Ancora su Ennio Flaiano. Nel centenario

Angelo Spaziano

«Un calabrone entra nella stanza illuminata e va a battere velocemente contro la lampada, le pareti, i mobili. Subito si avverte il rumore secco delle sue zuccate. Dopo un po’ si acquatta per riprendere le forze. Ricomincia allora a urtare contro la lampada, le pareti, i vetri, e daccapo contro la lampada. Infine cade sul tavolo, zampe all’aria, e la mattina dopo è secco, leggero, morto. Non ha capito niente, ma non si può dire che non abbia tentato.»

Attraverso questo gustoso aforisma Ennio Flaiano amava, come dire, “giustificare” la sua proverbiale, atavica pigrizia. Una pigrizia, potremmo dire, tutta “romana”, benché lui abruzzese, vale a dire un misto di cinismo e disfattismo, di filosofica rassegnazione e di languido provincialismo. La pacata consapevolezza, tipica dei quiriti veraci, di averne viste di tutti i colori, ormai, e che in fondo non vale la pena d’impegnarsi appieno in alcuna impresa, per quanto nobile possa essere, poiché tutto è caduco, tutto è destinato a svanire nel nulla, tutto muore. Panta rei.

«Non c’è ideale – diceva Andrè Malraux – al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti gli ideali noi conosciamo le menzogne, noi che non sappiamo cosa sia la verità». L’opposto esatto, insomma, del celebre detto di Ezra Pound: «Se un uomo non intende correre qualche rischio per le sue idee o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui». Il fatto è che quella che Flaiano si trovò a vivere era un’epoca in cui di idee per le quali correre rischi o al limite sacrificare la propria esistenza non ce n’erano più. Tutte morte e defunte sotto i cingoli dei tank alleati e nella macelleria messicana di Piazzale Loreto.

Quello che restava della tragica ma esaltante avventura fascista, durante la quale l’Italia per vent’anni s’era illusa di essere una grande potenza e come tale aveva anche pensato – e sbagliato – in grande, erano solo un mucchio di rovine e una nomenklatura composta per lo più da vigliacchi che per accelerare la fine dell’odiato regime avevano invitato i B 52 yankee a uccidere più italiani possibile per fiaccarne il morale. L’unico rifugio che restava a chi intendeva conservare un minimo di dignità e amor proprio era il qualunquismo.

Non per caso l’animale preferito da Flaiano è l’impersonificazione per antonomasia del qualunquismo: il gatto. «Il mio gatto fa quello che vorrei fare io, ma con meno letteratura», disse una volta. Leo Longanesi, instancabile “creativo” e spirito versatile e poliedrico, invece, a un primo sguardo aveva subito intuito il nascondersi in Ennio di un geniaccio deluso e svagato, di un formidabile potenziale immaginifico latente sotto la spessa cenere dell’accidia ma represso da chissà quale perversa forma di censura subliminale. Una dinamica predisposizione che per mettersi in moto aveva soltanto bisogno di una “spintarella”. Il buon Leo infatti non si fece scappare l’occasione, e appena si trovò a tu per tu con il valente cronista lo bruciò all’istante: «Si metta a scrivere e non perda tempo». L’ultimatum non ammetteva repliche e il dandy abruzzese non se la sentiva proprio di contraddire lo spiritaccio di Bagnacavallo.

Insomma, questo Longanesi, che amava firmare con la battuta fulminante i concetti più esposti alle incomprensioni e alle mistificazioni dell’anticonformismo, e soleva affermare che «le apparenze hanno per me uno straordinario valore, e giudico tutto dall’abito…ho il coraggio di essere superficiale…», una vocazione a guardare all’interno dell’animo umano la doveva pur possedere. Uno che per la prima volta vede un tipo e riesce a intuire di primo acchito l’apollinea statua del dio racchiusa nel grezzo marmo di Dioniso doveva per forza essere “profondamente” pervaso dal sacro daimon del talent scout.

Sia come sia, comunque, per il narratore pescarese era arrivato il momento di dare un calcio alla dolce vita che amava trascorrere voluttuosamente immergendosi – ma sempre con aristocratico distacco – in occasioni mondane ghiotte di eventi culturali. Eventi non certo nati tali, ma che lo diventavano proprio perché lui vi prendeva parte, rappresentando il Re Sole della battuta irriverente ed elegante, del motto arguto e strafottente, del calembour gustoso e beffardo. Ma proprio come l’astro che dà la luce, Flaiano agli oggetti su cui si posava attribuiva forse involontariamente anche un’ombra: «Non ho capito bene il suo nome, ma non ho alcuna difficoltà a crederle…». E non poteva essere altro che un “orbo in terra caecorum” uno come lui, abituato a intuire con decenni d’anticipo sui tempi quello che diventerà in futuro la scintillante Roma di Via Veneto e di “Anitona” Ekberg, tutta eleganza e jet set, old fashion e savoir vivre. Un’Urbe data in pasto alla cementificazione e all’involgarimento, consegnata mani e piedi ai palazzinari bianchi e rossi e all’anarchia urbanistica. Perché proprio mentre nella scena del bagno nella fontana di Trevi si celebrava l’inno felliniano della Dolce Vita i forchettoni “demotristi” si preparavano a divorare a suon di ruspe e bulldozer l”Hollywood sul Tevere”, che di lì a pochi anni sarebbe diventata, grazie all’insipienza di una banda d’incompetenti, la lugubre capitale dell’austerity da shock petrolifero: tutti a nanna alle 20,00, dopo “Carosello”.

«La mia generazione l’ha preso in culo. Da una parte i preti, dall’altra i comunisti…», sbottò una volta il valente uomo di cultura discutendo della condizione del Paese sottoposto alla desolante diarchia cattocomunista. Una nazione invertebrata, per “liberare” la quale ci si era letteralmente prostituiti all’invasore angloamericano mentre con ipocrisia farisaica ora si era obbligati a “censurare”con maniacale pedanteria perfino le “impudiche” vignette dei fumetti di Tex Willer, allungando accuratamente le gonne alle squaw navajos, considerate troppo osé.

In particolare va ricordato un lungo articolo (apparso su Il Mondo nel 1957), nel quale Flaiano descrisse la nascita del quartiere Talenti, una chiazza di cemento spalmata nella zona nord-est di Roma, segno della frenetica cancrena urbanistica che lentamente avrebbe inghiottito la campagna romana e l’Urbe tutta, trasformata da salotto dell’eleganza e della vita a misura d’uomo a triste palestra aperta a tutti i più beceri esperimenti d’edilizia residenziale di stampo sovietico, con immensi falansteri lunghi chilometri, invivibili e degradanti. Era l’avvento della cultura della massificazione e dell’egualitarismo mortificante di qualsivoglia ipotesi d’eccellenza, che di lì a poco si sarebbe abbattuta sulla città dei Cesari con l’uragano sessantottino. Una ventata di follia solo apparentemente libertaria, che, lungi dall’aver edificato una nuova società, avrebbe esaltato i peggiori istinti latenti nei precordi dell’animo umano, gettando, insieme al disordine e all’anarchia, il seme del male oscuro che attanaglia l’Italia di oggi: consumismo, droga, egoismo, individualismo esasperato, settarismo, reificazione, corruzione, disprezzo dei valori e delle gerarchie, invidia sociale: «Amano fare le barricate, si, ma coi mobili degli altri…».

Un’osservazione che la dice lunga sulla sua opinione riguardo gli anni della famosa risata che doveva seppellire il mondo, ma che sarebbe poi rimasta a sua volta sepolta sotto le macerie del buon senso. Dietro ai ribelli di Valle Giulia, insomma, Flaiano vedeva già profilarsi il trionfo della mediocrità, del brutto eretto a categoria estetica, del relativismo etico e morale, del conformismo e della decadenza dei costumi. La preveggenza dell’umorista pescarese ebbe modo di manifestarsi anche in altre svariate occasioni: «Fra trent’anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la tv». Neppure con tutto il suo sarcastico cinismo l’umorista abruzzese poteva mai immaginare che tutto sommato avrebbe fatto meno danni la tv che i governi.

Uno così poteva anticipare il futuro in una frazione di secondo. Eppure… Eppure, ci vollero ben tre mesi affinché dalla penna di Flaiano prendesse vita il famoso romanzo “ordinatogli” da Longanesi. Un’opera che appena esce brucia tutti i concorrenti al neonato Premio Strega, aggiudicandoselo. Il capolavoro è intitolato Tempo di uccidere, incipit tratto da un passo del “Qotelet”, nome “biblico” dell’ ”Ecclesiaste” III, 3: «…tempo di uccidere e tempo di sanare…». Si tratta di un’allucinata anabasi nel cuore dell’Abissinia italiana, un romanzo dall’atmosfera vagamente surreale, un viaggio odissaico che suona in modo alquanto paradossale per l’umorista noto per la sua vocazione alla sedentarietà celata nella fulminante battuta: «Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire proprio».

L’opera narra le vicissitudini di un ufficiale durante l’invasione italiana dell’Etiopia. In questo plot narrativo tutto va interpretato in forma allegorica e simbolica. L’Etiopia così diventa – come descrive Miro Renzaglia [leggi QUA] – la Terra Promessa. La meravigliosa fanciulla indigena con il turbante di cui il tenente s’invaghisce è lo stato virginale e primigenio. Il ferimento accidentale e l’omicidio volontario per accorciare l’agonia della donna è l’innocenza perduta. Lo spaesamento dell’assassino in una Massaua enigmatica e straniante è lo smarrimento dell’io nel senso di colpa. La lebbra che l’ufficiale teme aver contratto dalla fanciulla concupita è la giusta punizione del peccato. I reiterati tentativi di omicidio e di furto che il protagonista compirà per sottrarsi alla giustizia terrena sono la resa dell’individuo all’ineludibile malvagità umana. L’uscita dall’incubo della malattia grazie alle rivelazioni del padre della fanciulla sono la nemesi, la catarsi e la resurrezione finale. Si tratta di un’autobiografia dolente ma veritiera. Una disperata ricerca di qualcosa che conferisse un senso alla sua – e alla nostra – esistenza, un tentativo di andare oltre il Pil, i mutui, i bilanci a consuntivo, i tassi di sconto e le partite di giro Di andare, cioè, oltre quello che era diventata l’Italia d’allora. E di oggi.

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