Il Fondo Quotidiano – giugno 2010

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

CON UNO SCHIANTO
NON CON UNA LAGNA

Terni, 29 giugno 2010 – ‘O Guerriero è morto. Viva ‘o Guerriero. Si è spento questa mattina, all’età di soli 35 anni, giovane come chi è caro agli Dèi, Pietro Taricone.

Vada il cordoglio de Il Fondo alla compagna Kasia Kustniak e alla figlia.

Ciao, Pietro…

PIETRO TARICONE
COME FOLGORE DAL CIELO
DAJE

Terni, 28 giugno 2010 – Pietro Taricone è in fin di vita in seguito ad un lancio con paracadute, avvenuto in prossimità di Terni. Celebre per la sua partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello, in cui non vinse ma convinse tutti per l’autenticità senza filtri che metteva in scena, era un appassionato dello sport aereo.

Avvicinatosi di recente alla comunità di CasaPound Italia, aveva progettato con loro la costituzione di un nucleo di addestramento al paracadutismo per i militanti del movimento.

L’incidente, a quanto riferito dai testimoni, è dovuto ad una sua manovra spericolata: aprire il paracadute a 50 metri da terra, anziché ai 100 come norma di sicurezza voleva.

Ha riportato gravi lesioni interne e traumi facciali e cranici.

In questo momento (ore 20.52) si trova in sala operatoria per la riduzione delle emorragie interne.

Il Fondo gli augura di cuore, e con un grande abbraccio teso, di uscire da quest’altra prova, ricordando, con il fiato sospeso, le parole con cui amava approcciarsi alle prove definitive: «Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare…».

Daje, Pietro…

ANNA PAOLA CONCIA CONTESTATA AL GAY PRIDE
«E’ AMICA DEI FASCISTI
»

Napoli, 26 giugno 2010 – La nostra amica, l’on.le Anna Paola Concia, del Pd, colpevole di aver partecipato ad un dibattito contro l’omofobia nella sede romana di CasaPound Italia, è stata duramente contestata al Gay Pride che si è tenuto oggi a Napoli.

«Via la Concia dal corteo» e «I fascisti non li vogliamo» gli slogan contro la deputata.

Mi aveva confidato di essere stata avvertita e minacciata  di non andare. Le avevo consigliato anche io di non andare. Mi aveva risposto con il suo solito sorriso tosto, come dire: «Allora, non mi conosci…».

Più che non conoscere lei, conosco bene la fauna antifascista che l’avrebbe contestata, come puntualmente accaduto.

Omosessuali o etero che siano, gli antifascisti duri e puri non ragionano sui dati di fatto ma in virtù del loro solito pregiudizio: i fascisti sono come è scritto che devono essere.

Quindi, non vale che nei documenti ufficiali di CasaPound non si rintracci nemmeno una riga omofoba; non vale nemmeno che, tutt’altro, ci siano pagine e pagine di condanna a questo atteggiamento di discriminazione sessuale.

Stando ai dispacci Ansa, secondo la gentilissima Antonella, 36 anni, partecipante alla contestazioni nei confronti di Concia,  «Quelli di Casa Pound non ci riconoscono. Non può esserci dialogo tra chi parla con loro e noi».

Né – presumo – siano valse a rasserenare l’aria le parola spese in sua difesa da Vladimir Luxuria che ha dichiarato: «Si può parlare con tutti l’importante è non cambiare atteggiamento a seconda dell’interlocutore», cosa, questa del cambiare atteggiamento, che non risulta possa essere imputabile all’unica rappresentante in Parlamento italiano del movimento gay.

Esprimo, a nome mio e de Il Fondo, totale solidarietà ad Anna Paola Concia.

P.S. L’ho sentita ora al telefono. E’ provata, ma sta bene…

PAGHEREMO CARO, PAGHEREMO TUTTO

Italia, 24 giugno 2010 – La Confindustria esulta. Il suo Centro Studi ci rende edotti che la crisi è finita, potendo registrare, dati alla mano, una ripresa di +1,6% del nostro Prodotto Interno Lordo (Pil). Un successone, insomma, dovuto, come ci spiegano: «al deprezzamento del cambio dell’euro, che migliora la competitività di prezzo delle merci italiane».

Del resto, per i ricchi della Terra la crisi è finita già l’anno scorso. Il rapporto annuale del World’s Wealth Report ci fa sapere che, nel 2009, gli entrati in godimento di un patrimonio da 1 milione di euro in su, sono circa 10 milioni con un aumento pari al 17,1% rispetto al 2008. Nella sola Italia, di beneficiati se ne contano 179.000, con massiccia presenza prevalente nella regione delle regioni padane: la Lombardia.

Di fronte a tali e tanti risultati, cosa volete che sia se, invece, i disoccupati italiani che già nel 2009 erano ad un +528 mila sono previsionati in aumento nel 2010?

Com’era il ritornello popolare degli scesi in piazza per protestare contro le inique misure a far fronte il crack finanziario di due anni fa? Ah, sì, ora ricordo: «Noi non paghiamo la vostra crisi». Niente da fare, anche questa volta hanno vinto quelli che, dall’altra parte della barricata economica, scandivano: «Pagherete caro, pagherete tutto».

Paga e continuerà a pagare, infatti, il salariato da lavoro dipendente. Chissà chi ha evaso, invece, quei di 35,5 miliardi sull’imponibile Iva, e quei di 31,5 miliardi di imponibile Irpef, che lo stesso rapporto del Centro Studi Confindustria denuncia.

Saranno mica i disoccupati?

L’EUROPA S’È DESTA
LE BANCHE SARANNO TASSATE

Europa, 22 giugno 2010 – Era di pochi giorni fa la notizia che l’Unione Europea aveva deciso, sorprendentemente, di tassare le transazioni finanziarie e le banche ritenendole responsabili in solido della crisi economica devastante in corso. Il segnale, già solo in quanto segnale, ci era sembrato degno di essere designato con il titolo di “svolta storica” [leggi QUI].

Ebbene, sono passati solo pochi giorni e già si è oltre il semplice segnale. Oggi, con un comunicato congiunto: «I governi di Francia, Gran Bretagna e Germania propongono l’introduzione di una tassa sulle banche basata sui bilanci degli stessi istituti».

Francia e Gran Bretagna hanno addirittura dato i tempi: nella prossima finanziaria per il 2011 il provvedimento entrerà in vigore.

E l’Italia? Oh, per l’Italia si è espresso domenica scorsa, 20 giugno, il nostro Piccolo Cesare, al secolo il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che aveva definito l’ipotesi «ridicola», vantandosi di «avere reso un buon servizio al nostro paese e all’Europa ponendo il veto alla tassa sulle transazioni finanziarie che, se fosse stata approvata solo nei paesi dell’Unione europea e non negli altri grandi paesi avrebbe spostato in Usa e altrove le transazioni finanziarie».

Peccato per lui, ma per la buona sorte di tutti, del suo veto gli altri 3 grandi stati se ne sono scuciti il baffo destro e pure quello sinistro: ieri lo ha smentito Angela Merkel che gli ha ricordato l’unanimità del voto in sede europea e, oggi, è arrivato il comunicato congiunto che varrà a prescindere dalle risoluzioni del prossimo G20 di Toronto, nel corso del quale la proposta europea verrà estesa agli altri partecipanti al vertice.

Ripeto: qualcosa si muove e si muove per il verso giusto. Malgrado il Piccolo Cesare…

SAMARAGO ERA MARXISTA?
E CHISSENEFREGA

Roma, 19 giugno 2010 – Esiste un metodo infallibile per capire se chi parla di letteratura sa o non sa di cosa sta parlando. Basta osservare a cosa riferisce la sua critica. Il critico avveduto parlerà en passant dei contenuti: gliene frega una cippa se Viaggio al termine di una notte, di Céline, è o non è collocabile nella categoria degli scritti filonazisti; se i Cantos, di Ezra Pound, sono o non sono filofascisti, se le poesie di Majaowskji sono comuniste. Per lui (per il critico avveduto di letteratura) conto solo lo stile.

Per l’ideologo applicato alla letteratura, invece, quello che conta è se la materia trattata sia o non sia classificabile nelle norme del corretto politicamente della sua fazione.

Prendiamo il caso di José Samarago, appena passato a miglior vita (si spera). Che la sua letteratura gli abbia valso un  premio Nobel, poco conta per L’Osservatore Romano. Quel che conta, per l’illustre testata,  è che Samarago fosse:  «un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all’ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell’evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell’inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle “purghe”, dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi».

E, da qui, la destinazione all’oblio letterario.

Ma basta: siamo nel 2010. Eppure, qualcuno si ostina a pretendere che le lancette delle orologerie storiche si siano fermate ai tempi del processo alle streghe,  a Galileo Galilei, o al rogo dei libri non conformi ai criteri del Führerprinzip.

Non è mai ciò di cui si scrive a stabilire il valore letterario di un’opera e del suo autore. A stabilirlo è lo stile. Perché, come diceva uno scrittore di frontiera, Gottfried Benn: «Lo stile è superiore alla verità: reca in se la prova dell’esistenza».

Riducete tutto al “cosa lo scrittore ha detto”, e otterrete al massimo una nota a piè’ di pagina degna di qualche sussidiario di scuola secondaria…

José Samarago era marxista? E chissenefrega: il suo stile fa ammenda totale delle sue convinzioni ideologiche. Mentre, i suoi re-censori dell’Osservatore continueranno a incasellare – ideo-sì ed ideo-no, ideo-sì ed ideo-no, ideo-sì ed ideo-no –  all’infinito del loro stupidario…

Pace all’anima loro…

JOSÈ SAMARAGO
QUANDO “CECITÀ” È VEDERE

Lanzarote (Portogallo) 18 giugno 2010 – Con la morte di Saramago non ci lascia uno scrittore qualsiasi ma un grande della letteratura. Eppure oggi il rischio è che in Italia non venga ricordato per le sue opere, ma per le recenti polemiche su Berlusconi.

Nato in Portogallo nel 1922, è morto a Lanzarote la notte scorsa all’eta di 88 anni per un malore causato dalla lucemia da cui era affetto. Comunista mai pentito, è stato protagonista di grande polemiche e battaglie politiche: contro Salazar, contro Israele (tanto da essere accusato di antisemitismo), in ultimo contro Berlusconi da lui definito delinquente. Polemica, quest’ultima, che gli è costata la pubblicazione da parte dell’Einaudi del suo Quaderno, censura evidentemente legata alle sue posizioni politiche e alle accuse nei confronti del premier italiano che è anche il proprietario della casa
editrice di Torino.

Pur riconoscendo il grande senso civico di Saramago e la sua coerenza politica, si farebbe torto alla sua grandezza se ci fermassimo qui. Anzi, il Saramago migliore risiede da un’altra parte, la parte che fa di uno scrittore un talento o – come poi effettivamente è stato  nel 1998 – un premio Nobel. Vengono in mente Memoriale del convento – che lo
fa conoscere anche al grande pubblico nel 1982 – il Vangelo secondo Gesù – testo furosiamente anticlericale, ma profondamente religioso – e Cecità.

Ed è con questo romanzo che lo vogliamo ricordare. Molto prima de La Strada di McCarthy (che se non fosse a sua volta  un grande scrittore verrebbe quasi da pensare a un piccolo plagio) racconta in Cecità un’umanità derelitta e giunta alla fine del mondo. Il morbo che sta distruggendo la società colpisce gli occhi e leva la vista.

Al potere che viene dai mezzi di comunicazione (che tutto vedono e niente comprendono) contrappone la visione interiore, lo stare insieme degli esseri umani.
Guidati da una donna (fattore certo non secondario) Saramago discrive la distruzione ma insieme dà una speranza: solo opponendosi al potere e creando nuove solidarietà può nascere un nuovo mondo. Una speranza appena accennata, perché Saramago capiva bene verso quale baratro correva la nostra società.

Angela Azzaro

E TRAVAGLIO DISSE:
IN NOME DELLA LIBERTÀ
TI ORDINO DI ESSERE SCHIAVO

Roma, 16 giugno 2010 – Negare la libertà di espressione in nome della libertà di espressione. Accade anche questo nell’Italia delle intercettazioni e degli accordi separati con la Fiat per rendere gli operai schiavi. Che cosa è successo? Il Fatto di Travaglio ha chiesto all’Ordine dei giornalisti di espellere dall’Albo i parlamentari-giornalisti che hanno votato a favore del ddl intercettazioni.

Il quotidiano, bandiera della sinistra forcaiola, ha cioè chiesto che, in nome dei principi costituzionali, tra cui l’articolo 21 sulla libertà d’espressione, venga negato il diritto di votare secondo le proprie convinzioni (possibilità garantita dal primo comma della Carta). Il ragionamento è veramente bislacco e preoccupante. Bislacco perché contradditorio: mi comporto esattamente come coloro che critico. Preoccupante: perché la dice lunga su una certa sinistra (destra?) dogmatica che pretende di imporre la propria verità a tutti.

Questa deriva stalinista, iniziata a dire il vero già da tempo, non nasce per caso. E’ invece strettamente connessa con il tema di partenza: la battaglia contro la cosiddetta legge bavaglio, cioè la legge sulle intercettazioni. Il giudizio sulla legge in sé (tra l’altro il centrosinistra ne aveva elaborato una simile quando era al governo) va infatti scisso dal giudizio su come l’opposizione abbia fatto diventare il suo no un simbolo  dell’antiberlsuconismo e della libertà.

E’ questa assolutiazzione che ci vede contrari, soprattutto davanti alle richieste come quelle del Fatto di censurare chi la pensa in maniera diversa. Il sospetto è che la libertà evocata da Travaglio e compagni sia quella di pochi, cioè la loro libertà e basta.

GLI OPERAI. QUESTI INGRATI…

Pomigliano D’Arco, 14 giugno 2010 – No… No… No… non c’è più religione. Com’è possibile che la nostra Azienda più prestigiosa, la Fiat – ohé, dico: la Fiat – offra ai lavoratori un piano di investimento di 700.000.000 (dico: settecento milioni) di Euro, per far salvi 5000 posti di lavoro nel suo (dico: suo) stabilimento di Pomigliano D’Arco, e la Fiom rifiuti con sprezzo tanta generosità?

Dico: la Fiom, l’unico sindacato di settore su cinque (gli altri quattro sono Fim-Cisl, Uilm, Ugl e Fismic) a impuntarsi su questioncelle di dettaglio. E quali sono queste moderatissime condizioni in cambio del generoso accordo? Eccole qua:

– 18 turni con il sabato notte,
– passaggio da 4 a 15 sabato lavorativi,
– pausa da 30 minuti a fine turno,
– straordinari predeterminati in 120 ore l’anno.

E che sarà mai? Ma non si rende conto la Fiom che in tempi di crisi, come questi, i sacrifici li devono fare tutti? E che questo, e solo questo è il rimedio al calo della nostra produzione che si traduce, poi, in meno pil per tutti? (Ho detto “pil”, lo ripeto a scanso di equivoci).

Più produzione serve, per incrementare i consumi che incrementano la produzione che incrementa i consumi che incrementano la produzionene che incrementano… ecc… ecc… all’infinito del verbo divenire dell’unica voce del progresso che sia degna di essere declinata: capitalismo sempre, capitalismo ovunque, capitalismo uber alles.

Infatti, secondo gli alti intendimenti del Lingotto, lo stabilimento campano dovrebbe produrre 270mila automobili all’anno contro le appena 35mila attuali. Capite qual è la scommessa virtuosa?

Ma sentite qui, invece, cosa vengono ad obiettare quei servi del comunismo (dio ce ne scampi…) che sono ai vertici della gerarchia della Fiom, per voce del loro Segretario Generale, Maurizio Landini: «L’operazione messa in atto dalla Fiat rappresenta un ricatto bello e buono nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici di Pomigliano».

«Un ricatto», capite?

E dov’è il ricatto, secondo questi infiltrati della sovversione mondiale? Nella possibilità di rilocare altrove – che so?, in Polonia – la produzione delle future Panda.

Ma le parole dell’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne che invita «ad una rapida conclusione perché presto sarà impossibile accettare ulteriori ritardi. In assenza di un accordo che offra adeguate garanzie potrebbe diventare inevitabile riconsiderare il progetto e prendere in considerazione ipotesi alternative per la produzione della futura Panda», sono musica per le orecchie (altro che ricatto…) di chi ha veramente a cuore – come noi – le sorti della libera impresa economica.

Alle quali (parole e promesse) fa il giusto controcanto il nostro avveduto Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi «Lo Statuto dei lavoratori nelle nostre intenzioni deve diventare in parte derogabile da accordi delle parti nei territori» e che bisogna «riconoscere alle parti sociali la capacità di adattarsi ai territori. Pomigliano docet!».

Grazie a Dio, siamo nelle mani di chi ha veramente a cuore le sorti del paese e che progetta di modificare l’articolo primo della Costituzione italiana che in tempi antidiluviani recitava: «L’Italia è una repubblica… fondata sul lavoro…», con quest’altra dicitura più appropriata ai tempi che, sempre grazie a Dio, viviamo: «L’Italia è una Repubblica… fondata sul profitto».

E peggio per chi non vuol capire…

PRESIDENTE, SULLE PENSIONI FACCIA COSÌ

Italia, 11 giugno 2010 –

Gentile Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi,

Le scrivo perché, con molta probabilità, fra i suoi molteplici impegni istituzionali potrà esserLe sfuggito il rapporto Istat, pubblicato oggi, sulle condizioni in cui vivono, nel 2010, oltre 8 milioni di pensionati  nel nostro Paese.

Per non rubarLe troppo tempo succingo che, stante la soglia di povertà considerata dai dati misurati a circa 1000 euro al mese, quegli 8 milioni di nostri connazionali sopravvivono con meno di 800 euro al mese:  è l’importo pensionistico più basso d’Europa.

Tra le tante storture del nostro sistema pensionistico, che Lei giustamente sta cercando di correggere elevando, per esempio, l’età di collocamento delle donne a 65 anni, contro i 60 attuali, ce ne è un’altra che forse risolverebbe almeno parzialmente il problema.

Per dirgliela in breve: in alcuni civilissimi Paesi come Francia, Spagna e Germania non si applica il prelievo fiscale sulle pensioni. Basterebbe, insomma, abrogare l’Irpef su questa tipologia di assegni statali e, quasi per magia, la soglia di povertà in cui sono costretti i cittadini che dopo una vita di lavoro, sono collocati a riposo, sarebbe superata.

Conosco le obiezioni: un tale taglio alle entrate fiscali  comporterebbe un aggravio per le già anguste risorse economiche del Paese.

Oso suggerirLe una soluzione. Lei ha già, meritoriamente, abolito l’Ici. Però, lo ha fatto in maniera talmente egualitaria da sembrare, anzi: essere indiscriminata. Infatti, a giovarsene sono soprattutto i cosiddetti “palazzinari” che, nella casa, non hanno in vista il bene primario che ogni cittadino dovrebbe possedere, ma solo una fonte di investimento e di reddito da affitto.

Rettifichi la normativa: mantenga l’esenzione sulla prima casa, quella che garantisce un tetto per sé e per la propria famiglia ai cittadini, e reintroduca l’Ici per la seconda casa, per la terza e per le ulteriori. Anzi: stabilisca un principio di moltiplicazione geometrica della tassa per ogni casa posseduta ulteriore alla prima.

Sono certo che in questo modo non solo i costi dell’esenzione Irpef per i nostri pensionati più poveri verrebbero pareggiati ma, sono pronto a scommettere, si otterrebbero anche dei ricavi ulteriori per le casse dello stato. Oltre, naturalmente, ad aver stabilito un principio saldo di giustizia sociale.

Con la stima, né di più né di meno, che Lei merita: distinti saluti…

miro renzaglia

UN CLANDESTINO (QUINDICENNE) IN MENO
PIÙ CIVILTÀ PER TUTTI

Confine Messico-Usa, 10 giugno 2010 – Queste sono le cose che danno soddisfazione. Così si fa quando qualche cialtrone tenta di varcare clandestinamente le sacre frontiere della patria inviolabile. Ce lo insegna, ancora una volta quel Santo Stato degli Stati Uniti di America. Fuoco su un gruppo di clandestini messicani che tenta di entrare fraudolentemente nella patria a stelle e strisce. Un quindicenne, Sergio Guareca, è morto.

Altro che Cie, altro che respingimenti, altro che filo spinato: vedi un clandestino e tatatattatatattatta… lasci secco lui e almeno altri centomila imparano la lezione. E’ accaduto oggi a Ciudad Juarez al confine messicano con la cittadina americana di El Paso. Un eroico vigilantes della Border Patrol (quella santa istituzione militare che protegge i confini negli Usa dalle invasioni immigrate…) ha risolto così la questione.

Eh! chissà da noi quanto la farebbero lunga i magistrati comunisti, la Caritas, i servi della globalizzazione e gli attentatori della nostra identità nazionale se fosse capitato, chessò?, a Lampedusa.

Pensate solo che Ciudad Juarez è considerata la città più pericolosa del mondo, con più di 1300 morti ammazzati ogni anno. Ed è da quella fogna che questi topi volevano scappare dirigendosi verso la Culla della Civiltà, capite?

Ha ragione il nostro amato Presidente del Consiglio, quando dice che la Costituzione italiana gli impedisce di governare come vorrebbe e come sarebbe giusto e come si dovrebbe. Tutti questi lacci e lacciuoli che impediscono il rispetto delle cose che veramente contano per le fiere sorti della nostra Patria.

Lasciamo stare che, ora, secondo certe ricostruzioni sovversive e sicuramente di parte, c’è chi afferma, come la mamma del giovane criminale sorpreso in flagranza di reato e giustiziato, che il delinquente, una volta avvistate le Forze dell’Ordine, si sarebbe dato alla fuga e che sarebbe stato colpito in territorio messicano… Pure se così fosse, che vuol dire? Una volta commesso un reato di così inaudita gravità, il reprobo va punito ovunque si trovi. E pace all’anima sua…

Ma io domando e dico se devono esistere ancora questi criminali che pensano di poter andare e venire a loro piacimento, alla ricerca di lavoro e fortuna all’estero. Ma dico io: quando l’America aveva bisogno di mano d’opera, i lavoratori se li andava a prendere direttamente in Africa e gli dava un avvenire, generosamente come è nella sua natura. E che diamine!  Se adesso non ne ha bisogno, siccome ha già un mare di suoi cittadini disoccupati, perché insistere?

E poi dice che a uno gli parte una raffica di mitra…

45 CENTESIMI
PER NON MORIRE DI MALARIA

Mondo, 10 giugno 2010 – Ne sono affette 500 milioni di persone. La cura costa pochissimo, 45 centesimi ed è di semplice applicazione: basta somministrare ai primi sintomi una pillola al giorno per tre giorni. Eppure, un milione e 300 mila persone ne muoiono ogni anno: soprattutto in Africa, Asia e America Latina. E’ la malaria.

Se ne parla pochissimo. I media preferiscono rivolgere attenzione ai grandi e puntuali scoop medico terroristici che ci propinano ogni anno: dall’aviaria alla febbre suina, le cui vittime non arrivano quasi mai a contarsi sulle dita di una mano. Ma che, sempre puntualmente, fanno arricchire le industrie farmaceutiche per distribuire vaccini costosi (per le casse degli stati) e che o sono inutili o sono superflui.

Un esempio della disattenzione mediatica? Secondo un’indagine dell’Osservatorio di Pavia, nelle TV italiane le notizie sulla malaria sono state 5 nel 2009 e 3 nel 2008, contro le 1.337 sull’influenza suina in meno di un anno.

Sono le gioie del capitalismo, mon chéri: meglio pubblicizzare le malattie che esistono solo virtualmente o quasi, ma con alti profitti, piuttosto che perdere tempo con malattie reali e dispensare a fondo perduto 800 milioni di euro l’anno – tanto occorrerebbe – per salvare la vita a milioni di persone.

Di malaria – dicevamo – se ne parla pochissimo. Ma se ne parla. Ne parla, per esempio, l’associazione Premio Nobel, Medici Senza Frontiere nel libro Le crisi umanitarie dimenticate dai media 2009 (Marsilio, 2010, € 9,00).  Forse varrebbe la pena dargli una letta: così, tanto per aggiungere un tassello al dubbio di vivere nel migliore dei mondi possibili.

FUORI DAL CERCHIO
NICOLA ANTOLINI

Italia, 8 giugno 2010 – In attesa di proporre sul Fondo Magazine una recensione esaustiva di Fuori dal cerchio. Viaggio nella destra radicale italiana (Edizioni Elliot, pp. 350, € 18,50) di Nicola Antolini con interviste a:  Blocco Studentesco, Gianluca Iannone, Francesca Giovannini, Valerio Morucci, Miro Renzaglia, Marcello De Angelis, Gabriele Adinolfi, Ugo Maria Tassinari, Marco Cimmino, Luca Telese, Francesco Cappuccio, Maurizio Murelli, Gabriele Marconi, Guido Giraudo, Flavio Nardi, Turbodinamismo – anticipiamo alcuni commenti già in rete.

La redazione

«Per chi voglia conoscere l’evoluzione della “destra radicale” italiana, per chi intenda provare a  comprenderla, per chi desideri tentare di sintonizzarsi con essa, di entrarvi in dialettica – empatica od ostile poco importa – lo studio di Nicola Antolini Fuori dal cerchio, uscito a fine maggio per le edizioni Elliot, è  un’opera indispensabile. E’ notoria la mia severità di giudizio verso le pubblicazioni che  in un modo o nell’altro  sono state dedicate all’ambiente “nero”: le ho bocciate più o meno tutte. Non faccio regali né sconti sull’argomento e se considero Fuori dal cerchio un libro che non può assolutamente mancare in una biblioteca dr, né in una biblioteca militante di qualsiasi colore e ancor meno in quella di chi ha una curiosità didattica, non lo sostengo  per  gusto personale, e non esprimo di certo un giudizio  affrettato e poco ponderato. Questo libro è un capolavoro».

(Gabriele Adinolfi, Noreporter, leggi testo integrale QUI)

«Un viaggio nella destra che cambia, un confronto diretto con i fatti, le idee e i protagonisti di un’area politica dalle numerose e contraddittorie identità, realizzato in due anni di lavoro, durante i quali l’autore (un ex esponente del Pci) ha incontrato molti dei suoi rappresentanti, invitandoli a raccontare in prima persona i nuovi terreni di scontro della destra non-conforme: la contestazione studentesca, l’antisemitismo, la rilettura della storia, il confronto con il terrorismo e lo spettro degli anni Settanta, le proposte culturali, il controllo del territorio. Dalle battaglie sociali degli anni Settanta agli orizzonti post-ideologici dei movimenti radicali; dal riformismo di An allo squadrismo mediatico di Casa Pound; dalla manifestazione di piazza Navona alla mobilitazione per il terremoto in Abruzzo, questo libro fotografa, senza esprimere giudizi, un mondo che cerca a ogni costo di restare lontano da ogni rappresentanza politica, una realtà con cui tutti, a destra come a sinistra, siamo chiamati a confrontarci».

(Scheda libro della Feltrinelli)

I numeri arretrati di  sono QUI

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