Se l’avanguardia letteraria non abita più qua

miro renzaglia

Perché il fenomeno delle avanguardie nasce “nostro” e si trasforma nei decenni in qualcosa di “loro”? Pochi giorni fa, [lo ricordavamo QUI], è morto Edoardo Sanguineti, poeta esimio della neo-avanguardia, del Gruppo 63, antologizzato in quei Novissimi (1961) che continuerà, con assoluto merito, ad essere freccia direzionale della scrittura poetica ancora per molto tempo. Giorgio Manganelli moriva, invece, il 28 maggio 1990. Vent’anni fa +  qualche giorno, giusti giusti. E tutti e due, pur memori e debitori, riconosciuti e riconoscenti, delle Avanguardie storiche che ebbero, fra i pochi, Filippo Tommaso Marinetti ed Ezra Pound come stelle fisse di orientamento, preferirono una collocazione ideologica diversa da quella che sarebbe stata negli auspici naturali a tali ascendenze.

E’ vero: tra il Futurismo e i Novissimi ci fu il Surrealismo che si collocò, sempre in termini ideologici collettivi e delle singole individualità artistiche, in maniera diametrale rispetto al Futurismo e ai futuristi. E questo potrebbe dare già adito a quelle opzioni  preferenziali degli epigoni, neo-avanguardisti secondo Novecento. Ma siamo sicuri  che il nostro ambiente culturale e letterario, post-bellico ultimo mondiale, non abbia dato manforte a quelle scelte  che riguardavano, oltre Sanguineti e Manganelli, il fior fiore della poesia e della letteratura sperimentale? Pensiamoci bene…

Riprendiamo dal Manifesto futurista: «Bisogna introdurre nella letteratura tre elementi che furono finora trascurati: 1) il rumore (manifestazione del dinamismo degli oggetti); 2) il peso (facoltà di volo degli oggetti); 3) l’odore (facoltà di sparpagliamento degli oggetti)… Solo il poeta asintattico e dalle parole slegate potrà penetrare l’essenza della materia e distruggere la sorda ostilità che la separa da noi…». Vogliamo provare a destrutturare appena? Gli elementi essenziali  dell’enunciato sono: il rumore, il peso, l’odore e la materia. Ovvero: elementi sensoriali che l’estetica futurista (estetica = conoscenza attraverso i sensi) pretende elevare al di sopra del fattore simpatico-emozionale-evocativo del retrogusto ottocentesco.

Ebbene, a questo paradigma, il nostro ambiente politico-culturale di riferimento non ha trovato di meglio, tranne un’eccezione, ma la vedremo dopo, che richiamarsi ai padri nobili della “nostra” letteratura (La Rochelle, Céline, Mishima, Brasillach, Tolkien, D’Annunzio, etc…) e, quando fu peggio, ad un ordine ispirato dai valori sentimentali, se non anche puramente emozionali di dozzina alla Federico Moccia. Pura reazione. Tanta reazione, che abbiamo dovuto aspettare le esperienze narrative di Antonio Pennacchi, che peraltro la nostra area ha appena sfiorato, per poter ricominciare a respirare liberi dalle pastoie in cui ci eravamo cacciati.

Ma anche nell’opera narrativa di Pennacchi si manifesta esemplare il nostro errore di cattivi lettori e critici non pertinenti. Amiamo Pennacchi perché narra una vicenda che ci è cara (mi riferisco per brevità a Canale Mussolini), ma quanti sanno apprezzare nel suo racconto la struttura materialista dell’impianto, il mistilinguismo italiano pseudo-veneto (inventato, il che non è un difetto ma un pregio letterario), il montaggio spericolato delle sequenze narrative? Perché sono questi gli elementi che fanno della sua scrittura (di Pennacchi) UNA scrittura e UNO stile: NON le vicende narrate, per quanto amabili. A chi si accontenta della notizia storica che il suo romanzo offre, sarebbe bastato fare un giretto su Wikipedia. Ma la letteratura è altro dalla notizia.

Ne sono consapevole: la mia è polemica vecchia. Di tutto questo Manganelli e Sanguineti, e con loro tutta la neo-avanguardia, erano già ben avveduti a partire dagli anni Sessanta del secolo trascorso. Loro sapevano bene che l’ordine delle cose e l’ordine delle parole erano un unico identico ordine e che per sovvertire entrambi, bisognava cominciare a sovvertire la sintassi, la grammatica e, perfino,  l’ortografia del linguaggio dominante. Ed è esattamente a questo punto che noi, noi come ambiente culturale, siamo rimasti attardati, lasciando spazio e campo libero alle ideologie che, storicamente, nelle avanguardie videro al massimo una leva provvisoria, prontamente repressa una volta che l’Ordine Nuovo, ed è ovvio il mio riferimento alla Rivoluzione Russa, fosse risultato vincente. Oh! allora: il futurista Majakovskji, per esempio, fu suicida e il liricheggiar leggiadro di un Evgenij Evtushenko poté librarsi nell’aere senza, o quasi, censura.

In Italia, invece, l’esperienza dell’unica rivoluzione realizzata, anche grazie al rinnovamento del linguaggio futurista, passò di segno: noi siamo diventati i passatisti e loro (i repressi dalla rivoluzione sovietica) sono assurti al ruolo di eredi naturali dei nostri padri artistici autenticamente rivoluzionari. La colpa di tanto misfatto fu della cecità politica di chi avrebbe dovuto, e lo avrebbe potuto, capire che qualsiasi pratica di rinnovamento passa necessariamente attraverso la rinnovazione del linguaggio e delle sue strutture argomentative, ed incentivare ad esistere chi, in qualche modo, a tanto si adoperava.

Penso, nella fattispecie, alla esperienza dell’unico movimento poetico d’area e di avanguardia che si sia creato spontaneamente nel secondo Novecento: il Vertex. Vissuto a cavallo fra gli anni Settanta e i fine Ottanta del Millenovecento, il movimento promosse manifesti, reading, conferenze, case editrici, antologie, riviste, libri di autore e, soprattutto, una cognizione di poesia che superava di slancio anche il limite sotto il quale, nonostante tutto, si erano, e sono tutt’ora attestate le esperienze, anche le più sperimentali, delle avanguardie e delle neo-avanguardie poetiche: con il Vertex [vedi foto in alto] l’opera-noi sostituiva l’opera-io. Un’operazione che, sfondando il margine dell’impresa poetica individuale apriva, col poema corale, nuovi territori di perlustrazione del linguaggio, dove alla struttura e alla materialità della scrittura si aggiungeva un fattore a tutt’oggi unico e originale: quello dello sconfinamento dell’io poetico-soggettivo nel noi poetico-comunitario. Ma chi se ne è accorto? Avrebbero dovuto accorgersene le intelligenze attive della nostra area: ma pensarono, molto probabilmente, che fosse un chiribizzo di teste balzane e andarono oltre. Oltre? Sì, ma all’indietro, intestardendosi a celebrare i fasti dei soliti nomi, anche se grandissimi e intramontabili, senza soffermarsi un attimo sulle valenze politiche che quella ricerca di nuovo linguaggio proponeva.

Eppure, l’equazione era semplice per chi aveva orecchie per intendere. E infatti se ne accorse proprio Edoardo Sanguineti che, a metà degli anni 80, accettò di incontrare Sandro Giovannini, fondatore del Vertex, per discuterne. Non se ne fece nulla per quelle malie del destino che si diverte a indicare i luoghi sbagliati per gli appuntamenti giusti. Ma qui entriamo nel regno dell’aneddotica e, perciò, preferiamo rimandare la cronaca di quell’occasione mancata ad altro articolo.

Si dirà che quelli erano altri tempi e che le risorse di cui si disponeva per sostenere quella e altre imprese culturali erano limitate. Forse, ma oggi allora? Leggete di seguito: «Festival Letterario “Parole in transito: Incontri con l’Autore in Città”. Biblioteche di Roma,  Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e Comunicazione, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma, 4 – 11 – 18 – 25 Giugno 2010. Intervengono i poeti: Valentino Zeichen, Gabriella Sica, Renzo Paris, Guido Oldani, Elio Pecora, Silvia Bre, Tommaso Zanello (Piotta), Giorgio Manacorda, Paolo Febbraro, Alessandro D’Agostini, Claudia Tifi, Pierluca Dal Canto». Avete capito dove voglio andare a parare? Fateci caso: una manifestazione poetica organizzata nella Capitale con gli alti patrocini dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, e con un respiro nazionale timbrato del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dimentica – e dire dimentica è dire poco, il verbo giusto sarebbe: ignora –  tutta l’esperienza e il patrimonio originale e di autentica avanguardia che possiamo vantare, fin dai tempi quando: “bambole, non c’è una lira” ed eravamo pochi e poveri, anche se felici e belli.

Sia chiaro, la mia non è una reprimenda nei confronti dei nomi dei poeti che animeranno l’accadimento in  programma: tutti insigni ed ottimi. E non è nemmeno una recriminazione a favore degli esclusi. Il discorso che mi preme è puramente ideoletterario e ideolinguistico: dov’è lo scarto fra questa manifestazione poetica e quelle delle precedenti amministrazioni capitoline e nazionali?  Dov’è la discontinuità, dov’è la rottura, dov’è la proposta originale? Dove sono Sandro Giovannini, Lodovico Pace, Biagio Luparella, Enrico Squarcina, Agostino Forte, Giuliana Falcetta, Rutilio Gratigliano, eccetera… che diedero vita al pensamento feroce di quell’altra poesia che fu del Vertex e interamente nostra?

La risposta è semplice: non ci sono. Non ci sono non perché non esistono più o perché hanno smesso di pensare-poesia: non ci sono perché il loro pensiero-poetante – per dirla con Heidegger – continua molto probabilmente a risultare difficile e disturbante. E Dio solo sa quanto poco il potere ami essere disturbato. Quando questo sarebbe poi uno fra i tanti privilegi che potrebbe permettersi: quello di lasciarsi disturbare da un canto libero e comunitario. Ma chi glielo spiega agli organizzatori e ai patrocinatori delle “Parole in transito”?

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