Roberta Tatafiore. Ci manca la tua libertà…

Angela Azzaro

E’ passato un anno dal suo suicidio, un mese circa dall’uscita del diario con cui ha preparato e raccontato la decisione di uccidersi, La parola fine (Rizzoli, pp. 149, euro17) eppure non posso non chiedermi che cosa direbbe oggi Roberta. Che cosa penserebbe? Che cosa starebbe facendo? Perché per quanto si abbiano letto i suoi libri, frequentato il suo pensiero, Roberta Tatafiore era e resta imprendibile, imprevedibile. Così era da viva, un’anima irrequieta e libera, così me la immagino oggi. Roberta ci avrebbe sicuramente spiazzate un’altra volta, un’altra volta avrebbe detto ciò che non ci aspettavamo.

Nata Foggia nel 1943, Tatafiore ha avuto una vita avventurosa. La famiglia sbattuta subito dopo la guerra da una parte all’altra dell’Italia, dalla Puglia alla Calabria fino a Roma, l’uccisione del padre – dirigente del Poligrafico di Stato – da parte di un operaio e poi, per Roberta, l’incontro con il femminismo di cui sarà fino alla fine eretica interprete.

Giornalista a Noidonne, la rivista dell’Udi (Unione donne italiane) non è mai stata comunista ma collaborava, negli anni Settanta e Ottanta, con l’Unità e il manifesto, giornali che poi lascia anche in aperta polemica politica con la linea che portano avanti.

L’incontro decisivo, nei primi anni Ottanta, è con il movimento delle lucciole italiane. Carla Corso e Pia Covre, che ne sono protagoniste, trovano in Tatafiore un’interlocutrice attenta e soprattutto non moralista. Insieme, nell’85 fondano la rivista Lucciola, e Tatafiore dà vita a una serie di saggi che segnano in maniera determinante il pensiero femminista e il dibattito sulla prostituzione.

Per Roberta la prostituzione è un lavoro e così lo racconta, senza però rinunciare all’analisi della sessualità, senza cioè rinunciare al portato dell’analisi e del pensiero femminista. Ancora oggi per chiunque voglia affrontare questo tema non si possono non leggere i suoi libri Sesso al lavoro e Uomini di piacere sulla prostituzione maschile.

Ma uno spunto su tutti resta, secondo me, centrale: la sua avversione per il piano della legge. Lo pensa e lo sostiene per tutto ciò  che attiene alla libertà femminile. Lo scrive anche sul diario del suicidio: «Da anarchica impenitente penso che dove avanza il diritto la libertà arretra:  siamo guastati all’affettazione dei diritti e non riusciamo a trovare altre formule di ordine sociale se non quelle mediate dallo Stato».

Da libertaria, Roberta, non si è fatta scrupolo di seguire le sue idee, senza paura di dogmi, di scomuniche da parte della sua comunità di appartenenza. Vicina ai Radicali, simpatizza anche per Forza Italia, e – soprattutto – decide di scrivere la rubrica “Thelma & Louise”, alternandosi con Isabella Rauti, sul Secolo d’Italia.

Nel diario racconta con entusiasmo quell’esperienza: «È piuttosto impegnativa ma molto soddisfacente: perché mi viene bene, perché mi piacciono la direttrice e il vicedirettore di questo stravagante foglio di “fronda e di governo”, perché scrivere per l’unico quotidiano di destra che opera un’intelligente rivisitazione della cultura fascista mi interessa, perché Gianfranco Fini è il politico più laico e sagace del momento».

Il saluto a Flavia Perina – con una scusa di lavoro chiude la collaborazione – è forse quello più struggente. Tra le due c’era una sincera e forte amicizia. Ma la scelta di Roberta di collaborare al Secolo non passa liscia nel suo ambiente. Le critiche i mormorii sono tanti e non sono poche coloro che l’avvertono come una traditrice.

Eppure Tatafiore non si tira indietro, fino all’ultimo rivendica le sue scelte. La sua libertà. Nel diario i conti da fare sono altri. Sono conti con la vita, con le cose importanti della vita: quelle che ti segnano, che ti hanno fatto soffrire e gioire. Sono i conti con se stessa. Ma Roberta non spiega il suo gesto, sfiora gli ultimi giorni, a momenti li razionalizza, a momenti tocca il dolore. Alla fine ci lascia davvero. E proprio perché così imprevedibile, così originale, non è un vuoto facilmente colmabile con il ricordo.

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