mutamento sarebbe rappresentato, dice Cavallaro, dal cambiato atteggiamento dell’allenatore che non siede più in panchina, dettando solo qualche aggiustamento, considerando esaurito al fischio d’inizio il suo compito, ma restando sempre in piedi a bordo campo pronto a deformare e cambiare sul momento la produzione per adattarla in modo flessibile alle esigenze del mercato.

Una lettura affascinante quella di Cavallaro che però, secondo me, non è corretta, almeno nella parte che riguarda Mourinho.

È lo stesso autore a rendersene conto, ed è qui il pregio maggiore, peraltro involontario, del saggio, quando scrive “Flessibilità, versatilità, e capacità di adattamento just in time, da qualità proprie di collettivi che agiscono in modo pianificato, diventano così qualità tipiche dell’impresa nella fase attuale dello sviluppo capitalistico”.

È in questa sovrapposizione e comunanza che si disvela, grazie anche a Mourinho, la grande mistificazione del comunismo e del capitalismo allo stesso tempo.

La costatazione di Cavallaro ci fa percepire, in tutta la sua forza, al di là dell’apparente contrapposizione, l’alleanza stretta, la familiarità che esiste tra capitalismo e comunismo frutti entrambi del materialismo. Due parti dello stesso ingranaggio che rende l’uomo schiavo di un modello che tende a renderlo omologato, privo di personalità individuale, scollegato dai suoi legami e accomunato solo in una massificazione spersonalizzante utile all’avvento della dittatura del proletariato o al mercato universale.

Da questo punto di vista Mourinho può essere considerato sia come un dittatore bolscevico che come un tycoon nordamericano.

Interessato in fondo, spinto dal suo ego sterminato, ad affermare solo e sempre se stesso. Il soviet o la produzione flessibile sono solo strumenti solipsisti che fregano tutti tranne lui.

Per opporsi a questa diarchia, lucidamente svelata da Mourinho, è necessario ritrovare quella terza via (in questo caso calcistica), spazzata dall’alleanza di guerra tra capitale e soviet, fatta di centralità della persona, di ruoli definiti, di gerarchie di oneri ma non di onori, di autarchia e riscoperta del suolo patrio. Bisogna opporre alla massificazione anomica del soviet e del mercato, al loro automatismo spersonalizzato, quel “fascio di forze” che restituisce l’uomo (il calciatore) a quella comunità che gli permetterà sostegno e spazi di libertà sempre nel rispetto della persona e del bene comunitario.

All’Internazionale, intesa come Inter, come ideale totalitario comunista, come mercantilismo universale, chi riuscirà a opporsi sui campi di calcio, nelle piazze politiche e nei parcheggi dei grandi Centri commerciali?

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