Breve storia del “pentitismo” in Italia

Angelo Spaziano

“Pentiti, figliolo, e recita 10 Ave Marie, 5 Pater Noster, 3 Gloria Pater…”. Questa, per il credente, era più o meno la formula con la quale ci si accomiatava dal confessore finalmente mondi dai peccati commessi. Anche oggi per il devoto le cose in chiesa, salvo riforme o controriforme sempre in agguato, continuano ad andare allo stesso modo. La parola “pentimento”, tuttavia, da una ventina d’anni a questa parte ha ampliato a dismisura il range di significazione, per uscire dalla sacrestia e investire ambiti del tutto estranei alla fede.

E’ noto, infatti, che, per ottenere il perdono per un misfatto commesso, la strada da percorrere deve essere inesorabilmente condizionata a un lungo e faticoso processo di contrizione e di catarsi. Una metanoia che non può sperare in null’altro in cambio, in nessun tipo di vantaggio, se non, appunto, l’assoluzione.

Il sistema giudiziario italiano, invece, è riuscito in poco tempo a stravolgere usanze invalse e tradizioni millenarie per arrivare a inventarsi un’ipotesi di pentimento del tutto atipica: il pentimento a premi. E naturalmente questa sciagurata innovazione è andata a discapito della Legge, della Giustizia ma soprattutto del buon senso.

Perché, inutile nascondercelo, immaginatevi un criminale incallito cui sono stati affibbiati uno o più ergastoli. A meno che non abbia la sindrome di Papillon o il disturbo del Conte di Montecristo, questo significa la fine bella e buona dell’esistenza. Lasciate ogni speranza o voi che entrate, insomma. A un certo punto, a questo morto vivente, a questo zombie, che fino a poco tempo prima non poteva fare null’altro che attendere la morte come scorciatoia per la liberazione, gli si fa balenare la possibilità di un grosso vantaggio che potrebbe ribaltare completamente la sua disperata posizione. Chessò?, l’eventualità di poter uscire di cella magari già vecchio ma non ancora decrepito. Di potersi rifare una vita in un posto lontano, in un paradiso tropicale, con un bel mucchio di denaro, una nuova casa, un nuovo volto e una nuova identità. E pure con una nuova donna. Chi, trovandosi nelle stesse circostanze, non coglierebbe al volo questa insperata àncora di salvezza? L’unico servizio che questo ipotetico miracolato, in cambio di tanta generosità, dovrebbe offrire al Pm o al magistrato di turno sarebbe quello di “collaborare” un pochino. A cosa? Ma a fare la spia a comando, è ovvio. Spifferare al gip un paio di nominativi di gente con cui il neopentito a suo tempo potrebbe essere venuto in contatto e il gioco è fatto. Chi non ci starebbe? Chi non s’inventerebbe carte false pur di guadagnarsi un biglietto per il paradiso?

Così, oltre al male fatto in precedenza, l’ex zombie aggiunge un’altra porcata al suo già nutrito curriculum di nefandezze. Per colpa sua e del cinismo di certi giudici l’assassino diventa così traditore, delatore, calunniatore, spia, rovinando la vita a persone che magari risulteranno, dopo anni di persecuzioni giudiziarie, del tutto innocenti, ma che intanto vengono disinvoltamente sacrificate al moloch della giustizia un tanto al chilo. E per coronare questo bel pateracchio, gli addetti ai lavori hanno anche predisposto un’apposita nomenclatura, paludando la squallida realtà con ridicoli eufemismi, del tipo “collaboratori di giustizia”, o “testimone di giustizia”, o “pentito”.

Insomma, in uno Stato improntato all’etica e alla moralità, a uno che commette un doppio reato dovrebbe essere comminata una doppia pena. Da noi invece, in barba a qualsiasi elementare decoro, se a un omicidio ci aggiungi pure una testimonianza, molto spesso falsa e resa con l’obbiettivo di farla franca, guadagni la libertà, i soldi e la macchina nuova.

E pensare che da piccoli ci avevano sempre messo in guardia dal fare la spia. Non si sa a chi mai sia venuto in mente questo perverso inganno giuridico. C’è chi dice che con questo discutibile metodo gli irlandesi riuscirono a smantellare la rete dell’organizzazione indipendentista dell’Ira. Fatto sta che da noi la stessa misura è stata applicata ai responsabili della lotta armata, a cavallo tra gli anni 70 e 80. Ma non tutto è andato liscio come l’olio.

Celebre, infatti, è rimasto il terribile episodio Peci. Accadde quando Patrizio Peci, brigatista rosso, finì per cadere nelle mani della giustizia, e cominciò a parlare. In seguito al suo pentimento si scatenò subito un’accesa discussione in seno alle Br. Una volta in carcere, infatti, grazie alle pressioni del direttore, il terrorista fu convinto a incontrare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e a rivelargli preziosi elementi riguardo l’organizzazione. Le Br, invece, si convinsero subito che Patrizio era stato arrestato su precisa delazione di suo fratello Roberto, anche lui implicato nelle azioni dei commandos. Sulla base di questa convinzione e per ritorsione, le Br sequestrarono Roberto, lo processarono, lo condannarono a morte e lo uccisero seduta stante.

Già da questi presupposti ci si sarebbe dovuti rendere conto del campo minato nel quale stavano per andarsi a impelagare i nostri operatori di giustizia e procedere quantomeno con i piedi di piombo sull’argomento. Ma le autorità addette all’ordine pubblico non intesero ragioni. I pentiti infatti si rivelarono un’autentica manna. Senza il bisogno di lunghe e faticose indagini si andava a scavare direttamente nel cuore del problema, venendo a capo di molti episodi che altrimenti sarebbero rimasti insoluti. L’istituzione del pentitismo rappresentava quindi una preziosa scorciatoia per fare piazza pulita dei pruriti rivoluzionari di tanti figli della borghesia, che in nome della lotta contro il loro stesso ceto sociale d’appartenenza minacciavano sfracelli. Per poi, una volta incappati nei rigori della legge, cominciare a spiattellare in faccia ai giudici tutto quello che veniva loro chiesto pur di uscire di galera.

Eclatante rimase la strage di Bologna dell’agosto 1980. Gli inquirenti, senza muovere paglia, andarono subito a rimestare nel torbido nel tentativo di appioppare il massacro agli ambienti di destra e per arrivare a dimostrare il teorema non esitarono a servirsi di squallidi personaggi – pentiti anch’essi – che da un giorno all’altro se la cantavano e se la suonavano a seconda dei desiderata dei magistrati. Fu solo grazie alle dichiarazioni del prezzolato Massimo Sparti, ad esempio, che l’infame episodio di Bologna, senza alcun riscontro concreto, fu accollato ope legis al trio Fioravanti-Mambro-Ciavardini. E la faccenda si trasformò una giostra infernale nella quale hanno finito per lasciarci la libertà – e a volte anche la vita – altre persone del tutto estranee ai fatti, come Chicco Furlotti, accusato di avere provocato la strage dallo stupratore Piergiorgio Farina e scagionato solo grazie a un alibi di ferro, e come le due poveracce Maria Carmela e Valentina Maiorano, rispettivamente moglie e figlia di Giovanni Maiorano, ex affiliato poi pentito della Sacra corona unita. Le due donne furono uccise da Angelo Izzo in semilibertà per avere avallato un mucchio di idiozie nell’ambito dell’inchiesta bolognese.  Il duplice omicidio scatenò durissime polemiche sulla presunta leggerezza con la quale Izzo usufruì di permessi premio durante la sua permanenza in carcere, ma la maggior parte della stampa che conta si guardò bene dal sottolineare l’autentica motivazione del permesso premio concesso a Izzo.

Un altro episodio inquietante di pentitismo criminale fu il caso di Enzo Tortora, il presentatore tv arrestato nel 1983 per associazione a delinquere di stampo camorristico dalla Procura di Napoli. Le accuse erano basate sulle dichiarazioni di pregiudicati “pentiti” come Giovanni Pandico, Giovanni Melluso, Pasquale Barra, noto come assassino di galeotti quand’era detenuto e per aver tagliato la gola, squarciato il petto e addentato il cuore di Francis Turatello, e infine di altri otto imputati nel processo alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, tra cui Michelangelo D’Agostino, pluriomicida. La “prova” raccolta dagli inquirenti consisteva unicamente in un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista e nella quale era scritto a penna un nome che pareva quello di Tortora, con a fianco un numero di telefono; nome che, a una perizia calligrafica, in seguito risulterà non essere il suo, bensì quello di tale “Tortona”. Nemmeno il recapito telefonico risulterà appartenere al presentatore. Si stabilirà, per giunta, che l’unico contatto avuto da Tortora con Giovanni Pandico fu a motivo di alcuni centrini provenienti dal carcere in cui era detenuto lo stesso Pandico, centrini che erano stati indirizzati al presentatore perché venissero venduti all’asta del programma “Portobello”. La redazione di “Portobello” però smarrì i centrini ed Enzo Tortora scrisse una lettera di scuse a Pandico. Il quale, però, decise di vendicarsi. Il 17 settembre 1985 Tortora, annientato nel fisico e nel morale, venne condannato a dieci anni di carcere. Nel 1987 sarà completamente scagionato, ma non si riprese più dal trauma provocato dalla grave ingiustizia subita.

In seguito all’episodio venne approvato il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. La gente votò a favore. Il giudice, in caso di errore, doveva essere ritenuto colpevole e pagare. Ma tutto finì lì. La lobby del Csm fu più forte della volontà popolare e ai responsabili dell’affare Tortora non solo non fu torto un capello, ma fecero pure carriera. Fatto sta che nel 1981, con il declino del terrorismo in Italia dopo gli anni di piombo, lo spauracchio dell’eversione sia rossa che nera era stato esorcizzato. Ma ora era la volta di un altro grave problema. Con l’attentato di via Carini, che nel 1982 faceva secco Carlo Alberto dalla Chiesa, e con quello di Capaci, nel quale perse la vita Giovanni Falcone, e di via d’Amelio che provocò la morte di Paolo Borsellino, all’inizio degli anni 90 ci si trovò alle prese con una nuova emergenza: quella rappresentata dalle organizzazioni mafiose e camorristiche.

Ed è a questo punto che la magistratura premiale subiva un incremento esponenziale. Nel 1996 i collaboratori di giustizia arrivarono a toccare la cifra di 1214 unità, e i familiari in regime di protezione 5747. E non tutti erano pentiti di mafia. La legge prevede infatti la tutela anche per i collaboratori in reati di eversione, traffico di droga, sequestro di persona. Il costo del programma di protezione include il trasferimento dei pentiti e delle loro famiglie in località sicure, la creazione di nuove identità fittizie, l’assistenza personale e medica, i trasporti, un assegno di mantenimento quando sia impossibilitato a lavorare, da 900 euro mensili a 1.350 per i testimoni.

A decidere l’entrata nel programma di protezione del pentito non sono i soli magistrati che fanno uso delle informazioni e neanche la Direzione distrettuale antimafia che fa la richiesta. C’è una Commissione centrale dipendente dal Viminale composta da otto membri e presieduta dal Sottosegretario all’Interno, due magistrati e cinque rappresentanti delle forze dell’ordine. Dal 2002 al 2007, la spesa è stata quantificata in 393 milioni 524 mila 756 euro, ovvero, più o meno una media di 65 milioni l’anno. Attualmente le persone sottoposte a protezione, pentiti e loro familiari, sono calate a 3887, di cui 883 i collaboratori di giustizia. A questi vanno aggiunti i testimoni a rischio, 73 persone, con 243 familiari. Tra costoro si trovano efferati assassini, stupratori, rapitori, gente che ha ucciso e sciolto i cadaveri delle vittime nell’acido. Recentemente uno di loro, l’ex killer di Cosa Nostra Gaspare Spatuzza è stato pure ascoltato dalla Corte d’appello di Palermo in un’udienza-flop seguita da centinaia di giornalisti nell’ambito del processo di secondo grado a Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Tanto interesse era dovuto alle presunte rivelazioni di Spatuzza che secondo i rumors avrebbe chiamato in causa anche Berlusconi. Rivelazioni che tuttavia non hanno rivelato nulla. E qui bisognerebbe aprire il cahier de doléances sull’uso politico dei pentiti da parte della magistratura “impegnata”.

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