Il Sole 24 Ore e l’intelligence economy

Fabrizio Fiorini

Sono ormai passati tre anni da quando la Frankfurter Allgemeine Zeitung rivoluzionò la propria immagine. Non si era ancora arrivati all’indecenza dei giorni correnti, con le fotografie a colori in prima pagina, ma si iniziò per gradi: un occhiello bordato di rosso, la dismissione dei caratteri gotici dagli articoli di commento. Nei giorni che seguirono, un lettore commentò: “un’altra volta un pezzo di Patria è stato sacrificato sull’altare del progresso”. I lettori de Il Sole 24 Ore, invece, saranno ormai avvezzi a tali rivoluzioni: già da tempo la grafica si è alleggerita, la policromia ha fatto la sua comparsa, si è lasciato spazio ad articoli brevi e spesso di futile argomento.

Eppure, entrambi i quotidiani conservano l’appellativo che accompagna la declinazione del nome della testata come un refrain: “autorevole”. “Secondo quanto riporta la autorevole Frankfurter Allgemeine” oppure “stando a quanto riportato dall’autorevole Sole 24 Ore”, sono locuzioni che ormai ci sono familiari. Un pregio, ma uno soltanto, noi inguaribili reazionari non possiamo non riconoscere al quotidiano confindustriale: il formato grande della pagina. Ma ci fermiamo qui. Anche perché ci chiediamo dove risieda l’autorevolezza.

L’autorevolezza è la manifestazione esteriore ed etica del concetto di autorità. Autorevole è chi è capace di analizzare gli eventi che si sono svolti nel passato più o meno remoto, coniugandoli alle dinamiche del presente e da questi ipotizzare scientificamente le più probabili evoluzioni future. Autorevole è chi usufruisce della propria intelligenza per stabilire i legami tra i concetti e tra i fatti e in base a questi indirizzare gli uomini verso la migliore possibilità che il destino può riservare loro. Autorevole è colui che non ripudia di proferire l’impronunciabile, come ad esempio la lampante verità secondo cui la crisi economica contingente altro non è che la ricaduta di politiche speculative e affaristiche che si protraggono da decenni; autorevole è infine chi denuncia i fenomeni responsabili dell’impoverimento delle nazioni: il signoraggio monetario, il sistema economico fondato sulle rendite finanziarie, lo sfruttamento delle nazioni che – guarda caso – verranno poi definite “povere”.

Autorevole, insomma, Il Sole 24 Ore non è. Non basta per esserlo il saper analizzare l’andamento del prezzo dell’acciaio sulla borsa di Singapore, se poi non si è capaci di constatare che le privatizzazioni, la svalutazione della moneta e la facoltà attribuita alle banche di stabilire tassi di sconto usurai portano inevitabilmente uno Stato alla bancarotta. Bastano tre lezioni di economia politica, non è necessario un premio nobel.

Si confonde bellamente, per il citato quotidiano economico e per altri, l’autorevolezza col prestigio, o peggio con la fama dei propri collaboratori. Ma ciò non è sufficiente: un’opinione non è autorevole solo se la esprime il Presidente della repubblica. Non è autorevole neanche se basata sulla competenza e sul rigore scientifico di chi la esprime: così pensando, anche il “mostro di Firenze”, che si distingue egregiamente nel suo campo d’azione, l’omicidio e il sezionamento dei cadaveri, potrebbe assurgere a tale rango: tuttavia, nella manifestazione del suo pensiero un uomo ragionevole non troverebbe nulla che la possa avvicinare a configurarsi come autorevole.

Mutatis mutandis, neanche se uno si chiama Paolo Savona (professore ordinario di geopolitica economica e presidente di Unicredit Banca di Roma) può pretendere che gli si creda ciecamente quando sul citato quotidiano rosastro tratta l’argomento dei servizi di sicurezza, esprimendosi su una fittizia dualità che contrapponeva la sfera di competenza “politica” dell’intelligence a quella che oggi viene definita “intelligence economica” (Ie), votata allo spionaggio nell’ambito dell’economia privatistica e alla difesa degli interessi economici degli Stati, cui un tempo persino i puristi delle polizie segrete tradizionali concedevano un ruolo istituzionale, che sarebbe stato infatti già coperto dalle preposte guardia di finanza e banca d’Italia.

Secondo questi, quindi, tale “Ie” sarebbe quindi un’innovazione dei tempi moderni, una benemerita istituzione che si occupi della tutela dell’ordinamento economico-bancario. In un contesto capitalista, tuttavia, ciò è falso, basandosi l’essenza stessa degli Stati sull’affermazione di vincoli economici ed essendo la stessa sopravvivenza degli apparati statuali moderni legata a doppio filo sulla tutela che su questi esercita il mondo finanziario. Di cosa dovrebbero occuparsi altrimenti i servizi di intelligence? Solo degli anarchici insurrezionalisti? Il voler dipingere il settore economico dei servizi come marginale o sperimentale altro non è se non la trasposizione nella sfera delle informazioni riservate della negazione che l’universo bancario e finanziario rivesta un ruolo guida nella gestione del potere.

Allora potremmo ricordare al professor Savona altri ruoli che coprono queste strutture. L’omicidio politico, ad esempio, o la più semplice disinformazione (quella grazie alla quale il presidente di una banca è anche professore di geopolitica). Ma permane tuttavia il loro ruolo primario: la difesa di un ordinamento fondato sul denaro. E scoprire quindi che esiste questa “novità” dell’Ie è come scoprire l’acqua tiepida.

A poche colonne tipografiche di distanza, lo stesso numero de  Il Sole 24 Ore espone un’altra analisi, questa volta di Giorgio Frankel, che ammette candidamente che il ruolo dei servizi di sicurezza è quello di difesa del sistema capitalista; per via della fine della guerra fredda, del ruolo decisivo svolto dai fattori economici nella competizione tra potenze, del carattere sempre più conflittuale del capitalismo. Il Frankel cita inoltre il loro ruolo interno a quella che viene oggi definita “economia della conoscenza”, quella manifestazione di una sorta di capitalismo cognitivo che riduce la cultura e la scienza a merce da indirizzare verso canali che non possano ledere alla sicurezza dell’ordinamento e su cui – ovviamente – lucrare. Quando si parla di “polizia del pensiero”, è bene sapere quindi che lorsignori ne sono consapevoli, che sanno perfettamente qual è la dimensione reale del loro potere – quella economica e capitalista – da difendere a ogni costo, anche con strutture di polizia che si discostano sempre più dall’essere istituzioni votate alla difesa dello Stato e del popolo e che sempre più si avvicinano ad assomigliare alla Spectre.

Su una cosa dubito che siano però stati edotti: i servizi segreti, quando sono diventati organismi profondamente antipopolari, sono storicamente caduti vittime – con le loro corti di politicanti, militari e banchieri – della riaffermazione della giustizia da parte dello stesso popolo, che si rende conto che la misura è colma e che ne va della sua sopravvivenza. Chiedetelo a un sudamericano, per esempio. Quel Sudamerica così lontano, così vicino, alla nostra Europa.

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