Iggy Pop & Stooges – Tour 2010

Federico Zamboni

Ci sono quelli che si aggiornano continuamente, naso a terra per seguire le tracce delle mode. E quelli che tengono duro proseguendo imperterriti per la loro strada, e anche se ogni tanto cedono alla tentazione del business è solo una scivolata occasionale da cui si riprendono alla svelta. Ci sono quelli che la musica la fanno perché hanno imparato a confezionarla (Un “Big Rock con assolo”? Eccolo qua. Fa due dollari e cinquanta) e quelli che ce l’hanno dentro, e sanno che il solo modo di trovarla è andarle incontro a mani nude.

Iggy Pop, 63 anni il 21 aprile scorso, basta guardarlo in faccia per sapere a quale categoria appartiene. Alla sua età, e anche molto prima, le star in servizio permanente effettivo si ostinano a fare di tutto per apparire gradevoli e levigate come giovanotti appena un po’ maturi, senza capire che un vecchio abito stirato con troppa cura non è elegantissimo: è patetico. Lui si porta addosso le sue rughe come se volesse chiarire al colpo d’occhio che è in giro da un sacco di tempo e che non si è risparmiato niente. Come se la freschezza della gioventù fosse stata eccessiva fin dall’inizio, e lui non avesse visto l’ora di liberarsene il più rapidamente possibile. Uffa, quella giacca troppo impeccabile per sentircisi a proprio agio. Per evitare che gli altri pensino che è così fiammante non perché è di una qualità superiore, ma solo perché non è stata usata mai o quasi mai.

«Devi essere allo stesso tempo disciplinato, sincero e fortunato. Io per anni sono stato troppo indisciplinato. Ma, se non fossi stato in quelle condizioni, non sarei riuscito a comporre le canzoni dei miei esordi. Ora so gestire meglio la mia vita, ma quelle canzoni non avrei più la forza di scriverle». Canzoni come quelle dei primi Stooges. Che si definiscono canzoni per comodità ma che meriterebbero una denominazione diversa, molto meno standardizzata e rassicurante. Un repertorio che sarà ampiamente rivalutato a posteriori ma che al momento non basta né ad avere successo né a ottenere il perdono della loro casa discografica, la Elektra, per i crescenti problemi con la droga. Nel 1971 Iggy è già a terra, e magari ci resterebbe per sempre se non fosse per David Bowie. Che è a New York e lo cerca. Che prova a rilanciarlo conducendolo con sé in Inghilterra, dove gli Stooges si ritrovano per incidere il loro terzo album, il discontinuo e sfortunato epilogo di Raw Power.

Il 15 luglio 1972 la band si esibisce a “La Scala” di Londra. Ma è Iggy a catalizzare l’attenzione. Iggy che assomiglia sempre di più a un solista che si avvale di alcuni musicisti di supporto, e che è preceduto da anticipazioni al limite della diceria. Dettagli enfatizzati che aspirano alla leggenda, ma che sprofondano nel gossip. Come ha ricordato il celebre fotografo Mick Rock, la cui testimonianza compare in Io c’ero – I più grandi show della storia rock e pop, «Le voci si rincorrevano. Si diceva che mostrasse il pene, che si spalmasse addosso burro di noccioline, che si tagliasse, che si tuffasse dal palco per farsi trasportare dalle braccia tese del pubblico. Ma quella sera Iggy non fece niente di tutto ciò. Non ne aveva bisogno. La sua presenza era più che sufficiente. A Londra non avevamo mai visto niente di simile. C’era in lui un’aura di minaccia, qualcosa di ingabbiato e rabbioso, qualcosa che arrivava dai sogni di Carl Jung, qualcosa che gocciolava dalle profondità della nostra psiche. (…) Iggy era primitivo, fisico, ti scavava dentro, forse perché dava l’impressione di essere sempre a un passo dall’autodistruzione».

Più Keith Richards che Mick Jagger. Una speranza d’amore, piuttosto che una strategia di seduzione. Una scommessa che non puoi mai essere certo di vincere: e in fondo non lo vuoi nemmeno, quel tipo di sicurezza. Meglio il rischio. Un rischio da accettare tanto sul piano interiore che su quello fisico, come dovrebbe avvenire sempre e come l’arte, invece, impedisce quasi immancabilmente, fino a inaridirsi e a diventare mero esercizio intellettuale. Il palco come un trampolino, non come un piedistallo. Lanciarsi a corpo morto in mezzo agli spettatori e sperare che ti sostengano. Almeno questo. Non l’apoteosi di Cincinnati nel 1970, quando ti hanno sostenuto a tal punto da permetterti di restare in piedi sulle loro mani e di continuare a cantare. Ma almeno che non si spostino, come se tu fossi solo un pazzo che è comparso all’improvviso e che gli piomba addosso. Se si spostano vuol dire che è stato tutto inutile. Vuol dire che non hanno capito nulla di quello che è già accaduto. Nulla di quello che hai già fatto. Tutto quello che hai cantato-sudato-sprigionato finora non è bastato a strapparli al timore di essere investiti da un urto che sia realmente, finalmente, violento. Erano estranei. Sono rimasti estranei. Il rito è fallito.

Iggy lo fa ancora. Ci crede ancora. Ci scherza sopra. «Certo, ora che i biglietti dei miei concerti sono aumentati, devo stare più attento: il pubblico troppo ricco, elegante, è un rischio. Non ti prende.» Infatti. È successo anche nel marzo scorso, alla Carnegie Hall. Un concerto per il Tibet. Un’esibizione insieme a Patti Smith. «C’erano questi tipi sotto il palco che volevo scuotere. Mi sono tuffato ma ho preso una sedia: un male cane. Quelli non sapevano cosa fare, non mi hanno preso. Per un po’ ho pensato che non mi sarei tuffato mai più. Ma poi il pubblico mi ha fatto dimenticare il dolore. L’ho rifatto ed è stato anche meglio.»

Torna in mente The Passenger. Il Passeggero che si trova su un’automobile guidata chissà da chi e guarda «attraverso il finestrino luccicante». E vede «le stelle che spuntano stanotte». Vede «il cielo splendente e vuoto sopra ai bassifondi lacerati della città». E pensa che «tutto sembra così bello stanotte, cantando la la la la la-la-la la». Non importa quale città e quali strade e quale auto. Non importa quale canzone e in quale locale e in quale anno. Il tempo se n’è andato e Iggy è diventato anziano. Un milione di rughe e un’infinità di peccati. Ma lui è ancora in tour e il 16 luglio sarà anche qui in Italia, all’Area Palaverde di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone. Il palco come un trampolino. Tutte quelle persone là sotto. L’unico peccato da non commettere è avere paura di fidarsi di chi si fida di te.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks